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Mario Rappazzo di Carmelo Aliberti

   Mario Rappazzo

Uno scrittore-poeta e partigiano di Bafia-Catalimita

di Carmelo  Aliberti

Mario Rappazzo nacque a Case Nuove piccola frazione di Castroreale, in provincia di Messina, «mentre – come egli dice – il sole del 3 aprile 1911 tramonta dietro i Nebrodi». Trascorse la prima fanciullezza a Tripi, poco distante dal monte Elicona, dove frequentò la prima e la seconda elementare, e, successivamente, a Messina, fino alla quinta, presso l’istituto salesiano S. Luigi. Venne, quindi, inviato dai genitori nel paese nativo, a Castroreale, rinomato centro di studi, dove frequentò le cinque classi del Ginnasio, e fece le sue prime esperienze poetiche. Rientrato a Messina, interruppe gli studi liceali iniziati al “Maurolico”, proponendosi di continuarli presso l’accademia dell’Arma dei Carabinieri. Ma i tempi erano, frattanto, mutati; non potendo realizzare il sogno così lungamente vagheggiato, si dimise dall’Arma e, conseguita la maturità classica, si iscrisse alla facoltà di filosofia presso l’Università di Messina. Nuova interruzione per la guerra d’Etiopia, alla quale peraltro non prese parte, poi di nuovo gli studi, e poi ancora richiamo alle armi per la seconda guerra mondiale. Albania, Grecia, e infine, dopo quattro lunghi anni di assenza, ritornò, via Jugoslavia, in patria, dove giunse proprio la sera dell’8 settembre 1943. Fatto prigioniero dai tedeschi a Prestrane, a Lubiana riuscì a fuggire dal treno e, a piedi, raggiunse attraverso le Alpi Giulie, l’Italia. Qui, unitosi alle Brigate garibaldine del Veneto, prese parte con il grado di capitano alla guerra di liberazione, fra S. Donà di Piave, Montebelluna, e Bassano del Grappa. Finita la guerra, avendo nel frattempo conseguita la laurea in filosofia e successivamente in lettere, si dedicò all’insegnamento, prima nelle medie inferiori e poi nelle superiori fino al 1975, data del suo collocamento a riposo. Risultato: una croce di guerra al valor militare, una lunga amara esperienza, un grande amore per la vita, una discreta produzione letteraria ed una voglia matta di ricominciare. Narratore, poeta, critico, attivo e appassionato pubblicista, collaborò a giornali e riviste varie, visse a Messina gli ultimi anni della sua vita e dal 1981 al 1989 fu direttore, con il professore Vincenzo Mascaro, del trimestrale di cultura “Prometeo”.

Ha lasciato numerose pubblicazioni: Accordi d’amore (poesie), Milano, Ediz. Poesis, 1933; Fra terra e cielo (romanzo), Roma, Stampa d’oggi, 1964; Le arance amare (romanzo), Milano, Gastaldi, 1966; Kio il mamertino (romanzo), Messina, Peloritana, 1967; Cielo di pietre (romanzo), Bologna, Ponte nuovo, 1968; Liriche a Jo (poesia), Firenze, CDA libri, 1969; Dal piano delle aquile (romanzo), Bologna, Ponte nuovo, 1970; Il volo del gabbiano (romanzo), Messina, Prometeo, 1972; Pirauge (tragedia), ivi, 1983; Il naufragio della ragione (saggi), ivi, 1984; Geometrie eterne (poesia), Messina, A. Siciliano, 1993;

