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GIOVANNI VERGA e la questione meridionale – di Carmelo Aliberti

 

GIOVANNI VERGA e la questione meridionale

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Nasce a Catania da un’antica famiglia di proprietari terrieri, il 2 settembre 1840. All’inizio studia con maestri privati, tra cui il sacerdote liberale Antonio Abate, da cui trae l’insegnamento patriottico, trasferito nelle prime due opere del ventenne scrittore: Amore e patria e i Carbonari della montagna e successivamente pubblica Sulle lagune.

Nel 1963 abbandona gli studi di giurisprudenza, per dedicarsi totalmente al giornalismo e alla letteratura. Nel 1965 si trasferisce a Firenze, dove vivevano raffinati scrittori e incominciavano nuovi fermenti linguistico-letterari, dove conosce Dall’Ongaro, Prati, Aleardi, Capuana, e dove scrive due romanzi, “Una peccatrice” e “Storia di una capinera”, di ispirazione tardoromantica, riscuotendo un soddisfacente successo. Nel 1971 si trasferisce a Milano, dove trionfava la Scapigliatura che prediligeva tematiche di autodisgregazione esistenziale, in un contesto di iniquo sviluppo capitalistico correlato al vertiginoso progresso della rivoluzione industriale, che si rifletteva negativamente sui figli delle famiglie neoarricchite, che sceglievano la letteratura per rappresentare la loro crisi interiore di fronte allo sfruttamento selvaggio dei loro padri verso generazioni di disperati. Inoltre, i giovani scrittori, delusi della società egemonizzati dai loro padri, si lasciavano corrodere e morire per alcolismo o uso di sostanze topiche. Frequenta attivamente i migliori salotti della città e stringe amicizia con De Roberto. Inoltre, convoglia le nuove esperienze di vita e di arte nello sviluppo di tre romanzi: Eva, Eros e Tigre Reale. Conosce Zola e Flaubert e, sulla loro visione del romanzo, progetta un nuovo ciclo narrativo, secondo i canoni del Naturalismo, di cui i due scrittori francesi furono, assieme a Maupassent, i maggiori interpreti in narrativa. Verga si mostrò subito interessato alle nuove teorie dell’estetica naturalista che aveva avuto in Francia il primo esempio nelle opere di Zola, ed in tal senso esemplare era il romanzo di Nanà, la storia di una prostituta, ritratta secondo il codice tecnico e strutturale del Naturalismo: la “race”, “il milieu”, il “moment”. Il romanzo veniva costruito e letto, secondo una metodologia induttiva-deduttiva, cioè con procedimenti scientifici e darwinistici. Ma, mentre i naturalisti optarono per la scelta rappresentativa del disfacimento morale e della sconfitta inarrestabile dell’alta borghesia industriale per effetti naturalistici, Verga, introdotto alla specifica conoscenza della tecnica narrativa del Naturalismo da Capuana, che in Italia ne fu il massimo teorico della conversione in Verismo della lezione naturalistica d’oltralpe, scelse come protagonisti della sua tastiera tematica, progettata nel “ciclo dei vinti” ( I Malavoglia, Mastro don Gesualdo, La duchessa di Leyra, L’uomo di lusso e L’onorevole Scipioni ) un ciclo di 5 romanzi che avrebbero dovuto rappresentare la “schiera dei vinti”, in tutte le categorie sociali, riuscì a comporre solo i primi due, mentre il terzo “La duchessa di Leyra”, lo interruppe all’inizio del terzo capitolo, continuato postumo dal critico Gino Raya, il maggiore curatore delle opere di Verga. Ma l’attenzione dello scrittore si interruppe, dopo la condivisione del destino di miseria, la partecipazione afflitta e consapevole allo straziante e irredimibile dolore alle vittime del potere e della miseria, da cui era stato umanamente contagiato, fino a divenirne il compassionevole cantore. La scelta di denudare gli scottanti e insanabili mali esistenziali e storici dei derelitti, fu determinata dal contesto storico dell’Italia postunitaria, per lo scrittore che si era entusiasmato alle idee patriottiche elargitegli da don Abate e si erano consolidate nelle sue prime opere di ispirazione filopatriottiche e nella fondazione di un settimanale politico: “Roma degli italiani “. Anche lui, trafitto dalla sua vocazione umanitaria di scrittore, ma anche di rappresentante di una egemone borghesia terriera, non riusciva a sopportare le disumane angherie che continuavano a subire i poveri, i miserabili, gli umili, gli schiavi della gleba, eternamente flagellati dai detentori del potere di ogni tempo e, ancora di più dopo il conseguimento dell’unità d’Italia, per la quale molti meridionali si erano immolati, beffati da tante promesse dimenticate. La consapevolezza della barbarie dei nuovi gestori del potere nell’Italia Unita, lo spinge a scrivere, nell’ultimo ventennio di ermetica solitudine, il dramma “Dal tuo al mio”, in cui è incisa la convinzione ontologica dell’egoismo dei più forti, sempre attivo nel torturare gli inermi, per soddisfare un insano e cieco cinismo del potere. La sensibilità umana dello scrittore, che si sente accomunato al destino delle vittime, da una vita di sconfitta, per aver capito l’irrazionalità dei comportamenti umani sulla terra, che impedirà al fratello di abbracciare il fratello povero, stroncò in lui i residui frammenti di illusione, per cui l’esistenza non concederà agli oppressi e discriminati, nemmeno la leopardiana utopica illusione di un abbraccio universale tra le creature umane, per riuscire a resistere uniti e consolarsi di fronte allo strazio del male di vivere. La solidarietà umana è destinata a tramontare e la terra continuerà ad essere dominata “dall’atomo opaco del male”. Ogni pagina verghiana è grondante dei mali della “questione meridionale”, intrisa di momenti di estremo pessimismo, ma i valori che lo scrittore evidenzia nella vita della società del Sud continueranno a sopravvivere fino a quando la ruota della storia non invertirà la sua rotta.

 

Con il Taine e con Zola, dalla Francia proviene la lezione maggiore di questo nuovo modello di arte che, proprio con il verismo e le correnti realistiche successive, contribuì a rappresentare e a far capire la questione meridionale nella Letteratura, attraverso cui gli scrittori diedero un notevole contributo, non solo con la denuncia di tanto dolore, di quanto sangue, frutto di atroci soprusi, fosse allagato il Sud, ma anche per l’opera di sensibilizzazione che gli scrittori veristi e post-veristi esercitarono sulla classe politica, nel senso di sollecitare a un maggiore impegno, per un processo di re­denzione delle plebi meridionali.

Così come Zola, Flaubert, i fratelli Goncourt, Maupassant con le loro opere e lo studio del proletariato e sottoproletariato francese, in Italia, la nuova corrente, si divulgò soprattutto per merito di Luigi Capuana, inne­stata su un contesto storico, dove la borghesia era lanciata in una fase di decollo; lo stesso Capuana e Verga non credettero che il positivismo con la tesi del progresso scientifico, potesse risolvere gli storici problemi della questione meridionale e si convinsero sempre più che le classi subalterne fossero irrimediabilmente condannate a un perenne fallimento. Ma le iden­tità tra naturalismo e verismo non sono solo del metodo scientifico, in maniera generica; in effetti, nello zollano metodo dell’imper­sonalità, per cui il romanzo sembra essersi fatto opportunamente da sé, senza l’intervento dell’attività creativa dell’uomo (frutto perciò di un fissa formula ripetibile) nel verismo di Capuana e Verga, i personaggi, anche se attraverso un gesto, una parola, un atteggiamento, uno sguardo, un segreto si avverte la posizione dell’autore che segretamente agisce per tra­smettere invisibilmente al personaggio le sue illusioni, i suoi sogni, le sue delusioni, la sua mentalità e la sua visione negativa e statica del destino, sotto le sembianze impercettibili della neutralità.

Per cui, i personaggi dello scrittore catanese, generati da un ambiente di iniquità e di soprusi, si sentono vinti dalla storia, dominata da una classe borghese poco illuminata, e dal destino non rischiarato dalla fede nella manzoniana Provvidenza. Per tale motivo in Verga la questione meridiona­le, con l’applicazione dello strumento del metodo apparentemente fotogra­fico, acquista il sapore di una enorme denuncia storica, che finirà con l’in­fluenzare ogni altra modalità di lettura dei problemi meridionali, sia sul piano letterario e politico e, se al suo tempo, sollecita l’attenzione della cultura radiografica di quella realtà, nel secondo dopoguerra, registra il nascere, negli anni Cinquanta, della Cassa per il Mezzogiorno per cercare di avviare almeno a soluzione qualche problema della società meridionale. In realtà molti furono i miliardi, ma molto errata la direzione di spesa, in gran parte a causa di un mai defunto sciacallismo clientelare economico-politico. Ma con Nedda in Verga, vale la pena di sottolineare che, se esistono le forze che frenano ogni slancio evolutivo, per il prevalere di una società pa­triarcale, nel giovane Alessi, polo positivo dei Malavoglia-figli che con la sua paziente accettazione alla fatica incarna una rassegnata visione positiva del lavoro, si può cogliere il simbolo di tutti i valori della civiltà contadina, ma anche la possibilità di vincere ima battaglia che sembra perduta, con le armi della fatica, della fede e dell’amore.

