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SALVATORE QUASIMODO di Caremlo Aliberti

SALVATORE QUASIMODO

SALVATORE QUASIMODO

Nell’altro grande siciliano, il poeta Salvatore Quasimodo (Premio Nobel, 1959), in cui la Sicilia è tragedia storica, perennemente viva nel cuore del poeta, la questione della sua terra è lenita dai dolci ricordi dell’infanzia, dalla memoria degli affetti, dalla bellezza pura e solare della Trinacria, dall’impegno civile che lo fece cantare contro ogni forma di barbarie e di guerra, con un canto sempre teso in difesa della dignità dell’uomo vilipeso, perennemente in cerca di “una patria ideale”, regno della giustizia, della pietà e dell’amore, motivi che, assieme ad altri, percorrono costantemente la poesia del premio Nobel.
Pleonastica o riduttiva ci sembra ogni altra parola. La sua poetica, relativa alla questione meridionale, risulta magistralmente scandita nella poesia “Lamento per il Sud”, scritta nelle riflessioni notturne dietro i vetri di una finestra affacciata sul Naviglio durante l’esilio milanese, a cui si era avviato, proprio per la miserevole condizione della Sicilia, dove, come in tutto il Sud, dilagava la disoccupazione, la fame e l’assenza di ogni possibilità di sussistenza. In numerose altre poesie del futuro Premio Nobel, la terra natale galleggerà senza rotta nella memoria, trasformandosi in lacerante strazio del cuore, attraverso il recupero di ricordi, legati alla stressante vita dei campi dei contadini, o nello stridere delle ruote dei carri lungo le strade, o nel rimpianto dei cari amici lontani di scorribande antiche, come Pugliatti, il futuro Rettore dell’Università di Messina, maestro insigne di Diritto e raffinato musicologo, considerato il primo lettore e scopritore del poeta, a cui nel ’29 dedicò il saggio “Parole per Quasimodo”, e gli altri sinceri compagni, assidui frequentatori de “Il Fondaco” del poeta libraio messinese Antonio Saitta, il poeta dialettale Vann’Antò, Nino Pino, il pittore barcellonese Nino Leotti, ecc., scrittori e poeti rimasti in Sicilia per operare a favore dello sviluppo dell’odiosamata isola, con le armi dell’impegno culturale. Ma il dolore dell’esule per la Sicilia schiacciata dalla questione meridionale, non scaturisce solo perché terra di tanti mali e di lutti fatali, verso cui regna la voluta disattenzione dello stato centrale, che ha considerato l’annessione del Sud frutto di una politica di espansione territoriale dello Stato sabaudo, ma anche utilizzata come colonia, per moltiplicare gli affari commerciali delle industrie del Nord e come oggetto di esose imposte che non potevano essere pagate per mancanza di risorse economiche. In tale contesto schiavizzante, si sviluppò il banditismo inizialmente considerato “buono”, identificato nei contadini che fuggivano sui monti “a dormire sotto la pancia dei cavalli al chiaro di luna e contemporaneamente in tanti giovani, figli di operai della terra, che diventavano fuggiaschi per sottrarsi all’introduzione del servizio di leva, reso obbligatorio, ma nocivo alle famiglie” con tante bocche da sfamare e che vedevano le braccia numerose dei propri figli venir meno al lavoro delle terre, da cui traevano gli alimenti necessari per vivere, costretti a lasciare incolte le terre, Così, i problemi drammatici del Meridione si aggravavano e tutto cadeva nelle mani dei pochi individui furbi e violenti, che ingannavano e riducevano in peggiori condizioni di miseria chi non si era sentito di abbandonare l’isola, la terra delle radici. Anche nella riesumazione del ricordo della figura della madre “Lettera alla madre”, in angosciosa attesa e costante preoccupazione per il figlio, di cui teme una morte lontano dal suo abbraccio, mentre l’orologio appeso al muro in cucina scandisce le ore del dolore, emerge l’aspetto più tormentoso e squarciante di una condizione umana disperata e rassegnata in attesa