fiamme suiFiamme sui nuraghi (romanzo), Messina, Ed. Parentesi, 1997.  L’opera di Mario Rappazzo, positivamente valutata dalla critica, occupa un ruolo fondamentale ed autonomo nel panorama della narrativa meridionale contemporanea. Dopo le prove iniziali di Fra terra e cielo e di Le arance amare, dove il Rappazzo si appartava per radiografare le condizioni disperate di una terra, premuta dal tallone dell’imperialismo baronale, sofferto con quasi fatalistico abbandono, lo scrittore si è sintonizzato, con Cielo di Pietre, nelle rughe abissali della nostra società, offrendoci una testimonianza allarmante dell’angoscia del Sud, ma soprattutto della crisi che dilania la nuova generazione, sopraffatta dal naufragio dei grandi miti del nostro secolo! In questa ultima opera lo scrittore, sul tracciato estetico di Vittorini, è riuscito a decifrare i conflitti della nostra epoca ed a comporli in una nitida configurazione artistica. Il giovane Riccardo Bonsignore, unico superstite di una famiglia borghese, dopo aver assaporato tutti i piaceri della vita, nauseato decide di uccidersi. Sull’orlo della morte lo ferma Mara, una ragazza intellettuale che di giorno frequenta l’Università e di notte offre la sua bellezza a pochi ricchi. La donna con lucida razionalità risuscita in Riccardo un nuovo motivo di vita che temporaneamente lo distrae dal proposito suicida. Accanto a Mara, nuda nella baracca dove lei vive sulla spiaggia, il giovane si accorge di non provare alcun turbamento sessuale, ma si sente sempre più conquistato dalla purezza interiore di lei, a dispetto del peccato che l’insudicia nel corpo. Il loro colloquio intellettuale si traduce inconsapevolmente in un tenero sentimento d’amore, schizzato ai confini del sesso. È l’incontro di due esistenze sbagliate che, nella dirompente associazione ideale, constatano il fallimento delle loro scelte e lottano per tessere la trama di una vita diversa sui ruderi del loro passato. Riccardo cerca la pace nel lavoro. Mara ora offre il suo corpo, come un oggetto dissociato dal suo essere, e non prova alcun rimorso nel riscuotere la cospicua ricompensa dal commerciante o dall’industriale, perché considera quel denaro frutto di un impietoso sfruttamento. Un assurdo, amaro destino, che si accanisce implacabile sugli inermi, insidia il loro fragile conato di ricostruzione, ma le aride istituzioni di una società ingiusta non incoraggiano il recupero e infieriscono sadicamente sulle cicatrici che si riaprono al primo urto fino alla totale emorragia. In una società, che pone la giustizia al servizio dei potenti, dove anche la verità è condannata a capitolare di fronte all’egemonia dell’opulenza, dove gli innocenti pagano più e forse anche per i colpevoli, in una società miope che si appaga di idolatrare o punire solo le apparenze, Riccardo si rifiuta di vidimare un qualsiasi compromesso.

