Lascia un commento

Sebastiano Saglimbeni

Sebastiano  Saglimbeni

sebastiano_saglimbeni_foto

 

Sebastiano Saglimbeni è nato a Limina (ME) l’11 aprile 1932, vive a Verona. Ha insegnato per molti anni nelle Scuole Medie Superiori materie letterarie. È giornalista pubblicista dal 1973. Il suo esordio poetico risale al 1950, quando aveva appena conseguito la Licenza ginnasiale, nel suo paese nativo, Limina, una comunità nella provincia di Messina, sopra il versante ionico, allora di circa tremila anime.

Un esordio di versi endecasillabi e settenari, mai editi, ma che circolavano, scritti con la penna ad inchiostro o con la matita, tra i compagni, pure autori di versi. L’influenza arrivava un po’ dai canti popolari, un po’ dalle letture dei poeti, dei quali si apprendevano a memoria alcuni dei loro testi.

Passeranno alcuni anni e Saglimbeni si stabilirà a Messina, dove proseguirà gli studi per la Laurea in materie letterarie. Contemporaneamente lavora come educatore all’Istituto “A. Cappellini” della città dello Stretto. La città vantava sin dalla fine dell’Ottocento un proliferare di periodici, di varia cultura. Alcuni duravano a lungo, altri chiudevano battenti in breve tempo. Nel 1958, l’insegnante di Lettere Antonio Migliardo aveva fondato il periodico di letteratura “Eco”, dopo l’esperienza di un altro, sfortunato, dal titolo “Selene”. Su “Eco”, Saglimbeni pubblica due sonetti nel dialetto del suo paese, dedicati ad un amico e parente.

Il tono è classico, l’ispirazione è virgiliana, quasi ricalcata sui primi esametri della prima egloga. Così, in uno dei due sonetti, l’esordio edito di Saglimbeni che poetava:

Tu, caru Giuvanninu, stinnicchiatu

ti stai all’umbra di li nuciddari,

gudennu la friscura e sii biatu

cu li sacchetti chini di dinari.

 

Seguono altre collaborazioni al periodico con testi in lingua. Ma ci muoviamo nell’ambito di un esercizio della scrittura poetica di Saglimbeni, che nel 1961, alcuni mesi prima della laurea che conseguirà a Palermo, pubblica con la casa editrice musicale di Ancona, Farfisa, una silloge di versi dal titolo E non ho pianto. Qui il lirismo risulta accentuato e qualche testo accattivante viene scelto in antologie scolastiche di un certo rilievo.

Da allora l’itinerario creativo si va intensificando nel Nord del Veneto, dove Saglimbeni si trasferisce ed insegna, con la pubblicazione di altri titoli poetici e prosastici. Giovanni Occhipinti[1] nel suo saggio P(r)o(f)eti dell’Isolamondo compie una puntuale lettura della poetica di Saglimbeni (non tralasciando di accennare alle prose de I Domineddio, de La ferita del Nord, di Portellarossa e della commedia in tre atti Le vergini sono in vetrina). Il saggista, a proposito della silloge E non ho pianto, si esprime così:

(…) Siamo insomma alla preistoria della poesia di Saglimbeni, poeta, con molti altri dell’area messinese, della “diaspora”. Il lirismo, in questo primo tempo, non è che la misura di uno strazio esistenziale e della necessità di inseguire sensazioni e percepirsi nei ricordi a verifica che si esiste ancora o che da qualche parte si è esistiti… è insomma un momento del ritorno, pur attraverso le illusioni degli affetti, alle presenze care e perdute, ma anche alla storia o di un luogo-microcosmo ancora generoso, nonostante tutto, di elementi vitali per una biografia interiore e dell’anima ove attenuare l’angoscia di una condizione esistenziale talora insostenibile: “ non ho detto ad altri / che dormono sui letti di bambagia / le mie angosce / per chiedere la mano…” (E non ho pianto).

Ma si dovrà giungere a I martiri hanno l’acqua in bocca, le poesie scritte tra il ’61 e il ’64 e pubblicate nel ’65, per scoprire un poeta la cui pacata e sicura forza interiore proprio di chi ha molto cari gli ideali e in odio profondo i compromessi. La storia è già presente, in questo libro, nei delitti e nella nera miseria della guerra, ma l’attenzione e l’assillo del poeta sono rivolti al culto di una vivissima religio larica che egli può custodire solo dall’interno di una tradizione contadina mai rinnegata e anzi rigorosamente custodita per tramandare ogni umore come qui, in Morte subitanea, dove egli non rinuncia neanche a certe espressioni della parlata siciliana: «Tua madre contadina accolse la malanova / sulle colline del tuo paese: guidava le mucche nell’aia / e stramazzò gridando / ed atterrì le bestie». Ma è anche manifesto qui il disegno del poeta di tenere viva la spiritualità della gente di Limina, quella antiavvento dei mass-media che operarono ed operano irreversibili processi di livellamento linguistico, a quei tempi ancora ricca di colore e di tradizioni: intendiamo l’epoca in cui, nel microcosmo liminese, non ancora appunto profanato dai mezzi di comunicazione, le parole avevano dentro l’anima dell’uomo e non, come oggi, la fredda “malizia” delle macchine; quando avevano dentro il potere e la forza della sapienzialità della gente di campagna e non la beffa, non l’astuzia, non l’inganno del consumismo; quando avevano ancora dentro l’amore per la sopravvivenza della specie umana e non l’odio dell’oppressione e della distruzione. Saglimbeni sente questo preciso dovere morale di serbare per sé e per la sua gente ancora angoli edenici come per un’ultima speranza di sopravvivenza:

