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RITORNI di Paolo Piccione – recensione di Giuseppe Rando

ritorni

 

Paolo Piccione

Ritorni

Autobiografia di un talloner

Ed.: Pungitopo – Messina 2016

  1.  

     

    È un libro multipolare, ricco di eventi, di volti, di personaggi, di idee, di emozioni, di volizioni, di pensieri, di sentimenti, questo che Paolo Piccione, fiero delle «sfide» affrontate, dei successi conseguiti, ma anche degli ostacoli e dei dolori pervicacemente superati, dà alle stampe con intenti più costruttivi che memoriali. Difatti, il narratore-autore, pur essendo fortemente motivato dal desiderio di ricordare i fatti salienti della sua vita (da studenteddu-pescatore di Torre Faro a Presidente dell’ARS) e di preservare dall’oblio, con la scrittura, la vita delle persone care che non ci sono più, guarda, in effetti, più al futuro – dei figli, dei nipoti, dei giovani cui non va sottratta la conoscenza esperita dai padri – che al passato, negato, d’acchito, come luogo dell’elegia o dello sterile rimpianto, magari caro ai poetanti. Il che basterebbe da solo a suggerire al lettore l’idea che Ritorni si colloca, di fatto, nella strada maestra della grande letteratura, la quale non già a idoleggiamenti formali o narcisistici mira, ma alla conservazione del meglio della vita e alla comunicazione-trasmissione di valori.

    È questo, peraltro, un libro che, come succede di norma alle opere ben fatte degli uomini, assomiglia molto al suo autore: estroverso, generoso, non reticente e tuttavia contrassegnato da grande moderazione politica e umana, nonché addolcito da virile, garbata e talvolta amara ironia. Un libro che denuncia, inoltre, chiaramente, nelle sue pagine fitte ma illuminate dalla volontà del protagonista di «salire scalini», la sua fondamentale ascendenza marinara.

    Non si è mai visto un marinaio, un pescatore che, affrontando il vento, le onde e il corso delle maree, guardi indietro: l’occhio e l’attenzione dell’uomo di mare sono sempre puntati in avanti, sullo scoglio da evitare, sull’ostacolo da scansare, sulla corrente da assecondare, sul vento da sfruttare, sulla meta infine da raggiungere. Né sono consentiti individualismi di sorta sul mare: al contrario, in ogni barca, patruni, omini e muzzu (ragazzetto di primo pelo) lottano insieme, senza differenze gerarchiche o generazionali, uniti e perfettamente solidali contro il nemico comune. Non sarebbe, però, strano se tali attitudini, sociologicamente acclarate, siano addirittura entrate nel corredo cromosomico della gente di mare.

    E Paolo Piccione non fa misteri delle sue origini marinare e della sua educazione marinaresca, condensata negli insegnamenti del nonno, del padre, della madre («Guarda sempre a quelli migliori di te») e iconizzata nella ntinna con i suoi scalini, da lui stesso assunta come metafora della vita. Lo stesso, «forte […] senso di appartenenza a un gruppo», avvertito da Paolo Piccione adolescente sulla spiaggia o sulla barca del nonno a Torre Faro e mai dismesso, è sintomatico della cultura marinaresca locale: non è affatto strano, né puramente scenografico, dunque, il fatto che il suo libro si apra e si chiuda sulla Punta di Torre Faro, presso la casa di «nonno Paolo», di fronte a Scilla.

    Si è che Ritorni, prima esaustiva autobiografia di un uomo politico di governo, e in ispecie di un intellettuale socialista, siciliano che del riformismo «acomunista» ha fatto la bandiera della sua vita e della sua azione politica, scavalca i normali ambiti delle autobiografie canoniche, centrate, di norma, sulla individualità dell’autore (senza particolari concessioni al gruppo, al milieu d’appartenenza), assumendo, peraltro, volentieri i connotati della prosa narrativa, se non del romanzo tout court; anche il linguaggio discorsivo (con parziali aperture al dialetto), del tutto immune dagli eccessi dello «stile sostenuto» (Lejeun), che sarebbe proprio del genere autobiografico, lo distanzia, senza meno, dalle autobiografie tradizionali.

    Vieppiù prezioso si rivela, però, sul piano documentario, il libro ove si consideri che non esistono autobiografie di uomini politici di governo della prima repubblica, laddove il genere pare voglia essere maggiormente praticato dai politici della seconda repubblica: esce in questi giorni l’autobiografia di Michele Emiliano, magistrato, governatore della Puglia, e candidato alla Segreteria del PD, insieme con Andrea Orlando e Matteo Renzi, col titolo Chi non lotta ha già perso. Sono invece di due letterati insigni – sia detto en passant – le recenti autobiografie di Alberto Asor Rosa (L’alba di un mondo nuovo) e di Franco Fortini (Un giorno o l’altro). Nel genere autobiografico spiccano, ancora, com’è noto, le opere di Benedetto Croce, di Edgar Morin, di Francesco Alberoni, di Roland Barthes, di Georges Perec e dell’attualissimo Emmanuel Macron, per citare a braccio e per non dire della Vita scritta da esso del mio Alfieri. Sono questi i più vicini compagni di viaggio – volendo – di Paolo Piccione, il quale, a onore del vero, tiene bene il campo e non sfigura affatto.