Dall’altra parte, nella giovane Lia e nel giovane ‘Ntoni si possono indivi­duare i problemi della devianza, determinata da un mancato sano adegua­mento ai tempi nuovi e, soprattutto, per la mancanza di griglie politiche valide, che avrebbero potuto far dirigere in senso risorgimentale la loro storia di squallore morale e di peccato.

Ambedue, perciò, cadono vittime della società consumistica, dopo esser­si ribellati alla civiltà d’origine, di cui erano totalmente impregna­ti. Il soffio dei tempi nuovi, delegati sulla questione meridionale, li ha resi nuove vittime innocenti dei responsabili annidati nel potere politico che si sono dimostrati cinicamente insensibili ai delicati problemi del Sud, dove Nedda, invece, s’impone come l’eroina vittima di un modello di vita, vestale dei valori familiari e destinata, per pudore o vergogna, all’eroico sacrificio della propria esistenza in miseria.

Occorre evidenziare l’importanza nella rinnovata coscienza umana ed artistica di Verga della novella “Fantasticheria”, (una lettera indirizzata ad una elegante signora del bel mondo, amica dello scrittore che, venuta per qualche giorno ad Acitrezza, fugge via, chiedendosi come mai sia possibile vivere in quel triste e ripetitivo angolo di mondo),che può considerarsi l’esplicito manifesto della questione meridionale, dove l’autore in prima persona, alla compagna venuta dal Nord, con tono invocatorio e lacrimoso, addita le sanguinanti piaghe del Sud con lacerazione profonda e ilare, di una società di disperati che desiderano solo di essere liberati dalle loro secolari catene di miseria e di schiavitù, per poter rivestirsi della dignità di esseri umani.

Ma già, come si è detto, con il bozzetto “Nedda” del 1874, irrompe, sulla scena dell’universo narrativo verghiano, la storia di una umile raccoglitrice di olive, raffigurazione opposta della nobile donna delle alcove mondane che il primo Verga nelle sue precedenti prove letterarie tardoromantiche e scapigliate aveva raffigurato) in cui si impersona la viva tormentata voce interiore dello scrittore che, condividendo il dolore della gente della sua terra, ne ha sofferto l’infimo livello di degradazione umana e l’emar­ginazione dai circuiti produttivi della storia; questi vinti ricordano tanto gli umili di Manzoni; ma, a differenza dei personaggi dello scrittore lombar­do (come Nedda) si inguainano in un ruolo eroico di sofferenza umana, spinta fino alla rassegnazione estrema dinanzi al mistero di un destino che non riescono a modificare. Per cui, a differenza dei precedenti personaggi ver­ghiani, vinti nei loro desideri mondani, la creatura sarà sconfitta nel desi­derio di sopravvivenza. In una Sicilia, ridotta a colonia di sfruttamento dai gestori dello Stato unitario in uno Stato monoliticamente borghese, non c’è pietà, né giustizia per la tragica storia delle vittime; così la povera Nedda, che fa ritrovare (con la cosiddetta “conversione” letteraria alla raffigurazio­ne di una realtà più vera) allo scrittore la più congrua sintonia con le con­vulsioni sociali della sua anima, s’innalza a incisione emblematica di una intera area geografico-politica, quella della Sicilia, e più in genere meridio­nale, che, in anticipo sulle altre figure letterarie degli altri scrittori, raffi­guranti la questione meridionale, di questa ne rivela le condizioni storiche e umane più travagliate e profonde. Infatti, a causa della totale latitanza dello Stato, Nedda con i miseri guadagni del suo lavoro, non può comprare le medicine per curare la madre, vede morire di febbre malarica il suo Janu, il pastore-padre della bambina avuta con lui, come pure vede dissolvere nel regno della morte la sua innocente creatura.

Ma, oltre a questa situazione lacerante, Nedda s’innalza a espressione di un Meridione, imprigionato negli ancestrali pregiudizi, dominato per la mancanza di cultura, carenza che connota, in maniera più evidente, un altro aspetto della questione meridionale: la piaga dell’analfabetismo, per cui gli uomini, ridotti a “res”, incapaci di autogestire la propria esisten­za, ignorano i loro diritti naturali e, perciò, si piegano a ogni forma di arbitrio e di emarginazione, senza forme ribellistiche fino al sopravvenire fatalistico della sconfitta finale. Con “Nedda”, il registro narrativo verghiano volta pagina, ma la tragedia psico-sociale dell’inerme creatura, determina nello scrittore una travagliata fase interiore che lo turba profondamente, tanto da avvertire nella disperazione sconsolata del personaggio, il proprio implacabile dolore per il predestinato destino di sconfitta di un’emarginata e sofferente fascia sociale, che non ha avuto mai voce o visibilità nel circuito attentivo della nobiltà terriera, sempre attenta a tutelare ogni proprio privilegio, con la crocifissione di emergenti sibili, tesi a turbare la propria sazietà di vivere. Il progredire inarrestabile della catena di schiavitù al dolore e alla rassegnazione impotente di fronte ad un irreversibile destino di sconfitta, alimenta in Verga un momento di turbamento ideale, tanto da essere sul punto di avvertire, assieme alla tragedia storica dei vinti, la fine, anzi l’inutilità dell’illusione catartica della letteratura. Ma l’azione del darwinismo, che generò una nuova ed evolutiva prospettiva della società, sull’onda del trionfo scientifico, squarciò allo scrittore uno spiraglio di vitalismo nel sipario oscuro del futuro. Il colpo di pistola con cui, in Eros, il marchese Alberti pone fine alla sua vita sbandata uccide anche lo scrittore mondano che ancora persisteva nel Verga. Egli rinasce come cantore dei primitivi di Sicilia, sulla via di Nedda e nello spirito di un Verismo, perfettamente accordato con i moti del sentimento poetico e della coscienza morale scrive e pubblica, nel 1880 la prima delle sue opere, considerata migliore: Vita dei campi per cui, la cosiddetta conversione totale al Verismo, già albeggiante con lacerante evidenza in “Nedda”, consolidò radicalmente la convinzione di dover continuare a rappresentare, anzi di denunciare le incancrenite piaghe dei nuovi schiavi meridionali, relegati nell’invalicabile recinto di una millenaria emarginazione.

Con la raccolta delle otto novelle “Vita dei campi “ (1880) si riprende il motivo già abbozzato in “Nedda” e il mondo degli umili entra, più robustamente, nella letteratura italiana, assieme alla inossidabile legge dell’immobilismo, con­tro cui i sottoproletari siciliani non possiedono armi per combattere, preludio ineludibile del ciclo narrativo dei “vinti”

Le novelle rusticane prediligono il motivo conduttore della roba, del possesso, che, sviluppato nelle 14 novelle che formano il volume, nel periodo che va da “I Malavoglia” (1881), a “Mastro Don Gesualdo” (1888) ne costituiscono il nesso, il passaggio cioè dalla lotta per la sopravvivenza a quello della promozione sociale, attraverso il possesso della roba, nuova imperante religione del tempo e di una specifica categoria sociale, in cui si annidava il mito di un’isola che voleva assurgere a migliori condizioni di vita, (al di là del significato individuale che si vuole assegnare alla storia di Mastro don Gesualdo) per non sentirsi più in una condizione di subalterni­tà verso un Nord sempre più ricco e verso un’Europa sempre più protesa ad ampliare il proprio potere e la propria supremazia sul resto del mondo.

Significativa tra queste novelle, quella con il titolo “Libertà” in cui lo scrittore scruta attentamente le sanguinanti, profonde e cancerose piaghe del popolo siciliano, come inguaribile simbolo di una lunga tradizione storica della tragicità della rivolta dei contadini di Bronte, dove il genetico anelito al possesso della terra (la roba) diventa ancora il simbolo del riscatto del­le masse popolari, che con il possesso delle terre promesse in proprietà da Garibaldi e già coltivate per i padroni), per il godimento dell’ autonomia e della libertà. Ma di fronte a questi tentativi legittimi di redenzione sociale che, ancora una volta, esprimono un’urgenza inderogabile della necessità di af­frontare, in qualche modo, la questione meridionale, la posizione dello Sta­to è a favore dei “galantuomini” e viene inviato Bixio a sedare con le armi la rivolta che, così, si conclude con numerosi morti e con 40 condanne all’ergastolo, in cui è possibile individuare la visione della crudele decisione del destino e delle sorti umane, in una società, quella meridionale, ignorata dallo Stato nelle sue più legittime esigenze e calpestata nel riconoscimento dei più elementari diritti, sempre vittima di in­ganni, violenze e raggiri.

La richiesta (sinonimo di quella società capitalistica che ormai si era consolidata nel Nord d’Italia e più vastamente in Occidente) diventa il tra­guardo sognato di una categoria sociale che aspira a elevarsi socialmente, per cui ne scaturisce la convinzione che ogni uomo vale secondo ciò che possiede.