… le tue vecchie

sedute sopra scanni di agavi

dentro scialli antracite

e vesti color d’erba/ di calamo fino (…)

 

Miste ad onde di lana

filavano le stoppe

e davano occhiate

smarrite al loro mondo

che finiva all’orizzonte

d’una croce greca

del vecchio campanile

(“Antica Limina”).

 

La campagna, la natura sono sempre partecipi della vita dell’uomo, sono l’immancabile scenario dove afflitti protagonisti del dolore e dell’esistenza sfilano e si dissolvono lungo gli itinerari di lontane mete: sono i personaggi della “diaspora” che vanno con la disperazione nel cuore ma anche con l’idea fissa e l’ansia segreta del ritorno, del “nòstos”:

Fatemi andare. Prenderò

un ramoscello di gelsomino

che metterò all’occhiello

della mia vecchia giacca di poeta

    (“Sarò un disertore della mia terra”)

 

motivo quasimodiano che tornerà più tardi, diversamente e più incisivamente espresso in Catàbasi e lezione d’umiltà. Ma dove meglio si apprezza l’originalità del poeta, vuoi per le nuove acquisite capacità di invenzione vuoi per l’abilità di manovrare e dirigere la scrittura poetica, e in Resistenza alla terra gibbosa, il libro pubblicato nel ’69, scritto dal ’65 al ’68 e che tratteggia con molta efficacia la fisionomia di questo primo tempo di Saglimbeni, ponendosi come conclusione di un ciclo e preludio di una nuova e più significativa epoca della sua poesia, nella quale però persistono, sia pure su altri più complessi e notevoli registri, quei motivi e temi di sempre. Di questo libro colpisce, specie nella parte introduttiva, l’andamento narrativo tipico del racconto biblico, nel quale è tentata, attraverso l’oggettivazione dei personaggi – si badi alla figura alquanto suggestiva di patriarca-profeta – una sorta di genesi ironica e amara e perciò inconclusa, o, se vogliamo, l’antigenesi di una famiglia, che per esteso è la grande famiglia degli uomini dediti alla terra, e che alla fine deve fare i conti col solito antieden e con la solita sorte malavogliana (ma anche ebraico-biblica) che conduce inevitabilmente alla diaspora e quindi alla contemplazione del “nòstos”: alla nostalgia! Ecco, è qui la spinta emotivo-esistenziale primaria che muove tutta la poesia di Saglimbeni la cui “anarchia” non è che ricerca irritata e delusa per l’“assenza” appunto del Deus absconditus; non è, come già appare sin dalle prime battute, che fervore deluso ma non per questo sconfitto. Si comprendono allora l’umanissima rivolta del poeta, però con tutto il rispetto per la storia di Cristo, o certe impennate e sfuriate contro la trascendenza ridotta alla stregua di un dio della terra, a divinità campagnola che in effetti non esiste se non nel credo di una religione semplicistica e naturalistico-contadina che tuttavia ha il merito, unita alla credenza quasi infantile dei premi e dei castighi, di legarci ancora al Dio nascosto. Ma in tutto questo si coglie anche il presentimento e la pena per l’esodo dalla campagna, favorito dal miraggio del miracolo economico e dalle agevolazioni alle industrie del Nord a discapito dell’agricoltura del Sud.

Si comprende perciò perché protagonista di questa poesia è la terra (nel senso soprattutto di luogo di origine) con tutto ciò che di autentico resta all’uomo. Nostalgie, affetti, traumi, fatiche, umiliazioni, fame qui scorrono sul filo di ininterrotte e discrete reminiscenze che bene si adeguano alla semplicità di un dettato che sa finalmente scuotere l’intelligenza del lettore: e in queste reminiscenze le stagioni della campagna non sono che le stesse stagioni dell’uomo, eroe «della terra gibbosa».

Sempre cara tuttavia, anche dopo la fuga al Nord.