Allora si accusa di un delitto non commesso, evira ogni tentativo di difesa e, con un atto di globale contestazione, decide di beffare l’irrazionale logica di ogni principio istituzionale, per cui «si fa condannare per il gusto di vedere condannata tutta la società che lo ha cresciuto a sua immagine e somiglianza». Mara, indimenticabile figura di donna, combatte disperatamente per salvare Riccardo, spende tutti i risparmi del suo mercato sessuale con cui covava il sogno di costruirsi una casa sua, ma vede naufragare il tentativo di inseguire una felicità irraggiungibile e, perduta la guerra condotta contro la morale comune per sovvertire la condizione delle sue origini umili, si abbandona inerme allo spietato flusso della vita. Dopo aver visto svanire, come «un punto luminoso» nell’oscurità della notte, la nave che le strappa Riccardo per sempre, infrange la residua possibilità di riconciliazione con la società e si inabissa nel mare sanguigno cancellando ogni traccia del suo breve passaggio terreno. Notevole è la ricchezza psicologica, la carica umana ed intellettuale del romanzo, dove affiora una inedita concezione della religione e della morale, capaci di erigere un inusitato modello familiare e sociale, in netto contrasto col sistema dello sfruttamento e della denarolatria. Un drappello di personaggi, sapientemente disposti ed illustrati, arricchisce la topografia del racconto che si consuma nella cornice di una Messina, sullo stretto scoppiettante di luce e di ira, rastrellata nelle cellule sociali di particolare interesse: dai ghetti, indecorosa realtà di una comunità civile, ai “piper” chiassosi. La narrazione è condotta con estremo rigore stilistico che conferisce alla compagine una notevole efficacia rappresentativa. Le descrizioni naturali si fondono con il processo interiore dei personaggi, acuendone la drammaticità e le riproduzioni, i colori, i periodi, i concetti, i dialoghi, sono scolpiti con equilibrata misura dove trionfa magistralmente la vocazione artistica dello scrittore che raggiunge vertici inconsueti tematico-strutturali e stilistici. Nessun elemento allogeno distrae il narratore, immerso a registrare le contorsioni delle sue creature, e la tragica storia di Mara e Riccardo, una tra le più sconvolgenti della nostra letteratura, è più che un atto d’accusa e non sarà facilmente dimenticata dai lettori. Nella fatica successiva, intitolata Dal piano delle aquile, Rappazzo estende la sua esplorazione nella preistoria degli ultimi anni, alfine di anatomizzare gli addendi dell’angoscia dei due personaggi dell’opera precedente. Per cui i due lavori ospitano relazioni indissociabili e vanno letti, l’ultimo come il rapporto segreto del primo. Ora lo scrittore ha archiviato gli schemi consueti dentro cui si aggirava la sua indagine, riuscendo a prevaricare le delimitate premesse del frammentarismo provinciale per imprimerle risonanze più vaste. La germinazione creativa s’incanala verso un duplice piano di scorrimento: la memoria e il bilancio, tra cui non esiste una lucida demarcazione, ma s’instaura un legame mutualistico che permea l’ordito del racconto, controllato da una cautelata tecnica distributiva. Attraverso il dosaggio strutturale tra tesi (memoria) e arsi (commento filigranato), il Rappazzo riesce a raccordare le sequenze della propria sconvolgente odissea, dove la coscienza è squassata dalla dicotomia tra la fatalistica rassegnazione all’irrazionalità oppressiva e l’urgere di elevate ragioni umane. Il carattere distintivo della memoria è bivalente e suggerisce le definizioni di memoria “storica”, protesa al recupero dell’evento esterno, e memoria “privata”, aperta a catturare le ansie, i cedimenti, le accensioni, le sconfitte di una stagione preziosa della vita. Per cui il sentimento del passato, avvolto nel panno del rimpianto, si arricchisce di più saldi spessori, dipana densi quozienti emozionali fino a convocare nel cerchio esistenziale nuovi, illusori fermenti. Così la pagina annoda la cronaca privata dell’io-narrante all’irreversibile tragedia della guerra e della Resistenza, nella scansione delle cui vicende di orrore, di odio, di vendetta e di morte, il protagonista ricerca le proprie verità morali, spappolate dalla sopraffazione istituzionalizzata. Soprattutto la visione del popolo greco, che non si è prostituito neppure dinnanzi alle catene ed alla fame, in virtù della sua civiltà, riconsegna al capitano-protagonista l’acuminato senso della colpa e l’ampiezza della propria dignità. La voce autobiografica che ispeziona il passato con vibrante progressione, rappresenta, a nostro avviso, la cifra creativa più riuscita, vastamente illuminata nelle sue traumatizzanti contraddizioni, negli idilliaci sogni, nei crolli inarrestabili dentro l’anello della solitudine, nello scettico rifiuto di un’esistenza sbagliata, e