della morte. Il poeta era nato nel 1901 a Modica, in provincia di Ragusa), seguì il padre capostazione a Messina, dove visse con la famiglia in un vagone abbandonato della stazione tra disagi e privazioni. Nella città dello Stretto, devastata dal terremoto del 1908, riuscì a conseguire il diploma di geometra, ma ebbe anche la fortuna di trovare, come compagni di studi, sinceri amici che sarebbero divenuti grandi intellettuali, tra cui il futuro Rettore della locale università, l’insigne musicologo e Maestro di Diritto, Salvatore Pugliatti, (il “soave amico mi desta/che mi sporga nel cielo da una rupe”) Vann’Antò ( poeta e docente di Tradizioni popolari), lo scienziato poeta Nino Pino Balotta, Preside della Facoltà di Veterinaria), Antonio Saitta, poeta e libraio, benemerito promotore di cultura che nella sua Galleria de “Il fondaco” organizzava mostre di pittura, incontri con i maggiori scrittori e poeti, conferenze di genere diverso, ma soprattutto costituiva il punto di accogliente ospitalità per ogni voce della cultura.
La collegata “Accademia della Scocca” allietava le riunioni e le frequenti escursioni goliardiche dei suoi membri, molto legati tra loro sia per la radicata amicizia, sia per l’inestirpabile mastice dell’incollatura culturale, che prevaleva sugli orientamenti politici di ciascuno. Spesso gli incontri avvenivano nel retrobottega del famoso bar Irrera di fonte alla libreria dell’OSPE, dove si confrontavano diverse e opposte teorie culturali, ma ciascuno approfondiva la consapevolezza del dramma del quarto stato schiacciato, vilipeso escluso e ignorato dalle categorie privilegiate e gozzoviglianti alla corte dei camaleonti dei gestori del potere, che avevano cambiato maschera, ma sostanzialmente nulla era mutato.
Quasimodo, timidamente imbucava nelle tasche di Pugliatti, testi poetici manoscritti, che il Maestro a casa leggeva attentamente, fino a quando regalò al giovane poeta un breve saggio, intitolato “Parole per Quasimodo”, il primo saggio che spianò al poeta le vie maestre del successo, dato dal prestigio goduto da Salvatore Pugliatti. Nel 1919 fu costretto a lasciare la Sicilia per cercare lavoro in terre lontane. Ma le difficoltà economiche continuavano a perseguitare il giovane Quasimodo, che (come si legge in una lettera, riprodotta nel carteggio “Quasimodo-Sorini”, curato dalla studiosa messinese Giovanna Musolino per l’editore Nicolodi di Treviso, chiedeva al Preside sardo, suo amico e interlocutore, la dilazione di una cambiale, (non riuscita a saldare alla scadenza). Il poeta aveva conosciuto il Sorini nel suo breve periodo di lavoro a Cagliari e subito tra i due intellettuali nacque una sincera e solidale amicizia, testimoniata da oltre 20 anni di affettuosa e confidenziale corrispondenza, densa di delicate confidenze e di reciproci atti di mutuo soccorso, come nella circostanza di una cambiale scaduta, per la quale Quasimodo, in gravi difficoltà economiche, chiede all’amico, con umiliazione, una proroga per il pagamento, confessando che la sorte del poeta è una condanna a soffrire. (Carteggio- Quasimodo-Sorini- op. cit.)Anche per l’evidente disagio che accentuava la morsa della solitudine interiore, il suo cuore pulsava sempre sulle lancette dell’orologio appeso al muro della cucina che continuavano senza sosta ad attraversare il tempo trascorso, insieme al ricordo della madre afflitta per la volontaria scelta del figlio di emigrare lontano dalla madre e dalla terra-madre che non riuscirà a cancellare dalle evocazioni del poeta la seducente bellezza della natura, l’aureo splendore dei limoni, le strade selciate invase dal rumore degli zoccoli dei cavalli, lo stridio delle ruote dei carri dei contadini, che all’alba partivano verso i campi da arare, diffondendo nell’aria un canto popolare con voce protesa ad attualizzare nella memoria di esule, l’atmosfera mitica dell’isola per poter far cicatrizzare i crateri dell’anima, generati dallo sconvolgimento dell’esilio.