Ma da che cosa nasce, in molti si sono chiesti, l’idea dell’immutabilità del destino in Verga? Dalle incidenze del groviglio dei problemi di atavica miseria, di sofferenza, di reclusione e di schiavitù che avevano atrofizzato ogni impulso alla rivolta nel cittadino meridionale, ridotto a manichino nella morsa della nobiltà agraria e feudale. Tutto ciò e altro costituirono la “que­stione meridionale”, che lo scrittore aveva osservato in un ambiente di miseria e di cui aveva avvertito il pungente dolore. L’influenza del naturalismo gli insegnò la funzione dell’arte come riproduzione reale della verità della vita senza alcuna tentazione di esibizionismo culturale, lasciando che i personaggi riversassero sulla pagina la loro storia e le loro lacrime, senza alcun tipo di intervento dello scrittore negli eventi esistenziali e sociali, che dovevano apparire raccontarsi da soli e ripresi da una silenziosa telecamera. Lo scrittore invisibile, in maniera impersonale, avrebbe dovuto riprodurre in presa diretta le vicissitudini tatuate delle fasce sociali escluse da ogni intervento provvidenziale dello Stato unitario, mediante le risorse di una struttura semplice e paratattica e un linguaggio scarnificato, ridotto al grado zero, fonicamente e sintatticamente corrispondente a quello parlato dalle masse e pigmentato di lessemi e stilemi tipicamente dialettali e gergali del mondo dei “vinti” e degli “esclusi”.

Nel darwinismo e nel positivismo, inoltre, l’elemento determinante del progresso umano, non c’è solo il dramma, risolto in maniera iniqua, di una lotta, ma le ansie dello scrittore lo spingono a sintonizzarsi sulle piaghe dei vinti che piegano il capo disperati sotto il piede crudele dei vincitori.

Così il mondo di Verga, documento doloroso della “questione meridionale” in tutte le sue articolazioni, descrive pene, miserie, speranze, lacrime, di uo­mini che si dibattono da soli, veramente condannati, come sostiene il Trombatore, alla sconfitta. Società e pessimismo sono nell’arte del Verga “ab aeterno”, senza speranza di palingenesi, perché la tragedia meridionale è implicita nella relazione dei deboli con il mondo delle sfere più alte, delle leggi, dello Stato, che in Verga alimenta una visione gelida e pessimistica della vita. Eppure, in più punti, Verga, abbandonato l’atteggiamento oleografico, pie­ga la sua arte in difesa dei derelitti, quasi a volere mitizzare i valori della loro esistenza. Anche lo stesso atteggiamento di ironia, con cui sembra vo­ler satireggiare la giustizia, vista come strumento opprimente manovrato dalla classe dominante, avrebbe potuto fare uscire Verga, come avvenne in Manzoni, dall’angustia ambientale di una mentalità immobile e farlo approdare al traguardo concreto di una futura redenzione, con le strategie idonee del Socialismo, di cui Verga allora sembrava essere simpatizzante.

La vera mancanza di una totale adesione all’ ideologia sociale progres­sista è da ascrivere, forse, non solo alla sua visione sociale dell’arrogante possidente sicilia­no, ma soprattutto alla propaganda socialista di allora, all’esaltazione del­la lotta di classe, al mito del dilagante materialismo e alla irrisione degli ideali patriottici e nazionali, a opera dell’Internazionale socialista e per le sanguinose rivolte delle masse, massacrate dalle armi governative, dovettero ferire e far capitolare nell’animo dello scrittore il sentimento unitario e patriottico, allontanandolo dalle simpatie sia dal socialismo come partito, che come movimento di idee, come osservano alcuni studiosi. Ecco allora, in mancanza di una soli­da accettazione di un’ideologia sociale, il fallimento di un qualsiasi proget­to storico di progresso della questione meridionale e l’ulteriore condanna dei miseri a essere ancora una volta travolti, per una sorta di fatalità storica e fisiologica, senza speranza di riscatto priva del supporto di un’ideologia positiva. La lentamente strisciante sfiducia del Verga, sfociava nella rassegnazione al fallimento delle speranze proletarie, in quanto prendeva coscienza del fatale destino dei vinti, di fronte alle armi implacabili del potere neoborghese e capitalistico e, deluso, tornava in Sicilia, chiudendosi in un ermetico pessimismo, trasparente nella novella “Dal tuo al mio”, dove il sindacalista rappresentante dei lavoratori delle miniere combattente al loro fianco, di fronte al clima di inesorabile disfatta, sposa la figlia del padrone, e rinnegando il precedente ruolo di difensore dei compagni di lotta, impugna il fucile contro di loro, in difesa del suo nuovo ruolo di padrone. I giri di valzer e il parallelo mercimonio di ogni ideale, non poterono non influire sul rigoroso sentire e operare di Verga che, con tanta amarezza per le disarmanti delusioni, si seppellì nella sua tenuta di Vizzini. Tuttavia, anche se compito dello scrittore non è quello di impugnare la spada, la lezione di Verga servì a diseppellire dall’oblio e denunciare al mondo la tragica condizione esistenziale del popolo siciliano e meridionale in genere, tanto da indurre il Governo di Roma a inviare in Sicilia politici e studiosi per redigere un rapporto sulle capillari indagini e inchieste, radiografanti quanto denunciato da Verga e da altre importanti voci della letteratura meridionale. Come ben si sa, la letteratura verista si sposò, in tutte le regioni sotto­sviluppate del Mezzogiorno, con i drammi storico-sociali sofferti nelle varie regioni dalle classi subalterne, costantemente ignorate e, perciò, condannate e inchiodate a una dolorosa e inamovibile calvario.

Da ciò derivò la definizione di provincialismo (o regionalismo attribuito agli scrittori di questa corrente nelle varie aree meridionali, dove una ster­minata massa di creature continuava a essere condannata all’impotenza, senza non riuscire a risolvere gli scottanti problemi della miseria e, perciò, rimaneva inchiodata all’infelicità e alla perdita di ogni segmento di identità umana. Dopo l’ubriacatura scapigliata, con cui Verga galleggiava sulle onde delle mode da bohemienne dell’influenza dei modelli avanguardistici francesi, arrivati già in Italia sulla scia di “Madame Bovary” o de “La Certosa di Parma”, o addirittura de “I miserabili”, il capolavoro assoluto nella poliedricità rappresentativa di ogni categoria politica simile a quella dell’intero Sud, sociale, etica, sentimentale, umana e religiosa totale, scrive romanzi anche lascivi, ma i lamenti dei servi della gleba della sua Sicilia, in condizioni socio-economiche disumane e parallele, nel cui clima di notevole vastità di orizzonti, Verga progetta la tetralogia narrativa su una linea di sviluppo redentivo della masse meridionali, dalla lotta lacerante delle classi umili per la sopravvivenza, chiaramente ne“I Malavoglia”, e in “Mastro don Gesualdo”, personaggio simbolo, speculare dello sviluppo economico dell’età del nuovo emergente progresso, al cui altare di avidità e di ricchezza gareggiano le classi sociali egemoni per rimanere abbarbicati al potere e continuare a perpetrarne gli incondizionati privilegi e piaceri. Occorre evidenziare che se l’ambizione apparente dell’ex bracciante è la promozione sociale per assidersi nelle poltrone dell’aristocrazia, non si può ignorare che, all’interno di tale ambizione, è sempre sottesa l’ambizione di sopraffare gli altri, i più deboli, oggetto atavico di sfruttamento ai fini di una maggiore incidenza decisionale e prestigioso potere personale. Anche don Gesualdo proviene da una categoria umile, ma nonostante la sua costante e disperata lotta, finisce alla fine sconfitto, nel sogno di ricchezza e di affetti familiari, come la demoniaca condanna evangelica del denaro, esemplificata, con una gestualità adirata, Gesù verso i mercanti nel tempio che avevano occupato la “casa del Padre”, per trasformarla in tempio di Lucifero, satanico custode della perdizione. Acquisita la consapevolezza dell’inutilità di ogni lotta umana per la concretizzazione del sogno di riscatto dalla miseria materiale e morale dei suoi “vinti”, il grande scrittore abbandona ogni progetto di scrivere, perché si rende conto che l’uomo è nato sconfitto in tutte le sue nobili aspirazioni. Da simili considerazioni sul vile egoismo dell’uomo e sugli insulsi tradimenti della storia, Verga avvertì spegnersi le energie interiori per scrivere e si avviò in silenzio verso l’ultima meta del tramonto, chiuso in una incoercibile visione pessimistica dell’esistenza, forse amaramente convinto dell’utopia della fede nell’arte di scrivere contro la devastante azione della storia che decreta sempre la sconfitta dei sogni dei suoi riassuntivi protagonisti del “ciclo dei vinti”: I Malavoglia sconfitti e dispersi nella lotta per la sopravvivenza; Mastro don Gesualdo, ex bracciante, aspirante alla promozione sociale mediante l’avido incremento della “roba”, sconfitto e devastato negli affetti verso la moglie (Bianca Trao, che continua a tradirlo anche dopo il matrimonio, e abbandonato da tutti a morire solo come un cane in un ospedale palermitano; la duchessa di Leyra, dispersa nelle sue ambizioni femminili; “L’uomo di lusso”, un pittore che sarebbe stato stritolato dalla sua ambizione artistica; L’onorevole Scipioni, vinto nelle sue illusorie ambizioni politiche. Come detto, il ciclo si fermò all’inizio del terzo capitolo del terzo progettato volume del “ciclo”, che Verga abbandonò, perché sopraffatto dalla convinzione della sconfitta di ogni vita. Occorre, però, ricordare che, nonostante le sue conclusioni pessimistiche, Verga non è un radicale negatore della vita, non è cioè da catalogare come nichilista, anzi ne esalta i valori perenni, quei valori che ha indicato alla capricciosa damina di Fantasticheria come titoli di nobiltà spirituale per la povera gente di Aci Trezza: l’energia laboriosa, la dignità di fronte alle ricorrenze della sventura, il senso dell’onore, della religione, della famiglia, l’attaccamento alla terra natia, tenace come quello dell’ostrica allo scoglio. Sono valori etico-civili che danno un senso alla vita e rivestono di poesia l’anima degli umili, dimostrando che i pochi miti consolatori dell’esistenza sono possibili solo dove le passioni, liberamente coltivate, conservano la forza elementare delle verità di natura.