si innalza a coefficiente emblematico di una intera epoca, ne diviene lo squillo morale. Il lettore di una certa età non può non scoprire, nella filigrana “noumenica” del testo, un documento che totalmente gli appartiene. Ma sull’onda del pessimismo che s’inarca a trafiggere l’uomo, prende consistenza la figura di Nino disegnata con eccezionale vigore, che rianima le anestetizzate ragioni ideali di giustizia, di libertà e di amore, per riaffidarle incorrotte alla storia. Riteniamo, perciò, di dover individuare nell’io-narrante e in Nino, due peculiari momenti della dicotomia interiore dello scrittore che oscilla tra lo sconforto dinnanzi alla barbarie umana, minuziosamente dipinta nella follia della guerra, e il sogno sempre vivo della palingenesi universale. Juditta costituisce l’altro vertice del triangolo iposonico dell’autore. Creatura sensibile e delicata, morbidamente ritratta nei trepidanti slanci affettivi e nel terrore dinnanzi alla ferocia umana, s’innalza a misura di vita, si tramuta in emblema. Pertanto, enucleata dalla fenomenologia interna dello scrittore, le tre figure acquistano la dimensione di protagoniste della storia del nostro secolo, vittime innocenti di mostruosi fenomeni che si rinnovano, sotto aspetti inediti, nel cammino umano. Quando i vettori tematici scorrono verso la regione spirituale, la penna non si flette in volute retoriche, né s’impiglia in maglie allusive, ma scatta decisamente verso quote di certezze, naturalmente percepite sull’orlo del mistero. Frizzano nel tessuto narrativo altri ritratti, incisi con essenzialità fisico-psicologica, che innestano nello scrutinio cifre integrative. Nessun agente esogeno si inocula nella compagine testuale che avanza verso dinamiche soluzioni strutturali, affrancate da occasionali appesantimenti. Ogni fattore linguistico riflette esigenze di illimpidimento, tese a intagliare un’immagine, un’emozione, un gesto, senza burocratiche accumulazioni, in quel candore primitivo che il tempo non è riuscito a deteriorare. La frase si costruisce senza zone neutre, vocalizzandosi sul valore verbale ed incorpora una tavola aggettivale, scrutinata con traslucida incisività. Così la nota cromatica (o palpito di una sensazione) viene dinamicamente agganciata nel giro del periodo, senza duplicazioni, e l’episodico riflusso sintattico diviene movimento indispensabile per sottolineature determinanti che carezzano l’obiettivo da plurivisive postazioni. L’analogia balza al vertice dell’avvenimento e ingloba quozienti naturalistici che sciolgono il nodo memoriale in esiti di ampio riecheggiamento poetico. Il paesaggio ingloba l’episodio in lucide prospettive, dove la natura, ora docile, ora selvaggia, ora luminosa, ora sferzante, si allaccia al narrato con suggestivo sincronismo. Ne consegue un rapporto con l’oggetto, denso di lirismo paesaggistico. Un’altra sua significativa produzione è Il volo del gabbiano, un romanzo scritto per i giovani delle scuole italiane. La storia è quella di un ragazzo dei nostri tempi, il quale è lo specchio di ciò che accade nella nostra turbata epoca, dove i ragazzi non sentono più la scuola idonea a formarli e comprenderli. Rappazzo, grazie alla sua elevata concezione della scuola, sente il dovere di riportare in un’opera narrativa per i più giovani, i motivi della cronaca quotidiana, che agitano gli animi dei ragazzi, e movimentano la loro esistenza. Sotto questo profilo, quest’opera è un documento vivo e assume impegno civile e sociale. Egli, da buon psicologo, non poteva rappresentare in miglior modo la storia di Fabio, che si sviluppa parallela a quella del giovane gabbiano. Questo parallelismo tra i due protagonisti è ricco d’originalità e reca a tutta la storia un soffio di poesia, rendendola più coinvolgente. Il racconto risulta di una semplicità e leggerezza fiabesca, ma senza riportare a orge di barocco letterario, vista la qualità dei lettori a cui l’opera è destinata. Nonostante ciò, non risulta come una fiaba, o intrisa di quel fatalismo indefinibile tra ottimismo e pessimismo, ma è semplicemente un’espressione simbolica della vita reale. Un pregio fondamentale che caratterizza questo romanzo è l’equilibrio, senza crudi realismi, né esagerazioni sentimentali. Tutto è dosato, perché Rappazzo è uno scrittore di solida fantasia, il quale conosce molto bene le tecniche della lingua italiana, necessaria per raccontare e comunicare gli sviluppi della realtà. Emerge una certa moderna carica di “suspense”, necessaria per venire incontro alla richiesta dei giovani lettori, in quanto nel personaggio di Fabio ritrovano espresse le loro esigenze più segrete. Uno dei meriti di Mario Rappazzo, nella stesura dei suoi romanzi, è «quello scrupolo di scrittore che ha sorretto l’autore» di cui fa cenno Domenico Cicciò nella prefazione al romanzo Kio il mamertino (1967).