Nel “Lamento per il Sud”, faceva risuonare, nell’armonia metrica dei versi, il dolore dello sradicato per la sua gente, costantemente schiacciata dalla miseria, dalla fame e dalla schiavitù, strappata dal lavoro disumano e trascinata, come bestie, in mezzo alle paludi di malaria, senza alcuna attenzione umana da parte dei detentori del potere. Un cocente dolore, rappresentato dal poeta in efficaci immagini e nella messa a nudo dai versi, con travolgenti itinerari dell’anima e con la gridata impotenza di essere inerme per poter liberare il Sud, strangolato dai crudeli padroni delle istituzioni.
La Sicilia che affonda sembra destinata a un naufragio fatale e al poeta non resta che innalzare il suo pianto vibrante nei secoli. Quasimodo, poeta “gigante”, oltre che stare assiduamente chinato a osservare, con l’alchimia memoriale, le sanguinanti piaghe irredimibili della sua amata isola e del Sud, si squarcia il petto, come il pellicano che non ha più nulla per sfamare i suoi figli, offrendo ai figli di Sicilia, l’immagine di un cuore squarciato dalle grinfie dei tiranni, come testimonianza della sofferenza che lo lega al Sud. La poesia di Quasimodo rappresenta un altissimo grido di denuncia della questione meridionale, radiografata nei riflessi interiori degli esuli e, particolarmente di un poeta che porta sempre la croce del dolore dei fratelli nella ricerca disperata e vana di nuove radici. La poetica di Quasimodo è concentrata su temi lirico-autobiografici, scanditi fra elegia, mito e impegno civile, credendo che la poesia si trasforma in etica grazie al fascino della sua bellezza, perciò la posizione non può essere passiva nella società, ma le sue immagini forti e soavi pulsano nel cuore dell’uomo, penetrano più di ogni filosofia e della storia e possono trasformare e rifare l’uomo, dopo ogni fallimento, perché la poesia è fede nelle straordinarie potenzialità di costui, che se è sterminatore di tutto con la guerra, è anche anelante di presenza storica attiva, di libertà, verità, di riscatto morale e civile, conquistabili con l’ausilio della poesia, la sola leva che può ricostruire dall’interno l’essere, far deporre gli odi della guerra con la forza dell’amore. 
Quindi, nelle raccolte del dopoguerra, il poeta si sentì chiamato ad arricchire la propria poesia con una maggiore attenzione alla realtà sociale, squarciata dalla guerra e costretta anche a vedere l’incremento dell’emigrazione e della prostituzione, della quotidiana lotta per il pane di moltissime famiglie con l’orgoglioso proposito di collaborare, con gli eterni valori della poesia, a ricostruire l’uomo con il recupero di un’etica frantumata nello scorrere del sangue dei defunti.
Accusato di provincialismo lagnoso e di un immeritato Premio Nobel (accusa proveniente dai denigratori invidiosi, perché lo sconvolgimento dell’uomo a causa della catastrofe bellica e le strazianti conseguenze sull’uomo non era poesia provinciale, né lo era l’uso di un linguaggio ermetico puro della produzione precedente all’uscita della raccolta di “Giorno dopo giorno” (1947), il poeta, dopo il Nobel assegnatogli, pubblica la raccolta “Dare e Avere” (1964), in cui riesce a coniugare il mortale dolore personale con i valori universali della pietà, della solidarietà e dell’amore, tra persone appartenenti a contesti di lingua e ideologia in contrasto e visioni della vita e della società, allora antitetiche, in cui l’uomo solo e agonizzante trova una mano sconosciuta che lo aiuta a guarire in persone lontane e odiate, nelle quali né la guerra, né l’odio ideologico sono riuscite a seppellire l’innato sentimento di pietà, che unisce indissolubilmente e all’unisono il sensibilissimo battito del cuore, perché, come scrive lo stesso poeta, di fronte alla barbarie e altre stragi: “Forse il cuore ci resta/forse il cuore”.