    Certo, come tutti i grandi libri, Ritorni presenta diversi piani di lettura. Si legge in primis come un romanzo di formazione (Bildungsroman) per il forte lirismo, giocato su toni più creaturali che nostalgici, che connota la rievocazione dell’infanzia e dell’adolescenza dell’autore: il nonno materno, la mamma («Bravissima ricamatrice, cuoca sopraffina ,[…] apprensiva e protettiva»), il padre (figlio di un contadino di Torre Faro, emigrante in America dal 1907 al 1911, «uomo curiosissimo», dotato di «una spiccata personalità», onorato di una medaglia nella prima guerra mondiale, zelante fascista, brigadiere di pubblica sicurezza infine), il fratello maggiore, Lillo (studente del Liceo Classico La Farina, studioso di Croce, militante della Fuci, antifascista, cattolico e democratico) che lo avviò alla cultura riformista, le sorelle maggiori (Pina e Caterina), la sorella minore, Franca, e tutta la nidiata di amici che lo accompagnò nella crescita culturale ed umana, in quegli anni difficili, in cui i «piccoli del ventennio fascista» erano «abituati a ‘credere, obbedire, combattere’». Sono fortemente risaltati nella memoria del narratore, che ricorda e commenta alla luce della sua esperienza di uomo vissuto, episodi cruciali come quello dei bombardamenti del 1943, lo sfollamento della famiglia Piccione, oramai allocata a Messina in via Porto Salvo, nella casa di Torre Faro, la cessazione della guerra e l’esaltante speranza di un mondo migliore. Quindi, la ripresa degli studi liceali e la fine dell’adolescenza funestata dalla morte della sorella Caterina e dalla malattia del fratello Lillo. Segue il trasferimento di Paolo a Torino, per iscriversi al Politecnico e l’incontro vivificante con l’ambiente antifascista torinese, che lo distoglie dalle tentazioni dell’anarchia avvertite in un primo momento. Il racconto delle letture personali di grandi romanzi e di saggi capitali del pensiero democratico-progressista attraversa, invero, il libro in senso verticale e orizzontale, saldandosi con quello delle predilezioni artistiche e cinematografiche dell’autore, nonché con l’amore inesausto per i viaggi che lo accompagna in tutte le fasi della sua vita adulta. Le vicende personali s’intrecciano, peraltro, in un nesso indissolubile, con gli eventi storici, con le grandi svolte politiche e con il commento “attuale” dell’autore che, da indomito intellettuale cattolico e socialista, fa le sue acute notazioni con un occhio aperto sul presente e sul futuro della città di Messina, dell’isola, della nazione e dell’Europa.

    Tornato a Messina da Torino «tra il ’51 e il ‘52» per iscriversi alla Facoltà di Giurisprudenza, Paolo Piccione si laurea nell’ateneo peloritano nel 1954 e sposa Rosetta nel 1956: si conclude così, più che positivamente, il periodo della formazione giovanile e si apre un’età nuova con allettanti prospettive professionali e politiche.

    Ma s’incunea anche, tra le fitte pagine del libro, il romanzo dell’amore fecondo, positivo, altamente formativo di Paolo e Rosetta, che occhieggia qua e là nel racconto, suggellandolo, di fatto, con una chiusa familiare in cui si narra come i due nonni esultino, il primo settembre del 2016 (tre mesi prima dell’uscita dell’autobiografia), alla notizia che il nipotino Ugo, figlio della figlia, è stato «nominato tra le candidature del Club Tenco». Il racconto dell’amore è fatto senza nulla concedere a romanticherie di maniera o ad ammuffiti perbenismi: colpisce piuttosto la freschezza della rievocazione della genesi (sensuale e spirituale ad un tempo) di questo amore:

    Molti sostenevano che sua sorella Alba fosse più carina, ma quando le conobbi entrambe, sul monte calabrese Sant’Elia, a me piacque subito lei.

    […] Rosetta aveva occhi grandi, neri e profondi, dei bellissimi capelli scuri e una pelle luminosa che non ho smesso di ammirare. Così come non ho smesso di apprezzare in lei l’eleganza, l’intelligenza vibrante e soprattutto quella sua capacità di esserci sempre e comunque, nel bene e nel male, e non necessariamente come pio angelo custode, ma come persona dotata di carattere e presenza di spirito.

     

    E brilla di una intensa luce propria, nella compagine testuale dell’autobiografia, il romanzo familiare di un intellettuale antifascista, cattolico, socialista, riformista che nella famiglia d’origine, prima, e in quella costruita con Rosetta e con i due figli, Antonella e Vanni, poi, ha sempre trovato il giusto nido, la roccaforte in cui ritemprarsi per sempre nuove ripartenze.