 

ANTOLOGIA

 ROSSO MALPELO

La novella, pubblicata nel 1880, è il primo esempio del verismo di Verga. Essa narra la drammatica storia di un bambino, soprannominato Malpelo per i suoi capelli rossi, costretto a lavorare in condizioni durissime nella cava di sabbia in cui suo padre ha trovato la morte. Con una tecnica narrativa lucida e apparentemente distaccata, Verga denuncia la miseria delle classi povere siciliane del periodo successivo all’Unità d’Italia. Al tempo stesso, l’autore crea un personaggio di straordinario realismo psicologico: un bambino costretto a crescere troppo in fretta, che, privo dell’affetto della famiglia e di veri amici, accetta con orgogliosa rassegnazione il suo destino di “vinto”.

 Malpelo si chiamava così perché aveva i capelli rossi; ed aveva i capelli rossi perché era un ragazzo malizioso e cattivo, che prometteva di riescire un fior di birbone. Sicché tutti alla cava della rena rossa lo chiamavano Malpelo, e persino sua madre, col sentirgli dir sempre a quel modo aveva quasi dimenticato il suo nome di battesimo. Del resto, ella lo vedeva soltanto il sabato sera, quando tornava a casa con quei pochi soldi della settimana; e siccome era malpelo c’era anche a temere che ne sottraesse un paio, di quei soldi: nel dubbio, per non sbagliare, la sorella maggiore gli faceva la ricevuta a scapaccioni. Però il padrone della cava aveva confermato che i soldi eran tanti e non più; e in coscienza erano anche troppi per Malpelo, un monellaccio che nessuno avrebbe voluto vederselo davanti, e tutti schivavano come un can rognoso, e lo accarezzavano coi piedi, allorché se lo trovavano a tiro. Egli era davvero un brutto ceffo, torvo, ringhioso, e selvatico. Al mezzogiorno, mentre tutti gli altri operai della cava si mangiavano in crocchio6 la loro minestra, e facevano un po’ di ricreazione, egli andava a rincantucciarsi col suo corbello fra le gambe, per rosicchiarsi quel po’ di pane bigio, come fanno le bestie sue pari, e ciascuno gli diceva la sua, motteggiandolo, e gli tiravan dei sassi, finché il soprastante lo rimandava al lavoro con una pedata. Ei c’ingrassava, fra i calci, e si lasciava caricare meglio dell’asino grigio, senza osar di lagnarsi. Era sempre cencioso e sporco di rena rossa, ché la sua sorella s’era fatta sposa, e aveva altro pel capo che pensare a ripulirlo la domenica. Nondimeno era conosciuto Rosso Malpelo come la bettonica per tutto Monserrato e la Carvana, tanto che la cava dove lavorava la chiamavano «la cava di Malpelo», e cotesto al padrone gli seccava assai. Insomma lo tenevano addirittura per carità e perché mastro Misciu, suo padre, era morto in quella stessa cava. Era morto così, che un sabato aveva voluto terminare certo lavoro preso a cottimo, di un pilastro lasciato altra volta per sostegno dell’ingrottato, e dacché non serviva più, s’era calcolato così ad occhio, col padrone per 35 o 40 carra di rena. Invece mastro Misciu sterrava da tre giorni, e ne avanzava ancora per la mezza giornata del lunedì. […] Dunque il sabato sera mastro Misciu raschiava ancora il suo pilastro che l’avemaria era suonata da un pezzo, e tutti i suoi compagni avevano accesa la pipa e se n’erano andati dicendogli di divertirsi a grattar la rena per amor del padrone, e raccomandandogli di non fare la morte del sorcio. Ei, che c’era avvezzo alle beffe, non dava retta, e rispondeva soltanto cogli «ah! ah!» dei suoi bei colpi di zappa in pieno, e intanto borbottava: – Questo è per il pane! Questo pel vino! Questo per la gonnella di Nunziata! – e così andava facendo il conto del come avrebbe speso i denari del suo appalto, il cottimante! Fuori della cava il cielo formicolava di stelle, e laggiù la lanterna fumava e girava al pari di un arcolaio. Il grosso pilastro rosso, sventrato a colpi di zappa, contorcevasi e si piegava in arco, come se avesse il mal di pancia, e dicesse ohi! anch’esso. Malpelo andava sgomberando il terreno, e metteva al sicuro il piccone, il sacco vuoto ed il fiasco del vino. Il padre, che gli voleva bene, poveretto, andava dicendogli: «Tirati in là» oppure «Sta attento! Sta attento se cascano dall’alto dei sassolini o della rena grossa, scappa!». Tutt’a un tratto, punf! Malpelo, che si era voltato a riporre i ferri nel corbello, udì un tonfo sordo, come fa la rena traditora allorché fa pancia e si sventra tutta in una volta, ed il lume si spense. L’ingegnere che dirigeva i lavori della cava si trovava a teatro quella sera, e non avrebbe cambiato la sua poltrona con un trono, quando vennero a cercarlo per il babbo di Malpelo, che aveva fatto la morte del sorcio. Tutte le femminucce di Monserrato strillavano e si picchiavano il petto per annunziare la gran disgrazia ch’era toccata a comare Santa, la sola, poveretta, che non dicesse nulla, e sbatteva i denti invece, quasi era conosciuto… bettonica: era notissimo [la bettonica è un’erba comune]. estraeva terra, scavava. che l’avemaria… un pezzo: era già sera inoltrata [le campane avevano già suonato l’ora della preghiera serale].

Letteratura e… scienza Nel 1859 il naturalista inglese Charles Darwin pubblica il trattato L’origine della specie, in cui espone la teoria dell’evoluzionismo. Secondo Darwin, gli esseri viventi e quindi anche l’uomo sono il frutto di una lunga selezione naturale, in base alla quale le specie capaci di adattarsi meglio all’ambiente sono sopravvissute, mentre quelle più deboli o incapaci di modificarsi si sono estinte. Il pensiero di Darwin influenza molto la cultura dell’epoca e anche nelle opere di Verga se ne può leggere il riflesso. Nelle opere dello scrittore siciliano, infatti, le azioni degli uomini sono regolate da dure e implacabili leggi della natura che portano alla sconfitta dei deboli e alla vittoria dei forti. L’ingegnere, quando gli ebbero detto il come e il quando, che la disgrazia era accaduta da circa tre ore, e Misciu Bestia doveva già essere bell’e arrivato in Paradiso, andò quasi per scarico di coscienza, con scale e corde, a fare il buco nella rena. Altro che quaranta carra! Lo Sciancato disse che a sgomberare il sotterraneo ci voleva almeno una settimana. Della rena ne era caduta una montagna, tutta fina e ben bruciata dalla lava che si sarebbe impastata colle mani e dovea prendere il doppio di calce. Ce n’era da riempire delle carra per delle settimane. Il bell’affare di mastro Bestia! Nessuno badava al ragazzo che si graffiava la faccia ed urlava, come una bestia davvero. – To’! – disse infine uno – è Malpelo! Di dove è saltato fuori, adesso? Se non fosse stato Malpelo non se la sarebbe passata liscia… Malpelo non rispondeva nulla, non piangeva nemmeno, scavava colle unghie colà, nella rena, dentro la buca, sicché nessuno s’era accorto di lui; e quando si accostarono col lume gli videro tal viso stravolto, e tali occhiacci invetrati, e la schiuma alla bocca da far paura; le unghie gli si erano strappate e gli pendevano dalle mani tutte in sangue. Poi quando vollero toglierlo di là fu un affare serio; non potendo più graffiare, mordeva come un cane arrabbiato e dovettero afferrarlo pei capelli, per tirarlo via a viva forza. Però infine tornò alla cava dopo qualche giorno, quando sua madre piagnucolando ve lo condusse per mano; giacché, alle volte, il pane che si mangia non si può andare a cercarlo di qua e di là. Lui non volle più allontanarsi da quella galleria, e sterrava con accanimento, quasi ogni corbello di rena lo levasse di sul petto a suo padre. Spesso, mentre scavava, si fermava bruscamente, colla zappa in aria, il viso torvo e gli occhi stralunati, e sembrava che stesse ad ascoltare qualche cosa che il suo diavolo gli sussurrasse negli orecchi, dall’altra parte della montagna di rena caduta. In quei giorni era più tristo e cattivo del solito, talmente che non mangiava quasi, e il pane lo buttava al cane, quasi non fosse grazia di Dio. Il cane gli voleva bene, perché i cani non guardano altro che la mano che gli dà il pane, e le botte, magari. Ma l’asino, povera bestia, sbilenco e macilento, sopportava tutto lo sfogo della cattiveria di Malpelo; ei lo picchiava senza pietà, col manico della zappa, e borbottava: – Così creperai più presto! Dopo la morte del babbo pareva che gli fosse entrato il diavolo in corpo, e lavorava al pari di quei bufali feroci che si tengono coll’anello di ferro al naso. Sapendo che era malpelo, ei si acconciava ad esserlo il peggio che fosse possibile […] Per un raffinamento di malignità sembrava aver preso a proteggere un povero ragazzetto, venuto a lavorare da poco tempo nella cava, il quale per una caduta da un ponte s’era lussato il femore, e non poteva far più il manovale. Il poveretto, quando portava il suo corbello di rena in spalla, arrancava in modo che gli avevano messo nome Ranocchio; ma lavorando sotterra, così ranocchio com’era, il suo pane se lo buscava. Malpelo, che non conosce altra legge se non quella della violenza e della sopraffazione, elabora una sua filosofia di vita e cerca di trasmetterla all’amico Ranocchio, per difenderlo e proteggerlo.