La corda sempre tesa dell’ironia diviene allora sintomo di un processo di adattamento. Di ora in avanti la poesia di Saglimbeni, sino al più recente Catàbasi e lezione di umiltà, seguirà due direzioni: quella del ritorno e della fedeltà alla religio larica e quella della direttiva, accesa, pungente, dissacrante ironia nei confronti del nuovo ambiente, al quale egli si accosta attraverso un penoso processo di opposizione/ adesione. Cosicché, in “Un’egloga” per la primavera veneta, il poeta potrà affermare:

… Per ora

laggiù la terra gibbosa ha dato

occhi ai rovi che sentono il grido

lancinante delle pernici innamorate…; e più oltre, in chiusura:

 

… E i fiori

del lino e della ginestra

me li sono porti qui, nella piana

veneta, esilio (la mafia silenziosa

non ha canne mutile), nel cui cuore

m’inabisso ogni giorno, e le contadine

dal viso di pece e dal naso arabo,

e mia madre: sono reliquie, i miei santi.

 

Mentre invece, in “Purezza veneta”, ecco l’atteggiamento ironico e provocatorio del poeta quale è possibile cogliere nella demitizzazione sistematica del nuovo ambiente:

La tua purezza

un tramonto effimero

come le cose belle:

eri fiore di giglio

che s’apre vergognoso

al tepore d’aprile

lusinghiero; o, in Nord/Sud:

 

Però questo ve lo debbo sputare

negli occhi: che cosa ci fate

dietro al sedere delle vostre sorelle?

A Messina e a Reggio, sotto Roma,

i fratelli fanno vigilanza

alle mucche, ma vanno a salire

su altre di razza veneta….

 

Era inevitabile che, cacciato dal Nord e dal Sud «Bandito dal Nord e dal Sud. Sono

un uccellaccio di bosco. Ma questa sera

mi sono messo a scrivere con una penna

strappata alle ali strappate»

(“Lettera a Francesco Concini”),

 

concludesse l’amaro canto di poeta della diaspora, questo Saglimbeni di gran lunga il meno integrato e il più irrequieto, col recupero di quei canti popolari che occuperanno poi un loro preciso e autorevole spazio nella sezione dedicata ai canti popolari liminesi in Catàbasi e lezione d’umiltà, il libro più nuovo e certamente uno dei più originali e validi delle ultime stagioni poetiche italiane: una “storia” “narrata” col distacco di chi in definitiva sente l’amara inutilità di avviare un dialogo, di stabilire un rapporto affettivo-sentimentale con la terra-madre, con la propria matrice lontana. Ancora, insomma, il sentimento del tempo che, tra presente e passato, tenta le tappe di una geografia sentimentale che non ha più chiare le coordinate dell’approdo al luogo del ritorno. Il poeta non si illude sulle possibilità di un ritorno fisico, sa del resto che non è questo ciò che più conta, essendo per lui Limina più che il luogo geografico dei natali il luogo dello spirito, la dimensione perduta e vagheggiata di un mondo come ormai inesistente, forse come esistito; è certamente il luogo che aveva visto nascere e morire ogni ideale: c’era stato il crollo dei sogni e quindi la constatazione del fallimento sociale oltre che individuale, il naufragio dei progetti anche politici. Un bilancio, dunque! È narrato attraverso i personaggi-destinatari della sua lettera-poema con tutto il rammarico per l’approdo, invece, inatteso e non voluto alla falsa realtà del nostro tempo. E c’è poi quel suo modo dimesso, seppure risentito, di dire intorno all’antica condizione del Sud:

    «non come laggiù dove piove

sopra gli aborti delle messi

e l’acqua impotente di giugno

è come sterco nel pugno…»;

e ancora:

«Era meglio sorella che tu restassi

laggiù tra l’orzo nano

di giugno e le spighe

magre e miserabili

del grano…».

 

