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IL PELLICANO DI PIETRA recensione di Carmelo Aliberti

 

IL PELLICANO DI PIETRA

di Michele Prisco

 

 Recensione dell’ultimo libro di Michele Prisco, tratto da nuovo saggio di Carmelo Aliberti sul grande scrittore napoletano,una delle più alte voci della letteratura Italiana del secondo Novecento

 

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IL PELLICANO DI PIETRA

  • Editore: Rizzoli
  • Collana: Scala italiani
  • Edizione: 5
  • Data di Pubblicazione: 1996
  • EAN: 9788817660235
  • ISBN: 881766023X
  • Pagine: 330

Dopo circa mezzo secolo dall’uscita della Provincia addormentata, in cui la critica coralmente osservò che la tua Provincia, più che addormentata, era apparentemente rassegnata a trascorrere una catena di giorni, connotati da un’apparente quiete protetta dalle cupole verdi di una pineta abbagliante di verde e sommersa da una rara commistione di naturali profumi che davano la sensazione di ripulire il cervello da ogni scoria innaturale e imprimevano al cuore prolungati e inebrianti sensazioni che nulla era più bello, gradevole e rasserenante. Tu, invece, sia per la lunga presenza nel luogo natale, dove vivevano un numero ristretto di famiglie della borghesia vesuviana, da te ben noti per la quotidiana frequenza, che per l’attenzione con cui ti eri abituato a penetrare dentro l’ermetico guscio degli eventi, apparentemente normali, ma in realtà scottanti nel cuore fatiscente degli abitanti, percepivi il loro interiore tormento, in un alone di silenzio che sembrava coprire anche l’impronta di un’antica e inguaribile ferita. Era la rappresentazione di un cimiteriale “Modus vivendi”, imposto dalla spietatezza della seconda guerra mondiale, che aveva demolito tante faticose e secolari conquiste dell’uomo e, per le privazioni coattamente subite, per la fame dilagante che colpiva a morte anziani e bambini, aveva trasformati la paradisiaca provincia in un combustionante inferno sotterraneo, ben nascosto allo sguardo dei curiosi, che per la capacità diffusiva della fama, conoscevano bene le disperate storie di ciascuno, colpito a morte dal terribile evento bellico, ma anche costantemente lacerato dalle inguaribili ferite di un personale segreto di violenza e di imperdonabile colpa scaturita da un imperdonabile errore morale ed esistenziale, che alimentavano in maniera crescente il dolore e il rimorso. Infatti, sotto il lussuoso mantello, relitto di un lontano splendore, la borghesia vesuviana ben conosciuta da Prisco era afflitta da un insuperabile malessere e, non avendo più risorse economiche, sperperati in ogni forma di divertimento e piacere, si era rintanata nel proprio guscio, in attesa di essere definitivamente logorata dal ragno del male e della fine, avvertita come l’espiazione di tante efferate azioni. L’opera, un manipolo di affascinante di racconti, in cui lo scrittore, con morbida ed elegante scrittura, aveva dipinto un quadro affollato di storie dolorose e tragiche, che esplodevano con lo zampillare del sangue, perché quella borghesia vissuta nel paradiso terrestre, accerchiata da una immensa folla affamata e priva di tutto, esseri provocava in lei un sadico e insostituibile godimento, ritenendo le plebi napoletane affamate, non creature umane, ma marionette inventate per i loro insanguinati trastulli. Dopo Il volume di racconti il cuore della vita (SEI, Torino, 1995), in cui lo scrittore prosegue nell’indagine dei conflitti e della disperazione del cuore umano, condividendo la poliprospettica realtà del cuore umano, traboccante di dolore per “Il genere umano” impazzito e i morsi del potere ora contribuiscono sanguinariamente a colpire il prossimo che ne ostacola la marcia sicura nella gestione del potere, Prisco, giovane e fiducioso in un progressivo miglioramento razionale ed etico dell’uomo, ne scopre ora la connotazione più disumana, perché l’egoismo totale e il febbrile desiderio della ricchezza e del potere ne accentua la barbarie indiscriminata incartata segretamente nel cellofane del cuore. Lo scrittore che fino ad ora, aveva subito gli orrori di tanto male compiuto da chi detiene il potere assoluto ed ha trasforma- to il pianeta in una pattumiera di cadaveri con delitti ingiustificabili, di stragi di persone oneste e pacifiche, colpevoli solo di essere poveri e inermi, e quindi diversi e inferiori alla razza auto egemone, avverte in è contorsioni spirituali inimmaginabili che solo la potenza razionale e l’autocontrollo di un dio o di un vero scrittore che, per amore della creatura umana, né rispetta la dignità, anche nel logoramento materiale. può perdonare. Ma, all’inizio e durante il miracolo economici, chi ne ha la possibilità migliora molto la sua posizione