È innegabile, infatti, che tutta la sua produzione è caratterizzata da un denominatore comune: “una ricostruzione storicamente fondata alla quale si aggiunge il gusto di una narrazione che saprà trasmettere stimoli di ricerca e di curiosità…”.  Con Dal piano delle aquile, la mappa privata del Rappazzo si popola di segni discriminanti che costituiscono la spia di vicende esterne, drammaticamente strangolate dall’angoscia esistenziale. Castroreale diviene l’approdo clandestino di questo Ulisse, scampato allo sfacelo dell’ultima illusione ideologica e si tramuta in componente mitica in Kio il mamertino, dove il ricordo si scioglie nel rimpianto del paradiso perduto, innalzandosi da microcosmo della mediocrità quotidiana a macrocosmo di indici ideali, e svirgola nell’attesa di spegnersi ed annullarsi nel mormorio sommerso del Longano, allagato dal profumo delle mente e delle mortelle, dal ronzio delle api e dall’oro delle sue ginestre (1972). Già, perché un tratto molto espressivo della personalità di Rappazzo è sempre stato, infatti, la capacità di dosare nei suoi scritti la realtà e la fantasia, i fatti di vita vissuta, impressi nella sua memoria, e la storia. Ed è quello che accade nel romanzo Fiamme sui Nuraghi, di pubblicazione postuma. L’idea di scrivere il romanzo nasce durante un suo soggiorno in Sardegna, incaricato quale commissario di discipline letterarie di esami di maturità. La terra sarda lo affascina: l’aria tersa, i paesaggi incontaminati e quei nuraghi, strane costruzioni immote e remote, custodi di una storia millenaria. Il “nuraghe”, che significa mucchio cavo dall’antica radice “nur”, è costruito per la prima volta intorno al 1500 a.C.. È una torre troncoconica a base circolare, costruita sovrapponendo grandi massi; il suo interno ha la struttura di una falsa cupola “la tholos”, edificata anch’essa sovrapponendo circolarmente pietre le une sulle altre, con i massi di ogni fila leggermente sporgenti verso l’interno, rispetto a quelli della fila sottostante. Questi nuraghi, tutti collocati sulla sommità della collina o ai margini di un altopiano e in ogni caso in una posizione di dominio, nella loro varietà stanno in piedi da 3500 anni, grazie soltanto ad una calibrata distribuzione di pesi. Ve ne sono di più grandi e di più piccoli, a corpo unico, a struttura complessa con più stanze: ma tutti hanno in comune un’arcaica bellezza e una maestosa complessità, oltre la caratteristica di costruzione fortificata a scopo di difesa. La stessa storia della Sardegna è spunto per la sua narrazione. Si racconta che i popoli dei nuraghi erano organizzati in tribù e clan fortemente gerarchizzati e caratterizzati da unità etnico-culturali: erano agricoltori e, soprattutto, pastori e, quindi, portati allo scontro per il dominio di sempre nuovi passaggi per i loro armenti. A capo di questo popolo di pastori, stava un re, un capo, dotato di massimi poteri militari e religiosi che viveva nel nuraghe, la sacra dimora-fortezza intorno a cui sorgeva il villaggio. La storia affascina, e Rappazzo ne è affascinato. Così nel “villaggio” vive Varsu e una storia d’amore, di passione e morte, si muove intorno a lui. Dopo tanti secoli, i nuraghi ritornano a vivere, la descrizione è così felice da far sembrare come vivi i personaggi: il capo Puttulu, Antinu, Lugìa, Lillìa, il protagonista Varsu sembra quasi di vederli muoversi nei boschi, sulle colline, in riva alle sorgenti, nell’intimità delle forti mura di pietra, tra le fiamme che tutto divorano e bruciano tra passione e distruzione. La storia, come la vita e la morte, scandisce il tempo che passa e per Mario Rappazzo il tempo trascorse tra i bagliori della storia, la levitas e la passione dei grandi sentimenti. A questo punto, occorre ricordare la fatica poetica del Nostro, riunita nel volume Liriche a Jo, per rinvenire (nel romanzo stupendamente congegnati sotto paludamenti distesi) i coefficienti connotativi di un discorso, ora contratto, ora bisbigliato, ora acremente gridato, dove la rassegna nominale annota, con frequenti oscillazioni, una ricca gamma tematica e mineralizza l’angoscia esistenziale nei paradigmi più pronunciati; sfilano, attraverso l’immersione sincronica nel tempo interiore, i trasalimenti, i ripiegamenti, gli spasimi del poeta inabissato nel nulla materiale. Il modulo espressivo si carica di proprietà distintive, fissando la materia in un disegno completo ed assorbente. Ma ci preme particolarmente sottolineare la coerenza del Rappazzo che ha saputo, senza sbandamenti, sviluppare nel romanzo i motivi base della sua poesia, caratterizzata dal filone civile, sentimentale e religioso.