    Le pagine che ripercorrono la nascita di Antonella e, quattordici anni dopo, di Vanni sono tra le più limpide nello stile e le più autentiche che sia dato leggere nella letteratura di tutti i tempi e di tutti i luoghi.

    Appena un anno dopo il viaggio di nozze, nel 1957, tenevo tra le braccia la cosa più preziosa che avessi mai visto: mia figlia Antonella. Non so descrivere con esattezza le emozioni che provai quando la vidi per la prima volta, forse perché rimasi assolutamente imbambolato. Diventare padre è una delle esperienze più formative che a un uomo possa copiare di vivere, ma garantisco di non essere stato, sul momento, consapevole. Al primo incontro con quell’esserino vinsero le suggestioni, mentre il sentimento, come spesso accade, si costruì e si chiarificò col tempo.

    E poco più oltre:

    Avevo desiderato tanto un secondo figlio, ma a tutt’oggi non saprei dire se Vanni […] abbia mai avuto totale cognizione di quanto grande sia stato quel mio desiderio: Anche Rosetta era d’accordo con me pure se, già madre di un’adolescente, dovette vivere oltre che gli onori anche tutti gli oneri della situazione. Io, dati i miei molteplici impegni politici e professionali, di mio figlio, per parecchi anni, ho goduto solo gli onori.

     

    Ma Ritorni si legge anche come un ampio, sereno, attendibile saggio politico sul partito socialista italiano, siciliano e messinese, vivificato dall’esperienza diretta, dalla conoscenza capillare dei fatti e dalla moderazione innata – parrebbe – di Paolo Piccione che, nella sua ascesa da consigliere comunale ad assessore, a vicesindaco di Messina, a componente del governo siciliano e a presidente dell’Assemblea Regionale, ha non solo vissuto in prima persona, ma registrato puntualmente tutte le vicende positive e negative del partito di Nenni, dagli anni del primo centrosinistra alla caduta di Craxi, e fino ai nostri giorni. Si dà qui, in altri termini, la possibilità di sentire un’altra campana, un’altra versione sulla vexata questio della crisi del socialismo. Una versione, supportata dalla intelligente intervista finale di Serena Manfrè, che tuttavia non è, né pretende di essere, depositaria unica della verità – la perfezione non è delle cose umane – ma che è certamente oculata ed onesta.

    Pare quindi destinato, Ritorni, a diventare un attendibile documento storico, una tessera luminosa delle complesse vicende dell’Italia postbellica dalla Resistenza alla controversa fase attuale della globalizzazione. Paolo Piccione registra anche i fatti recenti, da giornalista attento e da intellettuale riformista, opponendo la forza della democrazia, della ragione, della giustizia, dell’ideale europeo, alle avventure populistiche e razzistiche ripullulanti in tutto il mondo occidentale e alle seduzioni della sinistra sinistrese che pare non volere riconoscere la lezione (antiscissionistica) della storia. Anche in questa veste storico-politica, l’autore si sottrae tuttavia alla logica del vano rimpianto del passato, e della prima repubblica nella fattispecie, di cui non nasconde gli errori e di cui ricorda tuttavia il difficile cammino fatto sulla via delle riforme e della democrazia.

    Il rigore – ma anche il coraggio misto a pudore – con cui è infine rievocata la disavventura politico giudiziaria di Paolo Piccione, che conobbe anche l’onta del carcere e che, dopo un decennio di calvario, fu assolto con formula piena da tutte le accuse, «franca» da solo la spesa dell’acquisto, come direbbe Contini.

    Talché alla fine, Paolo Piccione ritorna, col supporto di un sogno, alla barca du patruni di nonno Paolo e all’insegnamento della mamma, concludendo con marinaresco orgoglio: «Ho salito gli ‘scalini’ dell’antenna della barca e poi quelli della vita. E quando ho potuto ho anche volato».

     

    Giuseppe RANDO

    (Università di Messina)

 

 

Informazioni su Monica Bauletti

Monica Bauletti, libri@monicabauletti.it Romanzi: -ATTACCO AGLI ILLUMINATI – EDITORE: LIBROMANIA (DeAgostini-Newton) 2014 -L’AMICA PIU’ PREZIOSA - EDITORE: LIBROMANIA (DeAgostini-Newton) 2014 -BERTA, LA LEGGENDA (PUBME.ME) 2017 -Racconto: VITE RIFLESE antologia UNA BELLA GIORNATA DI SOLE LIBROMANIA (DeAgostini-Newton) 2015 -Racconto “RESPIRO” secondo classificato al premio letterario edizione 2014 “MILLE E… UNA STORIA” e pubblicato nell’antologia del premio. -Racconto “TU NON MI AMI” numero dicembre 2014 rivista internazionale di letteratura e cultura varia “3°m TERZO MILLENNIO” fondata dal poeta-scrittore-saggista professore Carmelo Aliberti. -Racconto "MARTINA VEDE LE COSE" antologia: SOFFIA UN VENTO CONTRARIO - L'IGUANA EDIUTRICE www.monicabauletti.it

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