di ogni forma di arricchimento ed essendo rimasto attaccato saldamente al timone del potere, opera con maggiore cupidigia di prima, avendo operato il salto della transumanza sul “carro” del vincitore. Si prospettano chiaramente due italie, quello della borghesia che ora trae i suoi profitti dal vertiginoso sviluppo industriale, schiavizzando e considerando oggetti i lavoratori-peones e cacciandoli da dietro i cancelli delle loro fabbriche, perché la concorrenza tra poveri, costringe a vendersi per un salario di fame, agevolando i padroni, protetti dalla mancanza di un codice rispettato dei lavoratori o ad intraprendere la via dell’esilio, per cercare altrove, tra mille difficoltà, la mollica di pane. In tale oceano di disorientamento, di paura per l’incombere del ricordo delle stragi atomiche, anche ora per Prisco è valido l’interrogativo “Se questo è un uomo” e, possiedono solo le armi della scrittura, traveste letterariamente nei romanzi della sua seconda fase di attività, tutto il male di vivere, sociale, personale, morale e familiare, con un severissimo rigore morale e con una lacerante potenza, per non dire asprezza espressiva, l’incurabile e proteiforme Male, smascherando i responsabili con una imperdonabile crudeltà e con strumenti espressivi di lacerante realismo, richiamando sulla scena ogni fona di perversione sessuale, ma anche gli stupri tra consanguinei, come ultimo atto di una orrorosa scena del mondo, attraverso cui si rivela, non l’osceno protagonista di una squallida vita, ma il demone dell’autoidolatria, espressa in maniera distorta e dissacrante. Il suo 15 volume “Il pellicano di pietra” (Rizzoli, 1966), innalza il valore della letteratura di Prisco a livelli universali. La lotta contro il Male avviene in un quartiere aperto e rivela crudeltà, egoismo, dolore e paure insanabili. Prisco, ora, assume come protagonista una famiglia borghese di nuovo conio, una famiglia di 4 persone, le vere protagoniste del romanzo-verità, appartenenti alla borghesia commerciale, la madre-matrona, Giuseppina Sammartano, che, dal niente dopo la disfatta economica, scala ogni gradino sociale, fino all’approdo del possesso, attraverso i guadagni di un fornitissimo emporio di vendita di tessuti, ma l’ascesa economica, non suffragata dal sostegno di una qualche cultura, accentua la sua ricchezza, dimenticando di avere due giovani figlie da ben curare per farle inserire non traumaticamente nella nuova, laccata società borghese. Il primeggiare nel suo ceto la allontana da ogni dovere e ossessionata dalla cupidigia di difendere ossessivamente la condizione sociale acquisita, priva di ogni altro appagamento di valori, insegue animalescamente il piacere sessuale, senza alcuna esitazione, arriva a far morire di crepacuore il marito e, dopo aver attraversato tutte le bolge del male, senza alcun rimorso o pietà, ruba i fidanzati alle figlie Maddalena ed Emilia, veramente innamorate, abbandonandole in un mortale dolore. Questi eventi rappresentati con angoscioso realismo, innalzano Prisco ad uno degli scrittori più grandi del nostro tempo. Infatti il titolo del libro esprime una sublime lezione morale e d’amore capovolto. Infatti, attingendo dalla più duratura tradizione leggendario, sottolinea come la signora Savartano sia l’emblema del male più terribile e assoluto, un male che nemmeno gli animali potrebbero immaginare. Infatti, mentre il pellicano si squarcia da solo il petto, davanti ai propri piccoli, pigolanti per la lunga fame e lo offre in pasto ai propri figli per farli sopravvivere, a costo della sua morte, la Savastano strappa alle proprie figlie il dono più grande, abbandonandole ad una fine di tormento e di strazio. Lo scrittore, così dimostra che il Male che domina nel mondo è la causa di ogni tragedia e che solo l’Amore per la vita e per il prossimo potrà cancellare nel cuore dell’umanità le orme deviate di ogni perdita di umanità e dignità. La sofficità verbale e nominale, i periodi simmetricamente costruiti che sembrano abbordare la declinazione della progressione narrativa con la levità aerea, ma efficacissima, le spontanee similitudini, la dignitosa classicità del bagaglio culturale e linguistico, la pennellatura policromica e comunicativo, l’innalzamento di episodi minimi che sfuggono alla grande storia, Prisco le custodisce nel tabernacolo dell’anima e gradualmente, in concomitanza dello sviluppo storico, li consegna ai suoi realistici ed evangelici libri, con il contagocce, per non stancare il lettore e come adeguato antidoto al Male del Mondo, per guidarlo a piantare nell’anima il seme del bene e continuarlo a coltivare per rendere più brillante e trasparente la nostra interiorità affratellati in un comune destino di morte e di resurrezione.