Sebastiano Saglimbeni sa ovviamente, con la discrezione propria del tono parenetico, come comunicare al lettore i propri sentimenti e come condurre una polemica; e quel suo “far cronaca” en passant, il fatto, la notizia buttati giù come occasionalmente nel corso di una chiacchierata spontanea, alla buona, familiare rendono gradevoli persino talune “cordiali malignità” letterarie. È forse qui il fascino di questo rapido “racconto epistolare”, dove ancora disamore, indiscrezioni, risentimenti, nel loro calcolato succedersi o alternarsi, consentono uno spaccato della realtà del mondo però vista attraverso l’ottica dello scetticismo ironico. Il discorso poetico, sempre fortemente didascalico nello stile e nel procedimento discorsivo, potrebbe continuare all’infinito a rivolgersi ai due interlocutori presenti nel “tu”: al personaggio femminile e al mondo; e del mondo il poeta diviene, talora, la stessa cattiva coscienza! Tra fughe e ritorni, i temi scottanti almeno degli ultimi due decenni della nostra storia vi sono trattati in sordina e senza ricorrere all’aggressività propria del linguaggio di derivazione avanguardistica e sperimentale: qui semmai lo sperimentalismo si potrebbe far consistere nella novità e originalità della “parlata” che ha tutto il sapore e la pastosità del linguaggio che trae i suoi umori più suggestivi dalla matrice isolana e dalla civiltà contadina. Nessuna violenza alla parola: l’umorismo discreto, la forza ironica che Saglimbeni deriva dalle cose come dalle situazioni storiche, sociali, spirituali e di cronaca trovano nell’incisività della parola, nella singolarità della sua sintassi, nella “parlata” con inflessioni non di rado di tipo quotidiano plebeus, la forza e l’originale constatazione di una civiltà divenuta inaccettabile ed anche – ecco la doppia valenza del linguaggio di questo poeta – il desiderio del ritorno al luogo dei miti, sempre vivo nei poeti cosiddetti della “diaspora”. E in questo senso deve essere interpretata la passione che induce (si veda l’ultima parte del libro) al recupero dei Canti popolari liminesi anonimi: nel senso cioè di un ritorno amoroso a una tradizione che non si vorrebbe avviata all’estinzione e in quello della contemplazione appassionata e commossa, da un luogo sperduto dell’“esilio”, di uno stato naturale come eden, come impareggiabile spazio dell’Amore. Ricco di inventiva, Saglimbeni ama dirigere le proprie energie emozionali verso scenari che gli restituiscono ancora una volta l’immagine cara della sua Sicilia, sia essa la Sicilia di Teocrito o anche la Grecia di Omero: come qui, in Suono per la tenera fronda (Edizioni del paniere, 1979), dove la figura di un padre-pastore errante, che è anche maestro di affetti, il poeta, e la figlioletta, interlocutrice innocente di un dialogo amabilissimo, sono gli unici protagonisti di un “racconto” permeato di finezza psicologica da rasentare la «favola poetica». La memoria è il veicolo e il pretesto delle “fughe” e dei “ritorni” nel passato mitico, che però Saglimbeni trasferisce nel presente per farne luogo degli affetti rivisitati, delle emozioni vissute: è ancora la campagna, è ancora la civiltà contadina, ancora l’infanzia. E su tutto l’ombra di un’evoluzione/involuzione, di una (in)civiltà sospetta perché legata a una lunga storia di illusioni e di inganni. Non meravigliano perciò le sfumature amare di queste «favole poetiche» anch’esse destinate a corrompersi insieme ai protagonisti. In fondo è questo il significato dei sintagmi “ninnoli industriali”, “tempo eversivo”, “volatili tecnici” e altresì della chiusa finale col ritorno a immagini care e umili – ma quanto dense di colore! – del dialetto siciliano così sempre vivo in Saglimbeni come la stessa terra di Sicilia.

L’epilogo non poteva avere scenario più autentico e familiare:

«Sta carusicchia dormi ‘nta sti vrazza

si stutunu ‘nto cori li marizzi…».

 

Dopo Catàbasi e lezione di umiltà, prefato dallo scrittore Paolo Volponi, Saglimbeni ritorna ad interrogare il lettore con il titolo La volta del libro e dialisi (Milano, Guanda, 1984), con introduzione di Roberto Roversi. In appendice al titolo, viene ristampata la silloge Suono per la tenera fronda.

Ancora Occhipinti scrive un profilo su La Volta del libro e dialisi, che appare nel saggio L’ultimo Novecento[2], (Foggia, Bastogi, 1993) ripreso successivamente nell’altro saggio Le confuse utopie[3] e completato con un’aggiunta riguardante, una delle ultime sillogi, Chronicon (Verona, Edizioni del Paniere, 1990) introdotta da Giulio Galetto.

Sebastiano Saglimbeni è tutto nell’epigrafe whitmaniana che apre il suo La Volta del libro e dialisi (1984): «chiunque umilia un altro anche me umilia / e tutto ciò ch’è stato fatto a me ritorna / infine». E non poteva essere diversamente: da laico, egli ha scelto una parafrasi biblica che certamente Walt Whitman ha costruito sull’eco del «discorso della montagna». Qui, il poeta intraprende un cammino interiore e ineluttabile più lucido, meno emotivo di quelli compiuti nei libri precedenti. E se qualcosa rimane ancora, è il sentimento dell’amarezza. La memoria non conta più, adesso: il tempo perduto è irrecuperabile; la ragione dell’infanzia non è più il mito identificabile nella terra lontana e nella lontananza degli affetti: storia di vicende cruente come cruenta fu del resto la guerra che travolse, con la Sicilia il mondo intero:

«Perché sdradicarvi

a Portellarossa, fondicello delizia. O

ardervi se il pico non vi può: vi pota

vi educa, invece?

Ricrescerete ad onta rigogliosi…».