 LETTERA ALLA MADRE

“Mater dulcissima” è una locuzione presente nell’”incipit” e nella conclusione della lirica, composta dal poeta a Milano, in un momento di estremo dolore per il rimpianto dell’isola perduta, che Quasimodo recupera nel ricordo, nello scrigno della memoria le reliquie più care, rimaste aggrappate alla sacralità della figura della madre, congiunta nel testo all’appellativo che la liturgia ecclesiastica attribuisce alla Madonna.
Con commozione sincera e profonda, il poeta esprime un sentimento religioso per gli affetti familiari, in cui i ricordi della fanciullezza trasportano il poeta in un mondo di piccole cose, di oggetti comuni, che ricreano il clima della calda intimità familiare, attraverso cui risulta trasferita la pena angosciosa del figlio lontano nei pensieri lacrimosi per il suo ragazzo inghiottito dalle nebbie di una città, che il poeta sente estranea ed è naturale che pensi alla sua terra. Tuttavia nessuno potrà riportarlo al Sud, da dove partì giovane per sfuggire ad una vita di miseria e flagellata dalla fame, con la consapevolezza che la sua terra non rinascerà mai per poter dare pane e lavoro al suo popolo, inerme per potersi ribellare, senza armi di fronte ai ben protetti dalle armi governative. Nessuno potrà riportare il poeta al Sud, in quelle terre dove ancora si muore di malaria e dove i padroni con i loro soprusi hanno calpestato la dignità dei lavoratori e tanti popoli l’hanno incatenata e appiattita anche nella volontà di ribellarsi. Allora, per poter allontanare il dolore dal suo cuore di esule per l’incompatibilità con una società chiusa nel silenzio, in contrasto con la società meridionale , caratterizzata dalle spinte sentimentali e da altri solidi valori, con la contemplazione di un paesaggio nordico, arido e nebbioso, dove non esiste nemmeno la possibilità di comunicare con altri, in contrasto con la terra abbandonata, una terra dove ancora risuona il canto lamentoso dei carrettieri nelle impervie strade e gli aironi e le gru continuano ad attraversare il cielo azzurro. Anche se confessa di essere ormai legato a quei luoghi in cerca di pane  dove non avverte più il rumore dolce e la stupenda delle onde del mare, né il suono sottile della conchiglia soffiata dai pastori siciliani, perché l’uomo   sogna sempre di poter approdare alla “terra promessa”, perché strappare l’uomo  dalle proprie radici costituisce una ferita sempre aperta, da cui s’innalza il doloroso sentimento per gli uomini del Sud, stanchi di riportare a casa i morti  in terre malsane nelle paludi di malaria, stanchi di essere servi, stanchi di essere umiliati e sfruttati da tanti invasori, che hanno ucciso, spargendo sangue ovunque. Perciò i fanciulli fuggono verso i monti, per proteggere la loro incolumità, lasciando i cavalli fuori dalle stalle, mangiano i fiori d’acacia lungo i sentieri insanguinati, per il sangue versato dai carnefici invasore. Il poeta, con singhiozzante lamento, confessa alla donna amata che gli sta accanto dietro i vetri della finestra della casa dove vivono, che “mai più nessuno lo porterà nel Sud”, verso ripetuto, come una cantilena, con dolore e con alternanti sentimenti che oscillano tra la dolcezza, furore e amore verso la sua terra,per l’impossibilità  del ritorno. In questo testo, il poeta con lo squarcio interiore della diaspora, esprime la fuga di moltissimi meridionali dalla condizione di morte, in cui sono condannati a vivere e a morire nella fame e nella miseria chi è radicato alle sue radici.

    “Mater dulcissima”, ora scendono le nebbie,
    ll Naviglio urta confusamente sulle dighe,
    gli alberi si gonfiano d’acqua, bruciano di neve;
    non sono triste nel Nord: non sono
    in pace con me, ma non aspetto
    perdono da nessuno, molti mi devono lacrime
    da uomo a uomo. So che non stai bene, che vivi
    come tutte le madri dei poeti, povera   

    e giusta nella misura d’amore
    per i figli lontani. Oggi sono io
    che ti scrivo..”- Finalmente, dirai, due parole
    di quel ragazzo che fuggì di notte
    con un mantello  corto
    e alcuni versi in tasca.
    Povero, così pronto di cuore,
    lo uccideranno un giorno in qualche luogo. –
    “Certo, ricordo, fu da quel grigio scalo
    di treni lenti che portavano mandorle e arance,
    alla foce dell’Imera, il fiume pieno di gazze  