Con la raccolta finale Geometrie eterne, che comprende poesie scritte tra il 19geometrie69 e il 1980 e pubblicate postume (1993), ben articolata in tre sezioni, il poeta-scrittore presenta una varietà di temi, di motivi e sentimenti, scanditi dalla classica connotazione di immagini e figure, mobilitate da un’architettura ben calibrata e compiuta dove l’artificiosa oppressione delle ideologie e le mistificazioni consumistiche si mescolano alla dimensione tragica delle distanze metafisiche. Nella prima sezione, intitolata “Io e il divino”, di fronte all’inarrestabile male della storia e alla disperazione dell’anima esasperata e distrutta dalle sterili incursioni delle investigazioni razionali, il poeta tende a individuare un senso della storia e della vita. Ma alla contemplazione desolata dell’eterno, Rappazzo contrappone la valorizzazione della dignità umana di fronte ai dinieghi divini e il recupero dei miti con cui il poeta riesce ad attenuare l’inquieto alternarsi delle passioni e il delirio dei sentimenti incalzato dal riecheggiamento della falsità e della barbarie del nostro tempo. Nella sezione “Io e la vita” Rappazzo, deposto l’orgoglio della rivolta, si abbandona al recupero appassionato dell’amore e degli affetti familiari. Allora l’intatto fervore sentimentale si colora di luce e di catartico splendore, dove passione e saggezza si fondono in inni di entusiasmo esistenziale, in ripiegamento musicale dei sensi nella contingente atmosfera, tipica delle varie stagioni del cuore. Allora sull’immediatezza di un turbamento e di un’eco si dispiega un discorso poetico, dove le «geometrie eterne» innalzano l’anima da pura invocazione a stupefatta meraviglia di fronte al distendersi di paesaggi astrali. Nella terza sezione “Io e la morte”, la concreta meditazione sulla morte si tramuta in tenebre ed orrore, ma anche di serenità e di pace nella forza con cui la parola poetica riesce ad aprirsi al colloquio, dolente, ma virile con il caro ricordo dei trapassati, attraverso cui il poeta riesce a fissare per sempre nella memoria un suono univoco, vibrante di sorriso, che riesce a sostenere il cuore, smarrito all’ombra del pianto delle stelle. Perciò la poesia di Mario Rappazzo si colloca in una linea autonoma nel percorso contemporaneo, che riesce a coniugare la limpidezza e ricchezza concettuale della classicità alla fragilità del sentimento che si misura con le catastrofi della società contemporanea.