 

Le allusioni al dopoguerra, alle miserie, sono qui racchiuse in metafore dense di storia privata e universale. Semmai, la Sicilia, in questa poesia – la Sicilia più sanguigna e pregnante – è nella tendenza del poeta a conservare la “ parlata”, quasi per un antico rispetto alla parola d’ambiente, della quale Saglimbeni ha saputo fare buon uso in certi suoi racconti e anche in Catàbasi e lezione d’umiltà (1979). Non meraviglia allora la forma dialogica affabile e vivacizzata da termini mutuati dal lessico siciliano («non li faceva passare»: non li promuoveva alla classe successiva: «trubuliatu»: tribolato). Siamo al discorso che ci riporta alla civiltà contadina. Che però, in questo libro, vive, semmai, nello spazio della civiltà della macchina: è un’occasione per riflettere sull’attuale civiltà, così come dall’attuale civiltà il poeta dirige certe sue riflessioni sull’antica civiltà contadina. Questo vuol dire che ha aggiornato i suoi registri tematici e stilistici ponendo su un piano di compresenza l’area contadina della sua terra e l’area industriale: il serbatoio di illuminati e illuminanti proverbi e il serbatoio di veleni tecnologici. E tuttavia, egli è un integrato suo malgrado anche se per sé serba uno spazio ideologico e di lotta come per una sua privata e onesta contestazione (o adesione a quei princìpi che furono di Francesco Lo Sardo, un suo conterraneo e “sua” creatura, avendolo riscoperto all’attenzione della Storia). Semmai, quanto resta in lui dell’antica sapienza contadina viene qui sviluppato in pensose riflessioni, subito risolte in toccante sapienzialità, tanto che si potrebbe parlare di un salmismo saglimbeniano con funzione codificante-decodificante. Da un lato il poeta codifica aspetti di realtà e momenti di esperienza legati alla tradizione e al colore della terra-stagione, dall’altro li restituisce alla lettura, alla meditazione e alla sfera emotiva altrui. Se infatti nel primo Saglimbeni, protagonisti erano la terra e il mito della terra-isola, adesso protagonista è l’uomo della terra. Perciò cogliamo un’ansia nuova in questo poeta, ora molto meno ironico e tagliente di prima, anche perchè nel frattempo si è fatta strada la necessità di una mutazione salvifica che sembra sottrarci dalla perfidia del quotidiano e dei tempi:

«l’occhio s’alimenta

persino di ciò che selvaticamente

rompe ed è

spia ai limiti del perfettibile».

O ancora:

«… ma una natura non tutta

è sbagliata: nel taglio la lettura

del gusto e viceversa…».

 

(“Domanda-risposta”). E questo a sottolineare il suo splendido salmismo.

Sulla pagina culturale del quotidiano Gazzetta del Sud, Carmelo Aliberti, si soffermava su Chronicon[4], con l’intervento seguente:

Con Chronicon, recentemente edito con prefazione di Giulio Galetto e disegni di Ernesto Treccani nelle Edizioni del paniere fondate dallo stesso poeta, Sebastiano Saglimbeni, nato a Limina (Me) ed operante a Verona, incide più profondamente la sua inconfondibile orma creativa nella storia della poesia dei nostri anni.

Senza variare la traiettoria del suo “viaggio” dentro l’arcipelago realistico del suo dettato, Saglimbeni opera un più verticalizzato processo di interiorizzazione, ormeggiando all’ascolto degli echi di una sua tutta interna e segreta storia, il ritmo travolgente della progressione del tempo che il poeta affianca per poter sinotticamente cogliere gli impulsi di antiche storie, le pause impolverate delle veglie, delle fatiche, delle ansie e degli aneliti contadini, flagellati dalle nuove barbarie della civiltà tecnologica, nel suono antico del quotidiano, che riemergono dalla immancabile ferita del profondo, con il guizzo di un verso inaspettato dall’assediante rifrazione bisbigliata, della presa di coscienza del dissolvimento delle assolute certezze, della crudele tregenda dell’effimero contingentismo.

Le liriche che compongono il volume sono prive di titolo e si susseguono con scansione numerica, come le impronte geometrizzate dell’interiore catabasi saglimbeniana sempre più dentro le viscere del destino delle creature della sua terra, la Sicilia, dove l’autore nei ritorni stagionali continua a ritrovare icasticamente inciso nella galassia della memoria

«come lacrimano

frutti e alberi d’incompiuto»

(pag. 15) e dove le partenze si distorcono in «spartenze» dalla poesia del paesaggio di una vita felice, metabolizzata nelle aeree scansioni dell’anima, anche se i percorsi della nuova storia continuano a registrare come

«… s’annera

la cronaca e si lotta l’agguato

della calura, il malessere addosso

come un tronco pesante»

(pag. 15). I frammenti lirici, condensati nelle sezioni “Partenza-spartenza” e “Gli abissi del vizio” sono incominciati da un “epilogo” e corredati da da un’appendice che ospita la traduzione (curata dallo stesso poeta) della famosa Egloga IV di Virgilio, simbolicamente utilizzata come emersione dell’eterna utopia del poeta di una mai ripudiata palingenesi.