                                                                                                                             
    di sale, d’eucalyptus. Ma ora ti ringrazio,
    questo voglio, dell’ironia che hai messo
    sul mio labbro, mite come la tua.
    Quel sorriso m’ha salvato da pianti e da dolori.
    E non importa se ora ho qualche lacrima per te,
    per tutti quelli che come te aspettano,
    e non sanno che cosa. Ah, gentile morte,
    non toccare l’orologio in cucina
    che batte sopra il muro
    tutta la mia infanzia è passata sullo smalto
    del suo quadrante, su quei fiori dipinti:
    non toccare le mani, il cuore dei vecchi.
    Ma forse qualcuno risponde? O morte di pietà,
    morte di pudore. Addio, cara, addio mia
    “dulcissima mater”.

    Da “Tutte le poesie”, Mondadori, Milano, 1960.

 

VENTO A TINDARI

La rievocazione memoriale dei giorni incantati, vissuti con i più cari compagni in Sicilia riaffiorano nell’immacolato ricordo del poeta, invaso dallo straniamento doloroso dell’impatto con una realtà, in cui non riesce a integrarsi, per l’assenza di calore umano e dominata da vento travolgente della dittatura e dallo stravolgimento del “modus vivendi”, privo della dimensione e solidità dei valori, che lo avevano nutrito nella sua terra meridionale. La distanza della lontananza, alimenta in modo più acceso, la fiamma ardente del ricordo. Da tale dimensione interiore, il sentimento d’amore lo trascina istintivamente a oscillare nel soave guscio dell’isola favolosa della gioventù. La poesia “Vento a Tindari”, scritta nel 1929, riflette la dimensione interiore del poeta, che sembra ritrovare, nella cattura intatta del tempo migliore e mitico degli anni siciliani, il salutare rimedio al male di vivere nell’aridità esistenziale della terra lombarda. Nel costante tormento del poeta si possono ravvisare sia le ragioni della fuga della Sicilia (e di tutto il Sud, come Quasimodo estende all’intero Sud il suo rancore per le comuni catene) e la prosecuzione di un destino straziante del doloroso calvario dell’esule (che è uguale a tutti i disperati che hanno cercato in terre lontane il pane quotidiano per sopravvivere), con una tempestosa e irrealizzabile volontà di tornare:

      Tindari, mite ti so
      fra larghi colli pensile sull’acque
     dell’isole dolci del dio
     oggi m’assali
     e ti chini in cuore.

    Salgo vertici aerei precipizi
    assorto nel vento dei pini,
    e la brigata che lieve m’accompagna
   s’allontana nell’aria,
   onda di suoni e amore,
   e tu mi prendi
   da cui male mi trasse
   e paure d’ombre e di silenzi,
   rifugi di dolcezze un tempo assidue
  e morte d’anima.

  A te ignota è la terra
  ove ogni giorno affondo
  segrete sillabe nutro:
  altre luce ti sfoglia sopra i vetri
  nella veste notturna,
  e gioia non mia riposa
  sul tuo grembo.

  Aspro è l’esilio
  e la ricerca che chiudevo in te
  d’armonia oggi si muta
  in ansia precoce di morire;
  ogni amore è schermo alla tristezza,
  tacito passo nel buio
  dove mi hai posto
  amaro pane a rompere.

  Tindari serena torna;
  soave amico mi desta
  che mi sporga nel cielo da una rupe
  e io fingo timore a chi non sa
  che vento profondo m’ha cercato
                     
da “Tutte le poesie”, Mondadori, Milano,1969.