Bibliografia
  1. FalCone, Un romanzo di Mario Rappazzo, «Gazzetta del Sud», 09/02/1965; anonimo, Un romanzo di Mario Rappazzo: Fra cielo e terra, «La Tribuna del Mezzogiorno», 04/02/1965; L. vita, Fra cielo e terra, «La Tribuna del Mezzogiorno», 13/06/1965; Due romanzi da leggere: Provincia amara di Borgogno, Le arance amare di Rappazzo, «Battaglia letteraria», maggio 1966; M. FuSillo, Le arance amare, «Corriere di Reggio», 14/05/1966; F. Fiumara, Le arance amare di Mario Rappazzo, «Gazzetta del Sud», 24/05/1966; F. Fiumara, Un romanzo sulla mafia: Le arance amare, «Gazzettino dello Ionio» (CZ), 18/06/1966; L. vita, Le arance amare di Mario Rappazzo, Due forme di società, «La Tribuna del Mezzogiorno», 17/06/1966; M. FuSillo, Mario Rappazzo: Le arance amare, «Battaglia letteraria», novembre 1966; L. CruCiali, Qualche proscitore, «Voce del Sud»; L. Fiumi, Un romanzo di Mario Rappazzo: L’avventura di Kio, il mamertino, «Gazzetta del Sud», 19/12/1967; W. mauro, Cielo di pietra di Mario Rappazzo, «Gazzetta del Sud», 22/04/1969; W. mauro, Rappazzo: Dal piano delle aquile, «Gazzetta del Sud», 09/11/1971; C. aliberti, Cielo di pietra, «Il Meglio», Foggia, 1971; D. CiCCiò, prefazione a Kio il mamertino, Messina, 1972; C. aliberti, Anatomia dell’angoscia, «Gazzetta del Sud», 18/07/1982; C. aliberti, Dal piano delle aquile, «Alla Bottega», Milano, 1972; C. aliberti, Incontro con lo scrittore Mario Rappazzo, «Il punto», Milazzo, n. 4, 1981; A. SaCCà, Mario Rappazzo: La distruzione della ragione, «Mass-media», Rivista bimestrale di comunicazione, novembre-dicembre 1986; M. Cataudella battaGlia, Mario Rappazzo: Il naufragio della ragione, «Rassegna di cultura e vita scolastica», gennaio-febbraio 1987; S. Palumbo, Il laboratorio culturale di Mario Rappazzo, «Gazzetta del Sud», 09/02/1993.

 

Carmelo Aliberti

Informazioni su Monica Bauletti

Monica Bauletti, libri@monicabauletti.it Romanzi: -ATTACCO AGLI ILLUMINATI – EDITORE: LIBROMANIA (DeAgostini-Newton) 2014 -L’AMICA PIU’ PREZIOSA - EDITORE: LIBROMANIA (DeAgostini-Newton) 2014 -BERTA, LA LEGGENDA (PUBME.ME) 2017 -Racconto: VITE RIFLESE antologia UNA BELLA GIORNATA DI SOLE LIBROMANIA (DeAgostini-Newton) 2015 -Racconto “RESPIRO” secondo classificato al premio letterario edizione 2014 “MILLE E… UNA STORIA” e pubblicato nell’antologia del premio. -Racconto “TU NON MI AMI” numero dicembre 2014 rivista internazionale di letteratura e cultura varia “3°m TERZO MILLENNIO” fondata dal poeta-scrittore-saggista professore Carmelo Aliberti. -Racconto "MARTINA VEDE LE COSE" antologia: SOFFIA UN VENTO CONTRARIO - L'IGUANA EDIUTRICE www.monicabauletti.it

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