Prisco non abbandona le figure semplici, come il lattaio Giannino, la signorina Bice e le ricamatrici, che vengono contrapposte al demone del male, come rappresentanti delle classi umili che operano e vincono credendo nei semplici valori della vita. Così, Prisco ha rastrellato con oculatezza l’intero manto dell’esistenza in tutte le sue apparenti e profonde anomalia e come i grandi scrittori di ogni tempo, si è misurato con le difficoltà che rendono l’uomo infelice, trovando l’antidoto per curarlo. Ma rende anche giustizia agli operatori del Male. Come si è detto, la “fabula ruota attorno a Giuseppina Savastano, incarnazione emblematica della desertificazione affettiva, e di cinica spietatezza, proiettata sulla scena con le macabre staffilate del suo egoismo e dei suoi veleni, in netto contrasto0 con l’incanto del paesaggio, dentro cui la vicenda si sviluppa, ma che la donna sentimentalmente quasi inumata nella sua inguaribile febbre dell’avere, non riesce ad assaporare la logica del cuore, per cui essa che nella una devastante operazione omicida, va invece anche smascherata nella desolante nudità della sconfitta, nel dissolvimento delle forme di dominio, nelle pietose illusioni destinate a naufragare. Perciò Prisco, in un modello di letteratura post-verista, lei offre ancora un protagonista in spietata lotta per l’affermazione di sé, ma in realtà vinto dalle proprie fameliche ambizioni per cu riesce a suscitare nel lettore solo sentimenti di condanna e di pietà. Altra vittima rassegnata al fallimento è Beniamino Falanga che Giuseppina si sceglie come un nuovo partner, poco dopo la morte del marito Tommaso, lsenza nutre per lui alcun sentimento sincero. Intorno formicola una massa di gente laboriosa e onesta, la Napoli degli umili, l’a Napoli di Prisco, che lo scrittore sottopone alla nostra riflessione, che anche nelle ristrettezze, continua a lavorare senza essere sfiorata da idee sopraffattrici e delinquenziali.

Un romanzo psicologico che è un’indagine su come può nascere e crescere in una persona un odio implacabile che nulla e nessuno potranno mai cancellare. Una tragedia familiare che, nata da una battuta infelice e da un puro puntiglio, finisce per annientare qualsiasi armonia e culminare in un efferato delitto. Una storia che si svolge all’insegna dell’ambiguità e del dubbio, una feroce lotta senza esclusione di colpi tra madre e figlia che si scambiano in continuazione il ruolo di vittima e di carnefice, un padre debole e inetto che non trova altra soluzione che il suicidio per manifestare la propria ribellione, un gigolò di provincia che prima si presta riluttante a un piano diabolico ma poi lo porta alle sue estreme conseguenze.

 

Carmelo Aliberti

 

Informazioni su Monica Bauletti

Monica Bauletti, libri@monicabauletti.it Romanzi: -ATTACCO AGLI ILLUMINATI – EDITORE: LIBROMANIA (DeAgostini-Newton) 2014 -L’AMICA PIU’ PREZIOSA - EDITORE: LIBROMANIA (DeAgostini-Newton) 2014 -BERTA, LA LEGGENDA (PUBME.ME) 2017 -Racconto: VITE RIFLESE antologia UNA BELLA GIORNATA DI SOLE LIBROMANIA (DeAgostini-Newton) 2015 -Racconto “RESPIRO” secondo classificato al premio letterario edizione 2014 “MILLE E… UNA STORIA” e pubblicato nell’antologia del premio. -Racconto “TU NON MI AMI” numero dicembre 2014 rivista internazionale di letteratura e cultura varia “3°m TERZO MILLENNIO” fondata dal poeta-scrittore-saggista professore Carmelo Aliberti. -Racconto "MARTINA VEDE LE COSE" antologia: SOFFIA UN VENTO CONTRARIO - L'IGUANA EDIUTRICE www.monicabauletti.it

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