Rosso Malpelo gliene dava anche del suo, per prendersi il gusto di tiranneggiarlo, dicevano. Infatti egli lo tormentava in cento modi. Ora lo batteva senza un motivo e senza misericordia, e se Ranocchio non si difendeva, lo picchiava più forte, con maggiore accanimento, dicendogli: – To’, bestia! Bestia sei! Se non ti senti l’animo di difenderti da me che non ti voglio male, vuol dire che ti lascerai pestare il viso da questo e da quello! […] Malpelo soleva dire a Ranocchio: – L’asino va picchiato, perché non può picchiar lui; e s’ei potesse picchiare, ci pesterebbe sotto i piedi e ci strapperebbe la carne a morsi. Oppure: – Se ti accade di dar delle busse, procura di darle più forte che puoi; così gli altri ti terranno da conto, e ne avrai tanti di meno addosso. Lavorando di piccone o di zappa poi menava le mani con accanimento, a mo’ di uno che l’avesse con la rena, e batteva e ribatteva coi denti stretti, e con quegli ah! ah! che aveva suo padre. La rena è traditora – diceva a Ranocchio sottovoce; – somiglia a tutti gli altri, che se sei più debole ti pestano la faccia, e se sei più forte, o siete in molti, come fa lo Sciancato, allora si lascia vincere. Mio padre la batteva sempre, ed egli non batteva altro che la rena, perciò lo chiamavano Bestia, e la rena se lo mangiò a tradimento, perché era più forte di lui. Ogni volta che a Ranocchio toccava un lavoro troppo pesante, e il ragazzo piagnucolava a guisa di una femminuccia, Malpelo lo picchiava sul dorso, e lo sgridava: – Taci, pulcino! – e se Ranocchio non la finiva più, ei gli dava una mano, dicendo con un certo orgoglio: – Lasciami fare; io sono più forte di te –. Oppure gli dava la sua mezza cipolla, e si accontentava di mangiarsi il pane asciutto, e si stringeva nelle spalle, aggiungendo: – Io ci sono avvezzo. Era avvezzo a tutto lui, agli scapaccioni, alle pedate, ai colpi di manico di badile, o di cinghia da basto, a vedersi ingiuriato e beffato da tutti, a dormire sui sassi, colle braccia e la schiena rotta da quattordici ore di lavoro; anche a digiunare era avvezzo, allorché il padrone lo puniva levandogli il pane o la minestra. Ei diceva che la razione di busse non gliela aveva levata mai, il padrone; ma le busse non costavano nulla. Non si lamentava però, e si vendicava di soppiatto, a tradimento, con qualche tiro di quelli che sembrava ci avesse messo la coda il diavolo: perciò ei si pigliava sempre i castighi anche quando il colpevole non era stato lui. Già se non era stato lui sarebbe stato capace di esserlo, e non si giustificava mai: per altro sarebbe stato inutile. E qualche volta, come Ranocchio spaventato lo scongiurava piangendo di dire la verità, e di scolparsi, ei ripeteva: – A che giova? Sono malpelo! – e nessuno avrebbe potuto dire se quel curvare il capo e le spalle sempre fosse effetto di fiero orgoglio o di disperata rassegnazione, e non si sapeva nemmeno se la sua fosse salvatichezza o timidità. Il certo era che nemmeno sua madre aveva avuta mai una carezza da lui, e quindi non gliene faceva mai. […] Ma una volta in cui riempiendo i corbelli si rinvenne una delle scarpe lo batteva: lo picchiava. dar delle busse: picchiare qualcuno procura: cerca a mo’… la rena: come se avesse dell’astio verso la sabbia. ingiuriato: offeso. di soppiatto: di nascosto, come quando si rinvenne: si ritrovò.

Attraverso i gesti di Malpelo il narratore sottolinea l’affetto che egli ha verso il padre e la nostalgia della sua presenza, di mastro Misciu, ei fu colto da tal tremito che dovettero tirarlo all’aria aperta colle funi, proprio come un asino che stesse per dar dei calci al vento. Però non si poterono trovare né i calzoni quasi nuovi, né il rimanente di mastro Misciu: sebbene i pratici affermarono che quello dovea essere il luogo preciso dove il pilastro gli si era rovesciato addosso; e qualche operaio, nuovo al mestiere, osservava curiosamente come fosse capricciosa la rena, che aveva sbatacchiato il Bestia di qua e di là, le scarpe da una parte e i piedi dall’altra. Dacché poi fu trovata quella scarpa, Malpelo fu colto da tal paura di veder comparire fra la rena anche il piede nudo del babbo, che non volle mai più darvi un colpo di zappa; gliela dessero a lui sul capo, la zappa. Egli andò a lavorare in un altro punto della galleria e non volle più tornare da quelle parti. Due o tre giorni dopo scopersero infatti il cadavere di mastro Misciu, coi calzoni indosso, e steso bocconi che sembrava imbalsamato. Lo zio Mommu osservò che aveva dovuto penar molto a finire, perché il pilastro gli si era piegato proprio addosso, e l’aveva sepolto vivo; si poteva persino vedere tuttora che mastro Bestia aveva tentato istintivamente di liberarsi, scavando nella rena, e aveva le mani lacerate e le unghie rotte. – Proprio come suo figlio Malpelo! – ripeteva lo Sciancato – ei scavava di qua, mentre suo figlio scavava di là –. Però non dissero nulla al ragazzo per la ragione che lo sapevano maligno e vendicativo. Il carrettiere si portò via il cadavere di mastro Misciu al modo istesso che caricava la rena caduta e gli asini morti, che stavolta, oltre al lezzo del carcame43, trattavasi di un compagno, e di carne battezzata. La vedova rimpiccolì i calzoni e la camicia e li adattò a Malpelo, il quale così fu vestito quasi a nuovo per la prima volta. Solo le scarpe furono messe in serbo per quanto ei fosse cresciuto, giacché rimpiccolire le scarpe non si potevano, e il fidanzato della sorella non le aveva volute le scarpe del morto. Malpelo se li lisciava sulle gambe, quei calzoni di fustagno quasi nuovi, e gli pareva che fossero dolci e lisci come le mani del babbo, che solevano accarezzargli i capelli, quantunque fossero così ruvide e callose. Le scarpe poi, le teneva appese a un chiodo, sul saccone, quasi fossero state le pantofole del papa, e la domenica se le pigliava in mano, le lustrava e se le provava; poi le metteva per terra, l’una accanto all’altra, e stava a guardarle coi gomiti sui ginocchi, e il mento nelle palme, per delle ore intere, rimuginando chi sa quali idee in quel cervellaccio. Ei possedeva delle idee strane, Malpelo! Siccome aveva ereditato anche il piccone e la zappa del padre, se ne serviva, quantunque46 fossero troppo pesanti per l’età sua; e quando gli avevano chiesto se voleva venderli, che glieli avrebbero pagati come nuovi, egli aveva risposto di no. Suo padre li aveva resi così lisci e lucenti nel manico colle sue mani, ed ei non avrebbe potuto farsene degli altri più lisci e lucenti di quelli, se ci avesse lavorato cento e poi cento anni. In quel tempo era crepato di stenti e di vecchiaia l’asino grigio; e il carrettiere era andato a buttarlo lontano nella sciara. Così si fa – brontolava Malpelo – gli arnesi che non servono più si buttano lontano. Egli andava a visitare il carcame del grigio in fondo al burrone, e vi conduceva a forza anche Ranocchio, il quale non avrebbe voluto andarci; e Malpelo gli diceva che a questo mondo bisogna avvezzarsi a vedere in faccia ogni cosa, bella o brutta; e stava a considerare con l’avidità curiosa di un monellaccio i cani che accorrevano da tutte le fattorie dei dintorni a disputarsi le carni del grigio. I cani scappavano guaendo, come comparivano i ragazzi, e si aggiravano ustolando sui greppi dirimpetto, ma il Rosso non lasciava che Ranocchio li scacciasse a sassate. – Vedi quella cagna nera – gli diceva – che non ha paura delle tue sassate? Non ha paura perché ha più fame degli altri. Gliele vedi quelle costole al grigio? Adesso non soffre più. […] Da lì a poco, Ranocchio, il quale deperiva da qualche tempo, si ammalò in modo che la sera doveva portarlo fuori dalla cava sull’asino, disteso fra le corbe, tremante di febbre come un pulcino bagnato. Un operaio disse che quel ragazzo non ne avrebbe fatto osso duro a quel mestiere, e che per riuscire a lavorare in una miniera, senza lasciarvi la pelle, bisognava nascervi. Malpelo allora si sentiva orgoglioso di esserci nato e di mantenersi così sano e vigoroso in quell’aria malsana, e con tutti quegli stenti. Ei si caricava Ranocchio sulle spalle, e gli faceva animo alla sua maniera, sgridandolo e picchiandolo. Ma una volta, nel picchiarlo sul dorso, Ranocchio fu colto da uno sbocco di sangue; allora Malpelo spaventato si affannò a cercargli nel naso e dentro la bocca cosa gli avesse fatto, e giurava che non avea potuto fargli poi gran male, così come l’aveva battuto, e a dimostrarglielo, si dava dei gran pugni sul petto e sulla schiena, con un sasso; anzi un operaio, lì presente, gli sferrò un gran calcio sulle spalle: un calcio che risuonò come su di un tamburo, eppure Malpelo non si mosse, e soltanto dopo che l’operaio se ne fu andato, aggiunse: – Lo vedi? Non mi ha fatto nulla! E ha picchiato più forte di me, ti giuro! Intanto Ranocchio non guariva, e seguitava a sputar sangue, e ad aver la febbre tutti i giorni. Allora Malpelo prese dei soldi della paga della settimana, per comperargli del vino e della minestra calda, e gli diede i suoi calzoni quasi nuovi che lo coprivano meglio. Ma Ranocchio tossiva sempre, e alcune volte sembrava soffocasse; la sera poi non c’era modo di vincere il ribrezzo della febbre, né con sacchi, né coprendolo di paglia, né mettendolo dinanzi alla fiammata. Malpelo se ne stava zitto ed immobile, chino su di lui, colle mani sui ginocchi, fissandolo con quei suoi occhiacci spalancati, quasi volesse fargli il ritratto, e allorché lo udiva gemere sottovoce, e gli vedeva il viso trafelato e l’occhio spento, preciso come quello dell’asino grigio allorché ansava rifinito sotto il carico nel salire la viottola, egli borbottava: – È meglio che tu crepi presto! Se devi soffrire a quel modo, è meglio che tu crepi! E il padrone diceva che Malpelo era capace di schiacciargli il capo, a quel ragazzo, e bisognava sorvegliarlo. Malpelo, che non ha mai conosciuto veri affetti, resta stupito di fronte all’amore della madre di Ranocchio per suo figlio e cerca di spiegare la sua preoccupazione in base a ragionamenti di tipo economico, gli unici che la vita gli abbia insegnato.