In realtà, le tessere delle pulsioni liriche di Saglimbeni, che sembravano sventagliare nelle fasi più travagliate nella sua anabasi verso le terre del Nord, dopo il più recente soggiorno estivo nelle aree delle radici, possono essere ricondotte ad un’unitaria architettura strutturale, in quanto inguaiano in una sorta di diario intimo il sotterraneo fiume dell’inesausta tensione della riflessione sul male e sul dolore, sulle tossine, insomma, che avvelenano i nostri giorni, ma anche il riaffiorare di una mai necrotizzata fiducia nella «volta del libro», cioè nelle umane occasioni della scrittura come strumento gnoseologico delle più misere verità esistenziali o come dialisi soterica all’imperversare del «cianuro del tempo» o come impegnativo stimolo al recupero di una scintilla della folgorazione escatologica.

All’interno delle proiezioni effusive dell’io, sempre più rastremate in rapporto alla precedente produzione e concentrate attorno ai rapporti di rispecchiamento osmotico tra l’io e le cose, tra la causalità degli eventi e tangibilità segnica delle stagioni, tra l’arcaico strangolamento socio-economico del Sud che non varia nella febbrile nostalgia dell’esilio (alla cui croce continua ad essere suppliziato l’uomo del Meridione per il continuo accatastarsi di errori e di colpe contro cui il poeta Saglimbeni ha sempre lottato), e la cicatrice civile e morale che si protrae a sgocciolare assieme alla non superflua perforazione inquisitoria contro le oscure forze che determinano i mali dell’anima.

Sulla scorta della lezione lucreziana, che lo pilota all’interno dei materici labirinti del mistero della natura, e con il sostegno dell’insegnamento virgiliano che permea la sua riflessione di riecheggiamenti polidirezionali e globalizzanti all’interno dell’oscillazione della storia, la poesia di Saglimbeni si carica di una contenuta, quanto amara denuncia del dramma universale dell’uomo e particolarmente della condizione di emarginazione e di indifferenza verso il secolare dipanarsi della tragedia del Sud, allora si può cogliere, dentro le effrazioni straziate dalla pagina del poeta, i sussulti disperati della mai avviata soluzione della “questione meridionale” assieme al sapore di ubriacatura della battaglia resistenziale, inesorabilmente vista da Saglimbeni nei risvolti disumanizzati di ogni ideale aspirazione:

«… spense la nuova

luce degli alberi…»

(pag. 63); per cui anche

 «… si ritrassero le api,

non vollero uscire a fecondare»

 

(pag. 63), a sigillo degli «abissi del vizio» della storia, di cui il poeta ha ripercorso i capitoli idealisticamente più fulgidi o riarsi, senza tuttavia smarrire la capacità di far vibrare ancora «suoni per la tenera fronda», cioè versi d’amore per gli affetti domestici e, più in generale, un inno alla gioia di vivere per le generazioni future, la devozione per la sublimità sentimentale, l’attrazione per le molteplici, morbide voci della natura, il fascino di un’era mitica scoperta attraverso la poesia di Virgilio e riproposta con il candore di una recuperata gioia, in simbiosi con i più alti perenni valori della vita:

… Bambino,

incomincia a conoscere la madre, dal riso. Inizia,

 bambino: a chi non ha sorriso al suo sangue

non ha mense di Dio. Né letto di una dea (pag. 68).

 

Poesia collegata emblematicamente da un coerente filo tematico e da omogeneità di afflato lirico, che possono sintetizzarsi nella calzante definizione di «poema dell’anima», attraverso cui Saglimbeni ha “letto” sia le biologie minime dell’alfabeto esistenziale, che il senso recondito e oracolare di un frammento della storia attuale che si dilata e scava dentro orizzonti cosmici, alla ricerca e nella necessità del bisbiglio di un inedito sentimento religioso della vita.

 Si configura, così, la tecnica elaborativa del verso di Saglimbeni, calibratamente ancorato ad un dettato epigrafico che s’informa, sia dell’icastica sinteticità descrittiva, che di sinergiche e trasvolanti allusioni agli scenari percettibili o surreali dei significati, sia dello schiudersi a squarci di dolorosa confessione, che dell’evolversi tematico dentro l’ermetica, apparente ruvidità lessemo-stilematica, più evidente dove il poeta elabora bilanci sugli eventi della storia o pudicamente si isola nell’entropia del proprio irrisolto, e forse pessimisticamente irrisolvibile nodo del proprio pungente dolore, ma, in realtà, vibrante di personali tessiture emozionali, percorse dalla ben dosata duratura delle implosioni poetiche.