LAMENTO PER IL SUD

Il componimento è diviso in due stanze; nei primi quattro versi è descritto con poche note un lembo di paesaggio che circonda il poeta, in cui egli identifica il luogo desolato nella “luna rossa”, “nel vento”, nella donna che è accanto a lui, mentre dietro i vetri appannati dalle nebbie lombarde se ne sta silenzioso a osservare il lenzuolo di neve su cui rotola quotidianamente la sua vita prigioniera anche dai devastanti fenomeni atmosferici. Il poeta avverte la precarietà interiore del suo vivere, ma grida anche che il destino avverso gli impedirà di tornare e a lui non rimane che far rivivere nel ricordo alcuni “topoi”–simbolo della sua Sicilia, come il suono della conchiglia dei pastori, il frastuono delle ruote dei carri che all’alba portavano i contadini a lavorare nei campi, il carrubo che sembra tremare nello scivolare delle nebbie, gli aironi e le gru che stormiranno sempre nel battito del cuore. Quasimodo sa che ormai nessuno lo potrà aiutare a tornare per la crudele avversità di quello stesso destino che lo ha costretto ad allontanarsi con lo strazio nell’anima, perché il Sud sembra essere condannato per sempre a rimanere sepolto e a subire gli insulti, le persecuzioni, la schiavitù e la morte, per mano delle tiranniche sequenze del dominio di tanti popoli stranieri che l’hanno conquistata con le armi, seminando morti e bevendo il sangue del popolo meridionale, insensibili al grido di dolore e al bisogno di redenzione dal secolare martirio di ogni negazione. L’urlo del poeta risuona come un’altissima denuncia della condizione disperata del popolo meridionale e dei responsabili della sua sorte di disumana genuflessione a ogni sorta di amputazione e scempio della sua dignità. Niente potrà guarire la profonda e dolorosa ferita, causata dalla distorsione della storia che sembra godere dell’accanimento crudele verso chi è più indifeso di fronte agli strali dei dominatori. Come Foscolo che nella poesia “In morte del fratello Giovanni” preconizza che anche a lui il destino non concederà di morire lontano dalla patria, dove tutto rimarrà immutato, mentre i giovani, per fuggire dalle catene dell’oppressione, preferiscono prendere la via dei monti e vivere di espedienti, rinunciando ad arruolarsi nell’esercito pur di non andare a servire nelle loro rapine e misfatti chi li ha incatenati e resi in condizioni di “non homines” sed “res”…  

   La luna rossa, il vento, il tuo colore
  di donna del Nord, la distesa di neve…
  Il mio cuore è ormai su queste praterie,
  in queste acque annuvolate dalle nebbie.
  Ho dimenticato il mare, la grave
  conchiglia soffiata dai pastori siciliani,
  le cantilene dei carri lungo le strade
  dove il carrubo trema nel fumo delle stoppie,
  ho dimenticato il passo degli aironi e delle gru
  nell’aria dei verdi altipiani
  per le terre e i fiumi della Lombardia.
  Ma l’uomo grida dovunque la sorta di una patria.
  Più nessuno mi porterà nel Sud.
  
  Oh, il Sud è stanco di trascinare morti
  in riva alle paludi di malaria,
  è stanco di solitudine, stanco di catene,
  è stanco nella sua bocca
  delle bestemmie di tutte le razze
  che hanno urlato morte con l’eco dei suoi pozzi,
  che hanno bevuto il sangue del suo cuore.
  Per questo i fanciulli tornano sui monti,
  costringono i cavalli sotto coltri di stelle,
  mangiano fiori d’acacia lungo le piste
  nuovamente rosse, ancora rosse, ancora rosse.
  Più nessuno mi porterà nel Sud.