Finalmente un lunedì Ranocchio non venne più alla cava, e il padrone se ne lavò le mani, perché allo stato in cui era ridotto oramai era più di impiccio che altro. Malpelo si informò dove stesse di casa, e il sabato andò a trovarlo. Il povero Ranocchio era più di là che di qua; sua madre piangeva e si disperava come se il figliolo fosse di quelli che guadagnano dieci lire la settimana. Cotesto non arrivava a comprenderlo Malpelo, e domandò a Ranocchio perché sua madre strillasse a quel modo, mentre che da due mesi ei non guadagnava nemmeno quel che si mangiava. Ma il povero Ranocchio non gli dava retta; sembrava che badasse a contare quanti travicelli c’erano sul letto. Allora il Rosso si diede ad almanaccare che la madre di Ranocchio strillasse a quel modo perché il suo figliuolo era sempre stato debole e malaticcio, e l’aveva tenuto come quei marmocchi che non si slattano mai. Egli invece era stato sano e robusto, ed era malpelo, e sua madre non aveva mai pianto per lui, perché non aveva mai avuto timore di perderlo. Poco dopo, alla cava dissero che Ranocchio era morto, ed ei pensò che la civetta adesso strideva anche per lui la notte, e tornò a visitare le ossa spolpate del grigio, nel burrone dove solevano andare insieme con Ranocchio. Ora del grigio non rimanevano più che le ossa sgangherate, ed anche di Ranocchio sarebbe stato così. Sua madre si sarebbe asciugati gli occhi, poiché anche la madre di Malpelo s’era asciugati i suoi, dopo che mastro Misciu era morto, e adesso si era maritata un’altra volta, ed era andata a stare a Cifali colla figliuola maritata e avevano chiusa la porta di casa. D’ora in poi, se lo battevano, a loro non importava più nulla, e a lui nemmeno, ché quando sarebbe divenuto come il grigio o come Ranocchio, non avrebbe sentito più nulla. […] Invece le ossa le lasciò nella cava, Malpelo, come suo padre, ma in modo diverso. Una volta si doveva esplorare un passaggio che doveva comunicare col pozzo grande a sinistra, verso la valle, e se la cosa andava bene, si sarebbe risparmiata una buona metà di mano d’opera nel cavar fuori la rena. Ma a ogni modo, però, c’era il pericolo di smarrirsi e di non tornare mai più. Sicché nessun padre di famiglia voleva avventurarcisi, né avrebbe permesso che ci si arrischiasse il sangue suo, per tutto l’oro del mondo. Malpelo, invece, non aveva nemmeno chi si prendesse tutto l’oro del mondo per la sua pelle, se pure la sua pelle valeva tanto: sicché pensarono a lui. Allora, nel partire, si risovvenne del minatore, il quale si era smarrito, da anni ed anni, e cammina e cammina ancora al buio, gridando aiuto, senza che nessuno possa udirlo. Ma non disse nulla. Del resto a che sarebbe giovato? Prese gli arnesi di suo padre, il piccone, la zappa, la lanterna, il sacco col pane, il fiasco del vino, e se ne andò: né più si seppe nulla di lui. Così si persero persino le ossa di Malpelo, e i ragazzi della cava abbassano la voce quando parlano di lui nel sotterraneo, ché hanno paura di vederselo comparire dinanzi, coi capelli rossi e gli occhiacci grigi.

(Giovanni Verga,” Vita dei campi”, Mondadori)

 

FANTASTICHERIA – Premessa

 

La novella fu terminata dallo scrittore nel 1878 ed esprime le caratteristiche del Verismo che Verga svilupperà compiutamente ne “I Malavoglia”, centrate nella poetica dei “vinti”, in cui per la prima volta vengono innalzati a protagonisti gli emarginati, i miseri, vittime di un destino di miseria e di sconfitta. Il racconto inizia con l’arrivo ad Acitrezza di una nobildonna del Nord, invitata dallo scrittore a visitare la Sicilia. Il periodo, in cui si svolge la novella, è quello degli anni iniziali dell’Unità d’Italia, per cui riflette le disperate condizioni di vita di una comunità, totalmente emarginata dalla storia e ignorata dallo Stato Unitario che, visto il totale disinteresse dei nuovi padroni, continuano a sopravvivere sigillati nella solitudine, nella stressante fatica quotidiana, nella squallida vita piatta e ripetitiva, senza un sorriso di gioia e di emozione affettiva, pensando solo alla sopravvivenza, appesa al mistero della maggiore o minore abbondanza della pesca. La donna, abbagliata all’arrivo dallo splendore del paesaggio, dopo la permanenza di due giorni, rimane sbigottita di un così penoso modo di esistenza e, nell’allontanarsi da quel luogo di pena, si chiede come possano avere il coraggio di vivere in quel luogo e in quel modo, con la fiducia in un ideale sostegno nelle difficolta da una Entità provvidente. La visita della nobildonna ad un deserto paesino del Sud potrebbe essere interpretata come la metafora dell’appetito espansionistico dei Savoia, che non tardarono a saccheggiare le tasche bucate dei meridionali, all’imposizione di tasse doganali alla coscrizione obbligatoria e ad altre restrizioni che fecero rimpiangere a molti il regime borbonico.