Particolarmente adoprate risultano, nell’impaginatura dei versi, alcune figure retoriche, tra cui “l’enjambement” di diverse liriche, mediante la separazione concettuale delle correlazioni sintagmatiche, serve non solo a prolungare la pausa ritmica oltre la scansione tecnica, ma anche a paradigmare, con più cesellata fissione, i motivi oggettuali, avvolgendoli in più coinvolgenti iterazioni liriche. Frequente è anche il ricorso all’epanidiplosi, particolarmente trasparente nelle pagg. 60-61, dove l’iterazione all’inizio del verso dell’ingrediente terminale contrappone il passaggio dalla scansione del soliloquio sentimentale con un indeterminato alter ego lirico, all’abbordaggio del dolore della storia listata di sopraffazioni e di lutti, di offese sociali e di stupri ideologici ed etici, ad ulteriore conferma dell’elevata funzione di sollecitazione e di denuncia, ma anche di edificante progettazione, di cui la poesia, attraverso il ben noto ricorso al «correlativo oggettivo della negatività», può essere ancora capace.

La prosa

Alla seconda esperienza poetica del 1965, I martiri hanno l’acqua in bocca, Le favole e la guerra, segue, a distanza di due anni, nel 1967, quella narrativa con le prose I Domineddio (Bologna, Ponte Nuovo, 1967) con il sottotitolo, “Il vino di padre don Mario” e “Gli accelerati del ’64”. Ne scrive una breve nota di introduzione lo scrittore trevigiano Giovanni Comisso. Queste prose sono state ristampate dall’Editrice Fonema di Spinea-Mestre nel 1989.

Nel 1973, Saglimbeni, mentre alimenta la vena poetica, licenzia il romanzo La ferita nel Nord (Parma, Guanda, 1973). Seguono i racconti Portellarossa, dal sottotitolo, Mandrazzi, l’Officina del corpo (Verona, Città del sole, 1983); Operaie d’amore (Verona, Edizioni del Paniere, 1985) illustrate da Ernesto Treccani, con una ristampa nel 1991; Cronache del poeta (Verona, Bonaccorso, 2002) con disegni di Paolo De Pasquale. Resta inedito il romanzo Caminito amigo, scritto nel 1990, ambientato, nella sua prima parte, in Argentina, a Quilmes, e nella seconda parte, a Verona. Sulle prose I Domineddio, Alberto Alberti, uno dei primi che scrisse sulla genesi poetica di Saglimbeni, scrive su “La Riforma della Scuola” una sua nota. Ma prima, dopo un quadro sulla scuola, “l’altra scuola”, parla di altri due libri, Un anno a Pietralata di Albino Bernardini e Le ragazze dell’Alberone di Lia Giudice entrambi editi dall’editrice fiorentina La Nova Italia. Si senta Alberti:

I Domineddio di Sebastiano Saglimbeni è un libro in tre scansioni, la prima, delle quali (quella che dà il titolo) eppure è quella che artisticamente ci sembra più riuscita, è tuttavia di minore importanza per il nostro discorso odierno. Viene da ricordi non remoti di un paese siciliano, intessuti di piccoli fatti municipali, sull’impalcatura sociale in stratificazioni di tipo feudale. Ed è materia sanguigna che ti dà la misura di quanta strada c’è ancora perché si attinga a livelli di civiltà e di cultura.

Le altre due parti (“Il vino di padre don Mario” e “Gli accelerati del ’64) toccano più da vicino il problema della scuola in particolare, nel momento in cui i piccoli comuni dei Peloritani fecero salti mortali (e lo sappiamo per esperienza personale) per aprire anche “sezioni staccate” di scuole medie, onde garantire a migliaia di ragazzi la possibilità di fruire di un diritto che la Costituzione aveva sancito fin dal 1946.

Qui Saglimbeni ha fatto la sua esperienza umanissima e sofferta.

Giova subito avvertire che l’intento suo non è quello di scrivere un’opera pedagogica. Invano perciò cercheremmo suggestioni di questa natura. L’autore segue una sua ispirazione artistica che lo porta felicemente a sfiorare temi scolastici. Sono i temi del primo contatto con la scuola, la ricerca di una collocazione, l’andare avanti e indietro per treni accelerati; sono anche i temi della miseria di una zona depressa, dei motivi di liberazione che un’insegnante un po’ diversa cerca in un bicchiere di vino, della volontà di recupero che può avere un allievo del manicomio criminale: tessere e frammenti di un mosaico di fondo, quello costituito dai problemi di cultura e di impegno civile che conosce una società in crescenza, gravata ancora di pregiudizi e di disagi ma vogliosa di scuotersi e di muoversi verso atmosfere più respirabili dove le condizioni ufficiali non siano di ostacolo all’esplicazione delle possibilità interiori di ciascuno.