 ALLE FRONDE  DEI  SALICI

Quasimodo è a Milano, quando la città è semidistrutta dal massiccio bombardamento del 10 agosto del 1943. Per le vie la presenza del nemico schiaccia il cuore dei poeti che, a causa delle orribili visioni dei corpi galleggianti nel sangue degli uccisi, di fronte ai fanciulli morenti con un lamento di morte sulle labbra o nel vedere la madre angosciata e vestita di nero, piangendo il figlio morto e messo in croce ai pali del telegrafo. Ora il poeta entra nel canto funebre, continuando con aridi versi a descrivere un cimitero di cari defunti, che hanno lasciato nel cuore un solco più profondo delle devastazioni materiali della città e dimostra una condanna implacabile della guerra, che innalza la poesia di Quasimodo su valori universali, come in tutta la raccolta in cui la poesia è ospitata: “Giorno dopo giorno” (1947), in cui la voce del poeta, oltre che poeta civile, si rivela grande cantore della bellica tragedia umana, come Omero o Kavafis, trafitto dagli spettacoli spettrali della morte che hanno trasformato la città in un cimitero, disseminato di morti “abbandonati nelle piazze”, riecheggiante del lamento dei fanciulli agonizzanti, vittime incolpevoli degli odi umani fratricidi, squarciata dall’urlo delle madri, travolte dal dolore inconsolabile delle madri che si precipitano verso i corpi dei figli giustiziati “al palo del telegrafo” per l’ultimo abbraccio, prima di essere avvolte anche loro dal “nero” della implacabile falciatrice della strage, seminata dall’occupazione nazista di Milano, autori dell’ecatombe brutale per rappresaglia contro il voltafaccia dell’alleata Italia, in cui i poeti vedono e soffrono, insieme alle vittime innocenti, interiormente squarciati dallo sconvolgimento dei sogni d’amore e dal fallimento delle loro speranze di riuscire a costruire la figura di un uomo migliore. 

    E come potevamo noi cantare
   con il piede straniero sopra il cuore,
  fra i morti abbandonati nelle piazze
  sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
  d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
  della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo telegrafo?
  alle fronde dei salici, per voto,
  anche le nostre cetre erano appese,
  oscillavano lievi al triste vento.

PER NON DIMENTICARE

Molti altri autori si cimenteranno a esplorare la drammatica condizione del Sud, ma solo alcuni non si rassegneranno a ritenere irredimibile la terra meridionale delle origini, ma tenteranno di tenere accesa la speranza di un futuro redentivo, riesumando valori atavici, velocemente analizzati, per chi sta dimenticando che “non deve dimenticare” e intervenire con urgenza per salvare il nostro Meridione che affonda nella morte della storia, meritano di essere ricordati: Saverio Strati, grande calabrese caduto in oblio e degno di essere annoverato tra i migliori scrittori calabresi meridionalisti, Fortunato Seminara. Il poeta Danilo Dolci, eroico esempio di un nobilissimo intellettuale triestino, siciliano per scelta e adozione che soffrendo lo stesso delirante tormento, in particolare, del popolo siciliano, tragico emblema dell’intero meridione, indicò, con tanti appelli, la via della rivolta a un popolo schiavo. Ma anche Leonida Repaci con la trilogia dei “Fratelli Rupe”. Ritorneremo sull’argomento, che richiede un considerevole impegno, ma insisteremo a ricordare ai cervelli atrofizzati e agli occhi abbagliati dai multiformi colori delle banconote di grosso taglio che esiste ancora un Meridione “lazzariato” con lacrime scottanti per le inadempienze di un adeguato processo politico redentivo, per restituire dignità e diritto a una vita decente, ai poveri Cristo del Sud.  

CARMELO ALIBERTI

Informazioni su Monica Bauletti

Monica Bauletti, libri@monicabauletti.it Romanzi: -ATTACCO AGLI ILLUMINATI – EDITORE: LIBROMANIA (DeAgostini-Newton) 2014 -L’AMICA PIU’ PREZIOSA - EDITORE: LIBROMANIA (DeAgostini-Newton) 2014 -BERTA, LA LEGGENDA (PUBME.ME) 2017 -Racconto: VITE RIFLESE antologia UNA BELLA GIORNATA DI SOLE LIBROMANIA (DeAgostini-Newton) 2015 -Racconto “RESPIRO” secondo classificato al premio letterario edizione 2014 “MILLE E… UNA STORIA” e pubblicato nell’antologia del premio. -Racconto “TU NON MI AMI” numero dicembre 2014 rivista internazionale di letteratura e cultura varia “3°m TERZO MILLENNIO” fondata dal poeta-scrittore-saggista professore Carmelo Aliberti. -Racconto "MARTINA VEDE LE COSE" antologia: SOFFIA UN VENTO CONTRARIO - L'IGUANA EDIUTRICE www.monicabauletti.it

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