Per cui, la fuga della nobildonna può essere interpretata come la negazione dell’interesse del governo per le piaghe dei meridionali e per la conduzione di un’esistenza disumana verso la quale sarebbe stata necessaria una programmazione redentiva Le inchieste giornalistiche volontarie relazionarono dettagliatamente sullo stato primitivo, di miseria, di soprusi e di schiavitù; Verga in letteratura, sia con Nedda, sia con le novelle precedette la denuncia dei mali meridionali, imprimendo alla letteratura un nobile ruolo di denuncia delle ferite sociali che la classe politica fingeva di ignorare. Partita l’ospite di due giorni, lo scrittore avverte il bisogno di rievocare, in maniera asimmetrica, la storia di Acitrezza in un altalenante narrare tra presente e passato, tra tribolazioni e sventure, privazioni e sofferenze, una storia di pescatori, senza un domani diverso, ma rassegnati al fatale vivere di “Vinti” dalla vita, dalla storia e dal destino, ma decisi a rimanere aggrappati alla loro terra come le ostriche allo scoglio, in attesa che la vita del mare li inghiotta per sempre.

 

IL TESTO

Una volta, mentre il treno passava vicino ad Aci-Trezza, voi, affacciandovi allo sportello del vagone, esclamaste: – Vorrei starci un mese laggiù! –

Noi vi ritornammo, e vi passammo non un mese, ma quarantott’ore; i terrazzani che spalancavano gli occhi vedendo i vostri grossi bauli avranno creduto che ci sareste rimasta un par d’anni. La mattina del terzo giorno, stanca di vedere eternamente del verde e dell’azzurro, e di contare i carri che passavano per via, eravate alla stazione, e gingillandovi impaziente colla catenella della vostra boccettina da odore, allungavate il collo per scorgere un convoglio che non spuntava mai. In quelle quarantott’ore facemmo tutto ciò che si può fare ad Aci-Trezza: passeggiammo nella polvere della strada, e ci arrampicammo sugli scogli; col pretesto di imparare a remare vi faceste sotto il guanto delle bollicine che rubavano i baci; passammo sul mare una notte romanticissima, gettando le reti tanto per far qualche cosa che a’ barcaiuoli potesse parer meritevole di buscarsi dei reumatismi, e l’alba ci sorprese in cima al fariglione – un’alba modesta e pallida, che ho ancora dinanzi agli occhi, striata di larghi riflessi violetti, sul mare di un verde cupo, raccolta come una carezza su quel gruppetto di casucce che dormivano quasi raggomitolate sulla riva, mentre in cima allo scoglio, sul cielo trasparente e limpido, si stampava netta la vostra figurina, colle linee sapienti che vi metteva la vostra sarta, e il profilo fine ed elegante che ci mettevate voi. – Avevate un vestitino grigio che sembrava fatto apposta per intonare coi colori dell’alba. – Un bel quadretto davvero! e si indovinava che lo sapeste anche voi, dal modo in cui vi modellaste nel vostro scialletto, e sorrideste coi grandi occhioni sbarrati e stanchi a quello strano spettacolo, e a quell’altra stranezza di trovarvici anche voi presente. Che cosa avveniva nella vostra testolina allora, di faccia al sole nascente? Gli domandaste forse in qual altro emisfero vi avrebbe ritrovata fra un mese? Diceste soltanto ingenuamente: – Non capisco come si possa vivere qui tutta la vita-.

Eppure, vedete, la cosa è più facile che non sembri: basta non possedere centomila lire di entrata, prima di tutto; e in compenso patire un po’ di tutti gli stenti fra quegli scogli giganteschi, incastonati nell’azzurro, che vi facevano batter le mani per ammirazione. Così poco basta, perché quei poveri diavoli che ci aspettavano sonnecchiando nella barca, trovino fra quelle loro casipole sgangherate e pittoresche, che viste da lontano vi sembravano avessero il mal di mare anch’esse, tutto ciò che vi affannate a cercare a Parigi, a Nizza ed a Napoli.

È una cosa singolare; ma forse non è male che sia così – per voi, e per tutti gli altri come voi. Quel mucchio di casipole è abitato da pescatori, «gente di mare», dicono essi, come altri direbbe «gente di toga», i quali hanno la pelle più dura del pane che mangiano – quando ne mangiano – giacché il mare non è sempre gentile, come allora che baciava i vostri guanti… Nelle sue giornate nere, in cui brontola e sbuffa, bisogna contentarsi di stare a guardarlo dalla riva, colle mani in mano, o sdraiati bocconi, il che è meglio per chi non ha desinato. In quei giorni c’è folla sull’uscio dell’osteria, ma suonano pochi soldoni sulla latta del banco, e i monelli che pullulano nel paese, come se la miseria fosse un buon ingrasso, strillano e si graffiano quasi abbiano il diavolo in corpo.

Di tanto in tanto il tifo, il colèra, la malannata, la burrasca, vengono a dare una buona spazzata in quel brulicame, che davvero si crederebbe non dovesse desiderar di meglio che esser spazzato, e scomparire; eppure ripullula sempre nello stesso luogo; non so dirvi come, né perché.

Vi siete mai trovata, dopo una pioggia di autunno, a sbaragliare un esercito di formiche, tracciando sbadatamente il nome del vostro ultimo ballerino sulla sabbia del viale? Qualcuna di quelle povere bestioline sarà rimasta attaccata alla ghiera del vostro ombrellino, torcendosi di spasimo; ma tutte le altre, dopo cinque minuti di pànico e di viavai, saranno tornate ad aggrapparsi disperatamente al loro monticello bruno. – Voi non ci tornereste davvero, e nemmen io; – ma per poter comprendere siffatta caparbietà, che è per certi aspetti eroica, bisogna farci piccini anche noi, chiudere tutto l’orizzonte fra due zolle, e guardare col microscopio le piccole cause che fanno battere i piccoli cuori. Volete metterci un occhio anche voi, a cotesta lente? voi che guardate la vita dall’altro lato del cannocchiale? Lo spettacolo vi parrà strano, e perciò forse vi divertirà.

Noi siamo stati amicissimi, ve ne rammentate? e mi avete chiesto di dedicarvi qualche pagina. Perché? à quoi bon? come dite voi. Che cosa potrà valere quel che scrivo per chi vi conosce? e per chi non vi conosce che cosa siete voi? Tant’è, mi son rammentato del vostro capriccio, un giorno che ho rivisto quella povera donna cui solevate far l’elemosina col pretesto di comperar le sue arance messe in fila sul panchettino dinanzi all’uscio.

Ora il panchettino non c’è più; hanno tagliato il nespolo del cortile, e la casa ha una finestra nuova. La donna sola non aveva mutato, stava un po’ più in là a stender la mano ai carrettieri, accoccolata sul mucchietto di sassi che barricano il vecchio Posto della guardia nazionale; ed io, girellando, col sigaro in bocca, ho pensato che anche lei, così povera com’è, vi aveva vista passare, bianca e superba.

Non andate in collera se mi son rammentato di voi in tal modo, e a questo proposito. Oltre i lieti ricordi che mi avete lasciati, ne ho cento altri, vaghi, confusi, disparati, raccolti qua e là, non so più dove – forse alcuni son ricordi di sogni fatti ad occhi aperti – e nel guazzabuglio che facevano nella mia mente, mentre io passava per quella viuzza dove son passate tante cose liete e dolorose, la mantellina di quella donnicciola freddolosa, accoccolata, poneva un non so che di triste, e mi faceva pensare a voi, sazia di tutto, perfino dell’adulazione che getta ai vostri piedi il giornale di moda, citandovi spesso in capo alla cronaca elegante – sazia così, da inventare il capriccio di vedere il vostro nome sulle pagine di un libro.

Quando scriverò il libro, forse non ci penserete più; intanto i ricordi che vi mando, così lontani da voi, in ogni senso, da voi inebriata di feste e di fiori, vi faranno l’effetto di una brezza deliziosa, in mezzo alle veglie ardenti del vostro eterno carnevale. Il giorno in cui ritornerete laggiù, se pur vi ritornerete, e siederemo accanto un’altra volta, a spinger sassi col piede, e fantasie col pensiero, parleremo forse di quelle altre ebbrezze che ha la vita altrove. Potete anche immaginare che il mio pensiero siasi raccolto in quel cantuccio ignorato del mondo, perché il vostro piede vi si è posato, – o per distogliere i miei occhi dal luccichìo che vi segue dappertutto, sia di gemme o di febbri – oppure perché vi ho cercata inutilmente per tutti i luoghi che la moda fa lieti. Vedete quindi che siete sempre al primo posto, qui come al teatro!

Vi ricordate anche di quel vecchietto che stava al timone della nostra barca? Voi gli dovete questo tributo di riconoscenza, perché egli vi ha impedito dieci volte di bagnarvi le vostre belle calze azzurre. Ora è morto laggiù, all’ospedale della città, il povero diavolo, in una gran corsìa tutta bianca, fra dei lenzuoli bianchi, masticando del pane bianco, servito dalle bianche mani delle suore di carità, le quali non avevano altro difetto che di non saper capire i meschini guai che il poveretto biascicava nel suo dialetto semibarbaro.

Ma se avesse potuto desiderare qualche cosa, egli avrebbe voluto morire in quel cantuccio nero, vicino al focolare, dove tanti anni era stata la sua cuccia «sotto le sue tegole», tanto che quando lo portarono via piangeva, guaiolando come fanno i vecchi.