Su I Domineddio (2ª edizione) una concisa nota di Giulio Galetto appare sul quotidiano “L’Arena”[5] del 25 luglio 1989:

«(…) I Domineddio, un testo composto di tre prose che, pur dotate ciascuna di una propria autonomia, si relazionano quasi come i capitoli di un romanzo che elabora in forma narrativa una materia insieme documentaria e autobiografica». Il libro uscì nel ’67 con una prefazione di Giovanni Comisso che diceva fra l’altro: «Bozzetti efficaci, originali, che risentono, certe volte, di quelle descrizioni di Vittorini in Conversazione in Sicilia (…)». L’orizzonte di un paese siciliano, in una zona montana del messinese aspra e isolata, colto negli anni dei cruciali cambiamenti che segnarono il dopoguerra, è restituito con l’immediatezza di una prosa ruvida, tutta diretta ed esplicita, insofferente di significati sottintesi e di abbellimenti formali, scorciata con impennate e scarti di sapore naif. Si incidono così le immagini di una umanità povera, condizionata da consuetudini arcaiche, ma già capace di respirare l’aria dei cambiamenti, l’insostenibilità delle antiche divisioni fra “cittadini” e “viddani”, fra domineddio e “jurnatari”. Sono immagini che, dopo l’affresco generale della prima prosa, diventano sfondo della più individuale – ma ancora socialmente emblematica – vicenda del giovane professore che va a insegnare fuori paese, che si scontra col grottesco conformismo di modesti domineddio, che si dibatte con i nodi di un confuso ma umanissimo “privato”. È un libro che richiama, per il bilicarsi fra documento e narrazione, certi ricordi vittoriniani e, per i filtri psicologici, certi echi quasimodiani; è un libro che risuscita anche i fantasmi del neorealismo: datato, certo, da una rude, non spenta vitalità.

Su La ferita nel Nord, senza alcuna nota introduttiva, a firma, sono state scritte solo alcune recensioni di Giorgio Saviane, di Manfredo Anzini e di Giuseppe Piccoli.

Per le prose di Portellarossa, Giovanni Occhipinti, che le prefaziona scrive: «(…) Ricordi con una loro quasi drammatica inesorabilità, brucianti come l’incubo o come un trauma che tarda a sanarsi. È da questo stato di sofferenza che l’autore può muovere alla ricerca di un’identità, che ritrova nella figura del padre (…)».

Per Operaie d’amore, il prefatore Gualtiero De Santis, scrive: «C’è per intanto il valore di necessità dell’oggetto rimembrato. Nel caso di Sebastiano Saglimbeni, le immagini luminose di queste donne, povere e semplici, e però dedite agli altri (familiari, collettività, poveri), rivelano il paesaggio dell’infanzia e, al suo interno, l’equilibrio umano e morale che ne ha governato le linee. Vibra insomma un’intima transitività tra le figure della monaca, della maestra, della sorella e la situazione di chi scrive: che non è solo psicologia, nel senso di un’incertezza personale, e non solo riferibile al clima dominante, ideologico politico storico, che ha oscurato la speranza di intere generazioni …)». Su Cronache del poeta, ultimo lavoro in prosa, si può leggere una breve e concisa recensione di Giulio Galetto.

Non esiste, se si vuole, ancora uno studio veramente mirato alla scrittura prosastica di Saglimbeni.

Sulle traduzioni, riguardanti le Bucoliche, Le favole (quelle fedriane) e le Georgiche, si contano alcune recensioni, tra cui Giulio Nascimbeni, Gianni Giolo e Giulio Galetto scrivono sulle Bucoliche, Davide Mattellini e Galetto sulle Favole. Beniamino Placido scrive sulle Georgiche.

 [1] G. oCChiPinti, P(r)o(f)eti dell’Isolamondo, Giannotta, Verona, 1981.

[2] G. oCChiPinti, L’ultimo Novecento, Bastogi, Foggia, 1993.

[3] G. oCChiPinti, Le confuse utopie, Sciascia editore, Roma-Caltanissetta, 2003, pp. 86-87.

[4] C. aliberti, “Gazzetta del Sud”, Messina, 13 novembre 1991.

[5] G. Galetto, I Domineddio di Saglimbeni, “L’Arena”, Verona, 25 Luglio 1989.

Carmelo Aliberti

Informazioni su Monica Bauletti

Monica Bauletti, libri@monicabauletti.it Romanzi: -ATTACCO AGLI ILLUMINATI – EDITORE: LIBROMANIA (DeAgostini-Newton) 2014 -L’AMICA PIU’ PREZIOSA - EDITORE: LIBROMANIA (DeAgostini-Newton) 2014 -BERTA, LA LEGGENDA (PUBME.ME) 2017 -Racconto: VITE RIFLESE antologia UNA BELLA GIORNATA DI SOLE LIBROMANIA (DeAgostini-Newton) 2015 -Racconto “RESPIRO” secondo classificato al premio letterario edizione 2014 “MILLE E… UNA STORIA” e pubblicato nell’antologia del premio. -Racconto “TU NON MI AMI” numero dicembre 2014 rivista internazionale di letteratura e cultura varia “3°m TERZO MILLENNIO” fondata dal poeta-scrittore-saggista professore Carmelo Aliberti. -Racconto "MARTINA VEDE LE COSE" antologia: SOFFIA UN VENTO CONTRARIO - L'IGUANA EDIUTRICE www.monicabauletti.it

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: