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Un’ invettiva nel cuore di un dittico dialogico Di JEAN IGOR GHIDINA

“So che solo la poesia può intridere di valori alti e salvifici il sottofondo dell’io, cioè del subconscio, dove s’intreccia misteriosamente e magicamente il destino dell’uomo e il futuro di una società sana”

(Carmelo Aliberti – 27.01.2017)

    

Il Poeta CARMELO ALIBERTI

  nel poemetto CARO DOLCE POETA,

Le speranze e i sogni di giustizia sociale, di libertà, di solidarietà e amore

della Resistenza, naufragano nella società consumistica attuale, per il malessere, i il vuoto interiore e la catastrofe dell’uomo contemporaneo.

jean-igor

 Un’ invettiva nel cuore di un dittico dialogico

Di JEAN IGOR GHIDINA

dal volume di versi di Carmelo Aliberti,tradotti in francese dal Cel is dell’Università

BLAISE PASCAL -Clermon-ferrant

Nell’incipit di «Caro, dolce poeta», poema ditirambico scritto fra il 1978 e il 1980, vengono evocati gli anni della seconda guerra mondiale segnati da un lato da una lotta fratricida e dall’altro dall’utopia di un autentico rinnovo della società italiana in cui la popolazione diseredata ed oppressa dal Ventennio mussoliniano si accingeva a prendere il proprio destino in mano, fondando una repubblica democratica. Con l’accenno al romanzo Il sentiero dei nidi di ragno, di Italo Calvino, Carmelo Aliberti palesa l’ambivalenza della lotta armata, insieme micidiale per la gioventù sacrificata e comunque barlume di speranze e di rinascita di un paese affranto. Con la normalizzazione del dopoguerra subentra anche l’abbandono della palingenesi auspicata. I versi sono improntati a un crescendo semantico e metaforico per raffigurare gli esponenti della Resistenza che barattano le armi per un adagiarsi retorico mirante a circuire il proletariato di cui l’interlocutore del poeta, apostrofato da un vocativo, è il simbolo. Nel verso del «patto di Marx con Dio», è lecito intuire il compromesso tra cattolici e comunisti sfociato sulla stesura della Costituzione repubblicana.

Più esplicitamente, le strofe successive indugiano sulla precarietà delle condizioni di vita, sulle tribolazioni del popolo. L’uso dell’anafora «eccoti» insiste sugli effetti devastanti dell’assetto economico-sociale e sullo sgomento del dover emigrare in siffatto frangente. Il lavoratore siciliano interpellato dal poeta assurge a emblema dell’esodo equiparato a uno strazio, donde un susseguirsi di metafore attinenti all’acqua quale vettrice di annientamento dolente scevro di una via di uscita.

L’isotopia dell’acqua liquefattrice ricompare nell’universo alienante e parcellizzato della fabbrica mediante un’immagine iperbolica. L’emigrato interno è rinvilito a uno statuto di mero proletario, di homo laborans che vende la propria forza lavoro al capitale ottenendo dapprima i mezzi di sussistenza e poi l’accesso agognato a un certo benessere materiale. Pertanto, la figura del padrone non viene aprioristicamente vituperata perché è coerente rispetto al sistema socioeconomico vigente e ad ogni modo provvede al reddito indispensabile al proletario il cui accanimento professionale viene espresso dall’epanalessi. Notiamo che tale stilema che consiste nell’iterazione di una parola pregnante sovradeterminata semanticamente e/o prosodicamente sarà una costante in tutte le liriche di Carmelo Aliberti. L’iterativo «lavora» esprime sia l’autoingiunzione del lavoratore-emigrato in cerca di una promozione sociale sia un bisogno impellente introiettato che fa trapelare i nuovi paradigmi. L’epanalessi «poco importa», la paratassi logorroica e asindetica imprimono un moto frenetico alla lunga strofa esprimendo il vortice, la bramosia compulsiva di beni, insomma l’iperconsumo che costituisce l’epifenomeno antropologico del cosiddetto miracolo economico negli anni 1960. Viene individuato il prototipo dell’italiano medio impaniato in una società in preda all’anomia. Non solo questa opulenza cela il persistere dell’indigenza e quindi del divario di sviluppo sul territorio nazionale, ma genera anche il banalizzarsi dell’edonismo presso la gioventù. Il pater familias viene esautorato perché appartenente all’antica società rurale, arcaica e meridionale, senza poter accedere a nuovo statuto procacciatore di serenità. Anzi, a prevalere sono l’inautenticità, la spersonalizzazione, l’assurdità e la solitudine metafisica.

            La classe capitalistica viene sottoposta a una vera requisitoria e, subito, l’anteposizone del complemento «ai padroni » traduce l’insaziabilità, la cupidigia e l’ipertrofia megalomaniaca. In questa strofa prolissa, va osservato che il metalinguaggio che legittima gli orientamenti di questa società lucrocentrica viene sfatato mediante un procedimento di stillicidio paratattico e mediante incursioni in una squallida realtà. I versi assumono pertanto una dinamica polifonica e trasgressiva che desta uno stridore ovvero una dissonanza che addita l’indecenza di un potere finanziario e tecnologico dedito con cinismo a una coreografia conculcatrice dei valori umanisti.

In tale società gangrenata dalla compromissione, la latitanza morale è consustanziale al sistema sia per i sindacati che dovrebbero difendere i lavoratori, sia per gli individui. L’uso della metalessi e l’iterazione di lessie rivelatrici di una mentalità supina mostrano quanto la supremazia dell’azienda sia accettata a ogni livello nella scia dell’indulgere all’amoralità imperante. L’operaio, perfino nel proprio universo domestico, si arrende alla cogenza del sistema che lo defrauda di un logos, di una lingua garante di un’identità consapevole e audace. Sembra che la parola individuale giaccia sotto il peso di futilità. In modo gravemente faceto, la lirica mostra a che punto le risorse fondamentali della vita come l’aria siano nel mirino dei predatori del sistema iperliberale, succubi di un raptus deleterio che approda a una mercificazione integrale. Questa parola, tanto venerata dal poeta poiché essa dovrebbe propiziare uno slancio di fede, di speranza e di amore, si trova agli antipodi del metalinguaggio che condiziona i proletari, affinché accettino senza colpo ferire le misure di austerità che li colpiscono. La sigla SME costituisce a questo riguardo la spia inequivocabile di una manipolazione dell’informazione, favorendo un’infatuazione nei confronti del gergo dei tecnocrati e dei media. Il riferirsi alla catena dei supermercati La standa insiste sull’intreccio fra oligarchie finanziarie e vertici politici, poiché al cittadino animato da un ideale è subentrato il consumatore gregario che compra i prodotti allo stesso modo che vota pedissequamente. L’alienazione consumista va stravolgendo ogni libertà autentica per cui la democrazia sprofonda nella massificazione. La metafora «imbozzolata nella diossina» e l’ossimoro « felice schiavitù » segnano il parossismo di questa lunga diatriba. Il banalizzarsi e l’onnipresenza di sostanze patogene o letali inducono l’impressione di un universo orwelliano privo di scappatoia, nel quale la contaminazione dell’aria, delle acque e della terra collima con l’avvilimento e la sudditanza. La poesia di Aliberti fa riferimento esplicitamente alla catastrofe di Seveso avvenuta il 10 luglio 1976. Una nube carica di diossina fuoriuscì allora dalla fabbrica Icmesa appartenente alla multinazionale svizzera Givaudan, provocando il peggiore inquinamento chimico della storia industriale dell’Occidente. Nonostante le conseguenze paurose di questo tipo di incidente per gli abitanti contaminati, la tecnologia e la pseudo civiltà urbano-industriale puntano sull’amnesia collettiva, propinando surrogati, una distrofia dei consumi che cercano di mascherare le difficoltà materiali delle popolazioni indigenti quanto una vacuità lampante di ideali presso i più abbienti. Il monito pervaso d’ironia evidenzia il fatto che il processo di omologazione secolarizzata della società capitalista si avvale nel contempo di uno sfacelo del tempo interiore che viene sostituito dal tempo cronometrato e sterile in grado di determinare una reificazione inesorabile sia nel posto di lavoro che nell’ambito familiare.

La medicalizzazione ad oltranza è rivelatrice di una società che non rimette in discussione la dimensione eziologica dei mali che secerne. Alla stregua delle pillole di soma ne Il migliore dei mondi di Aldous Huxley, gli antidepressivi mirano a perennizzare una società intrinsecamente patogena. In tale prospettiva, l’importante è che le popolazioni sfruttate e alienate non contestino le molle del sistema iperliberale. Rimane al proletario soltanto l’esito funesto della rassegnazione che equivale a una morte morale. Questo sgomento mortifero si colloca in un orrore quotidiano che ottunde la volontà alterando gravemente le relazioni tra il padre e i suoi figli i quali possono rimproverargli la palinodia rispetto al tentativo di ribellione durante la gioventù. Conviene notare che la paronomasia implicita che abbina il «mostri-giorni » della poesia ai « nostri giorni » della lingua comune sta a palesare lo sperpero del tempo, lo snaturamento di una categoria trascendentale ormai fomite di obbrobrio perpetuo.

Nella seconda parte di questo dittico, l’interlocutore muto del primo soliloquio si rivolge a sua volta al poeta proferendo le parole che danno il titolo alla lirica: «caro dolce poeta».

Di nuovo, i versi insistono mirabilmente sulla sacralità della parola che come in Mario Luzi viene collegata alla luce della verità nella prosecuzione del Vangelo di Giovanni. Tale parola, vittima di ostracismo e come inabissata, lascia comunque delinearsi un bagliore di speranza dalle sfumature escatologiche di fronte a una derelizione inesorabile. Il poeta assurge a vate indefettibile nel momento cruciale di lacerazione interiore e nell’aspettativa di una rivelazione. I versi abbondano di riechieggiamenti biblici che fungono da appigli provvidenziali in mezzo alla tetraggine. Viene proprio a galla una ricerca indefessa di riscatto, per cui la figura di Cristo, lungi dall’essere un deus absconditus, rappresenta il Dio fatto uomo, il Dio salvatore.

CARO, DOLCE POETA

(1978-1980-1991-1999-2013)

Erano i giorni dell’odio e del dolore

sul sentiero dei nidi di ragno

minato di insidie e di sangue

tra bufere di scoppi e di cadaveri

di mani che falciavano i fratelli

per l’insania di sentirsi egemoni

nel labirinto dell’ira e del perdono

di occhi clandestini che inseguivano

vergini allori e caldi seni

fiorivano sogni di libertà e d’amore

Poi nel sole di nuove primavere

deposero il mitra nei rifiuti

ti fasciarono con l’onda dei sospiri

ti ubriacarono con latte artificiale

ti anestetizzarono col mito vegetale

del bene collettivo/

del patto di Marx con Dio

per le pure parallele geometrie

Eccoti tuffato nella pazienza della fame

nel sudario dei campi straziati

sui selciati dell’esilio per l’Europa

assediato dal gorgo delle lagrime

dal sorriso dei figli e delle madri

Eccoti nuotare nelle tossine della fabbrica

incollarti alla catena di montaggio

benedire la mano del padrone

che ti assicura lavoro e farmacia

con la benedizione della madre

che lavora lavora lavora

perché con un salario la vita è dura

liofilizzati chicco pane

milton mister-baby poppatoio

Con l’auto di grossa cilindrata

la casa maiolicata – non importa

in affitto scadenze mutuate

-roulotte tv a colori jeans stagione

week-end di fine settima

ferie liberamente programmate

alle Haway al Polo Nord sulla Luna

non importa non importa non importa

i conti tornano alla boa del mese

i figli con l’Honda la ragazza

chewing-gum barbarie discoteca

non importa il costo della vita che sale

nei ghetti i bimbi morti di Napoli del Sud

non importa l’ombra del padre che rincasa

con il vuoto nel cuore e nelle mani

Ai padroni le materie prime il tuo salario

la mutua la ristrutturazione aziendale

le ville gli arenili le pinete

l’aereo lo yacht le piscine

l’harem il sole industriale

per la ginnastica cerebro-sessuale

è liturgia manageriale sai

costano un occhio devi capire

i sindacati recitano una parte

ti tutelano il diritto al lavoro

ma quando le cifre si squinternano sai, tutto

s’accomoda bustarelle lubrificanti in varie zone

occultazioni di frodi alimentari

concessioni di licenze abusive

estorsioni-esenzioni fiscali

mutui agevolati contributi

rafforzano l’impero aziendale

tutto proprio s’accomoda

in questo secolo di sadici in congedo

devi essere anche tu a fare sacrifici

compila con scrupolo la denuncia dei redditi

traccia croci tra i minuscoli rettangoli

infarcisci con rigore le linee

non lesinare spazio alle chiamate

se non basta scrivi scrivi scrivi

fin su la carta aurea le note

dichiara le cifre di pensione sociale

la disoccupazione gli assegni familiari

il contributo per eventuali funerali

dichiara lo spessore dell’aria che respiri

e poi non tralasciare versa in fretta

fatti i conti l’obolo dovuto

la crisi sarà scongiurata

l’economia riacquisterà salute

la bilancia dei pagamenti equilibrata

nell’alcova della UE saremo uguali

e non importa se il canone impazzirà ancora

non importa se non avrai una casa tua

se i figli avranno ancora paura

di udire la voce dei padroni,

non importa se la ferita sociale produce

morti e ancora morti e ancora morti

follemente massacrati sugli asfalti

delle città bruciate, sulla soglia di casa

dietro i cancelli delle fabbriche

la bistecca ora non manca è disponibile

cosmica surgelata a prezzi comodi

corri all’ipermercato per la spesa

sui detersivi e sulla plastica

avrai forti sconti puoi cambiare

senza anticipo a rate l’automobile

la mutua ti assiste il fegato

ti cura per telefono la cariatide

e tu sei libero libero libero

di vagabondare nei cunicoli di questa città banale

imbozzolata nella diossina di un universo astrale

vagabondare vagabondare vagabondare

per l’Europa e per tutto il pianeta

perché elastica moderna è la catena

della tua felice schiavitù

Non fermare la macina del tempo

sfibrato da scadenze intellettuali

e quando la ghigliottina dell’industria

ti ha lasciato la cervice intatta

non lasciare varchi agli aghi del pensiero

agghindati di abitudini borghesi

di piaceri di diete energetiche di sesso

e se tanto non basta ancora aiutati

con una dose calibrata di psicofarmaci

programmati per la salvezza proletaria

della mefitica tensione alla demenza

Ai figli che contesteranno

il tuo patrimonio di nequizie

e nel ciclone di altre primavere

uccideranno ancora

in preda a un eccesso di demenza

per un sorso di equità e di amore

o per sentirsi vivi nella noia

ai figli che piangeranno nel rimpianto

di non essere nati morti

umilmente dirai che hai agito

soltanto per il bene di loro che crescevano

ai tuoi giorni anche tu

hai comiziato contestato aggredito

i compagni-crumiri i sultani-boia

ma poi hai capito che chi ha fame

con la rabbia urlante nelle viscere

approda solo a vittorie effimere

se non è al timone della storia.

E tu appeso al palo del supplizio

vittima-eroe padre-schiavo

ora dici che è tempo di martirio

s’innalzi sul Golgota del cuore

la croce dei peccati collettivi

s’invochi la clemenza del dio-ignoto

perché il disastro ecologico ci salvi.

E i figli già sazi della tua ignavia,

forse ti malediranno forse ti rinnegheranno

forse pronunzieranno sentenze di morte

per cancellare con te la tua inedia

che ha generato questi mostri-giorni

infiammati di odio e di viltà

Caro dolce poeta, mentre scrivo

sono gli anni degli assassini e delle iene

ora è abbaglio la luce del pensiero

è urlo ammanettato la parola.

Questo secolo feroce ha affilato

i coltelli contro il dio-ignoto.

Cristo è morto, è morto lacerato

sui tralicci del sogno e dell’assurdo

e l’inno nuovo l’inno tintinnante,

dell’amore perduto tra corrive

pareti di crolli e di speranze

dementi nel tuo grido

è sinopia di quell’avventura

sognata all’alba nella tua officina

per te per me per un nuovo futuro

sul frontespizio della tua poesia

Ora nella foresta buia

il passo della giustizia è illividito

dal segno della morte

l’idillio della libertà si è smorzato

tra i dissidi di Opulenza e Amore

Ora si è dissolta la fierezza

di starti accanto nell’agonia

della genuflessione e del pudore

io e tu siamo allo spiedo della storia

e questo giorno promesso paradiso

per noi dietro mitiche bandiere

si fa cronaca del monologo col cielo

in questo riarso capitolo di storia.

Già la pieta scava crateri nel cuore

dove non sai se scendere o salire

e il rogo il rogo spaventevole il rogo

è pronto tra prigioni di demenza

a incenerire il tuo dramma e il mio

con i falò dell’inappartenenza.

Caro dolce poeta,

la frontiera che scruto oltre le ciglia

già straripa nell’anima che brucia

il tempo dell’attesa

nella terra rossa con le sue ferite

impastata di sangue e di ingiustizia.

Ora ti scrivo per chiederti perdono

ho tradito ho tradito ho tradito il tuo soave-dio

per i fatui malefici feticci

di questa disumana civiltà

Già la nube dell’apocalisse incombe

sulla luce degli occhi e della storia

già la lava del tempo urla l’ora

di verità-verifiche assolute

e io ti giuro rinnegherò il mio dio

distruggerò nell’arena il bue-d’oro

e abbraccerò il fuoco del cilicio

quando nelle parole del silenzio

mi parlerà il senso della tua

vera libertà”.

Informazioni su Monica Bauletti

Monica Bauletti, libri@monicabauletti.it Romanzi: -ATTACCO AGLI ILLUMINATI – EDITORE: LIBROMANIA (DeAgostini-Newton) 2014 -L’AMICA PIU’ PREZIOSA - EDITORE: LIBROMANIA (DeAgostini-Newton) 2014 -BERTA, LA LEGGENDA (PUBME.ME) 2017 -Racconto: VITE RIFLESE antologia UNA BELLA GIORNATA DI SOLE LIBROMANIA (DeAgostini-Newton) 2015 -Racconto “RESPIRO” secondo classificato al premio letterario edizione 2014 “MILLE E… UNA STORIA” e pubblicato nell’antologia del premio. -Racconto “TU NON MI AMI” numero dicembre 2014 rivista internazionale di letteratura e cultura varia “3°m TERZO MILLENNIO” fondata dal poeta-scrittore-saggista professore Carmelo Aliberti. -Racconto "MARTINA VEDE LE COSE" antologia: SOFFIA UN VENTO CONTRARIO - L'IGUANA EDIUTRICE www.monicabauletti.it

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