Egli era vissuto sempre fra quei quattro sassi, e di faccia a quel mare bello e traditore, col quale dové lottare ogni giorno per trarre da esso tanto da campare la vita e non lasciargli le ossa; eppure in quei momenti in cui si godeva cheto cheto la sua «occhiata di sole» accoccolato sulla pedagna della barca, coi ginocchi fra le braccia, non avrebbe voltato la testa per vedervi, ed avreste cercato invano in quelli occhi attoniti il riflesso più superbo della vostra bellezza; come quando tante fronti altere s’inchinano a farvi ala nei saloni splendenti, e vi specchiate negli occhi invidiosi delle vostre migliori amiche.

La vita è ricca, come vedete, nella sua inesauribile varietà; e voi potete godervi senza scrupoli quella parte di ricchezza che è toccata a voi, a modo vostro.

Quella ragazza, per esempio, che faceva capolino dietro i vasi di basilico, quando il fruscìo della vostra veste metteva in rivoluzione la viuzza, se vedeva un altro viso notissimo alla finestra di faccia, sorrideva come se fosse stata vestita di seta anch’essa. Chi sa quali povere gioie sognava su quel davanzale, dietro quel basilico odoroso, cogli occhi intenti in quell’altra casa coronata di tralci di vite? E il riso dei suoi occhi non sarebbe andato a finire in lagrime amare, là, nella città grande, lontana dai sassi che l’avevano vista nascere e la conoscevano, se il suo nonno non fosse morto all’ospedale, e suo padre non si fosse annegato, e tutta la sua famiglia non fosse stata dispersa da un colpo di vento che vi aveva soffiato sopra – un colpo di vento funesto, che avea trasportato uno dei suoi fratelli fin nelle carceri di Pantelleria – «nei guai!» come dicono laggiù.

Miglior sorte toccò a quelli che morirono; a Lissa l’uno, il più grande, quello che vi sembrava un David di rame, ritto colla sua fiocina in pugno, e illuminato bruscamente dalla fiamma dell’ellera. Grande e grosso com’era, si faceva di brace anch’esso quando gli fissaste in volto i vostri occhi arditi; nondimeno è morto da buon marinaio, sulla verga di trinchetto, fermo al sartiame, levando in alto il berretto, e salutando un’ultima volta la bandiera col suo maschio e selvaggio grido d’isolano; l’altro, quell’uomo che sull’isolotto non osava toccarvi il piede per liberarlo dal lacciuolo teso ai conigli, nel quale v’eravate impigliata da stordita che siete, si perdé in una fosca notte d’inverno, solo, fra i cavalloni scatenati, quando fra la barca e il lido, dove stavano ad aspettarlo i suoi, andando di qua e di là come pazzi, c’erano sessanta miglia di tenebre e di tempesta. Voi non avreste potuto immaginare di qual disperato e tetro coraggio fosse capace per lottare contro tal morte quell’uomo che lasciavasi intimidire dal capolavoro del vostro calzolaio.

Meglio per loro che son morti, e non «mangiano il pane del re», come quel poveretto che è rimasto a Pantelleria, o quell’altro pane che mangia la sorella, e non vanno attorno come la donna delle arance, a viver della grazia di Dio – una grazia assai magra ad Aci-Trezza.

Quelli almeno non hanno più bisogno di nulla! lo disse anche il ragazzo dell’ostessa, l’ultima volta che andò all’ospedale per chieder del vecchio e portargli di nascosto di quelle chiocciole stufate che son così buone a succiare per chi non ha più denti, e trovò il letto vuoto, colle coperte belle e distese, sicché sgattaiolando nella corte, andò a piantarsi dinanzi a una porta tutta brandelli di cartacce, sbirciando dal buco della chiave una gran sala vuota, sonora e fredda anche di estate, e l’estremità di una lunga tavola di marmo, su cui era buttato un lenzuolo, greve e rigido. E pensando che quelli là almeno non avevano più bisogno di nulla, si mise a succiare ad una ad una le chiocciole che non servivano più, per passare il tempo.

Voi, stringendovi al petto il manicotto di volpe azzurra, vi rammenterete con piacere che gli avete dato cento lire, al povero vecchio.

Ora rimangono quei monellucci che vi scortavano come sciacalli e assediavano le arance; rimangono a ronzare attorno alla mendica, e brancicarle le vesti come se ci avesse sotto del pane, a raccattar torsi di cavolo, bucce d’arance e mozziconi di sigari, tutte quelle cose che si lasciano cadere per via, ma che pure devono avere ancora qualche valore, poiché c’è della povera gente che ci campa su; ci campa anzi così bene, che quei pezzentelli paffuti e affamati cresceranno in mezzo al fango e alla polvere della strada, e si faranno grandi e grossi come il loro babbo e come il loro nonno, e popoleranno Aci-Trezza di altri pezzentelli, i quali tireranno allegramente la vita coi denti più a lungo che potranno, come il vecchio nonno, senza desiderare altro, solo pregando Iddio di chiudere gli occhi là dove li hanno aperti, in mano del medico del paese che viene tutti i giorni sull’asinello, come Gesù, ad aiutare la buona gente che se ne va.

– Insomma l’ideale dell’ostrica! – direte voi. – Proprio l’ideale dell’ostrica! e noi non abbiamo altro motivo di trovarlo ridicolo, che quello di non esser nati ostriche anche noi -.

Per altro il tenace attaccamento di quella povera gente allo scoglio sul quale la fortuna li ha lasciati cadere, mentre seminava principi di qua e duchesse di là, questa rassegnazione coraggiosa ad una vita di stenti, questa religione della famiglia, che si riverbera sul mestiere, sulla casa, e sui sassi che la circondano, mi sembrano – forse pel quarto d’ora – cose serissime e rispettabilissime anch’esse.

Sembrami che le irrequietudini del pensiero vagabondo s’addormenterebbero dolcemente nella pace serena di quei sentimenti miti, semplici, che si succedono calmi e inalterati di generazione in generazione. – Sembrami che potrei vedervi passare, al gran trotto dei vostri cavalli, col tintinnìo allegro dei loro finimenti e salutarvi tranquillamente.

Forse perché ho troppo cercato di scorgere entro al turbine che vi circonda e vi segue, mi è parso ora di leggere una fatale necessità nelle tenaci affezioni dei deboli, nell’istinto che hanno i piccoli di stringersi fra loro per resistere alle tempeste della vita, e ho cercato di decifrare il dramma modesto e ignoto che deve aver sgominati gli attori plebei che conoscemmo insieme. Un dramma che qualche volta forse vi racconterò, e di cui parmi tutto il nodo debba consistere in ciò: – che allorquando uno di quei piccoli, o più debole, o più incauto, o più egoista degli altri, volle staccarsi dai suoi per vaghezza dell’ignoto, o per brama di meglio, per curiosità di conoscere il mondo; il mondo, da pesce vorace ch’egli è, se lo ingoiò, e i suoi più prossimi con lui. – E sotto questo aspetto vedrete che il dramma non manca d’interesse. Per le ostriche l’argomento più interessante deve esser quello che tratta delle insidie del gambero, o del coltello del palombaro che le stacca dallo scoglio.


LIBERTA’ – premessa

La novella uscì originariamente su “La Domenica letteraria” nel 1882, poi nel 1883 fu raccolta nelle “Novelle Rusticane”. E’ ispirata ad un fatto storico, relativo all’approssimarsi, nel 1860, delle truppe garibaldine, quando i contadini di un piccolo paese, Bronte, alle falde dell’Etna, interpretando, a loro modo, il proclama di Marsala che incitava alla lotta antiborbonica, si convinsero che si stesse costituendo un nuovo ordine sociale. Sognarono di poter essere finalmente liberati dalla miseria, si ribellarono massacrando i possidenti e i borghesi. Per bloccare l’espandersi della rivolta in direzione non in sintonia con il progetto garibaldino, fu inviato nel paese Nino Bixio, luogotenente del generale, per soffocare la rivolta, fece subito fucilare, come esempio, alcuni ribelli. Gli altri furono rinviati al processo e subirono pesanti condanne, con cui pagarono il prezzo del sogno della libertà.

 

IL TESTO

Sciorinarono dal campanile un fazzoletto a tre colori, suonarono le campane a stormo, e cominciarono a gridare in piazza: – Viva la libertà! –

Come il mare in tempesta. La folla spumeggiava e ondeggiava davanti al casino dei galantuomini, davanti al Municipio, sugli scalini della chiesa: un mare di berrette bianche; le scuri e le falci che luccicavano. Poi irruppe in una stradicciuola.

– A te prima, barone! che hai fatto nerbare la gente dai tuoi campieri! – Innanzi a tutti gli altri una strega, coi vecchi capelli irti sul capo, armata soltanto delle unghie. – A te, prete del diavolo! che ci hai succhiato l’anima! – A te, ricco epulone, che non puoi scappare nemmeno, tanto sei grasso del sangue del povero! – A te, sbirro! che hai fatto la giustizia solo per chi non aveva niente! – A te, guardaboschi! che hai venduto la tua carne e la carne del prossimo per due tarì al giorno! –

E il sangue che fumava ed ubbriacava. Le falci, le mani, i cenci, i sassi, tutto rosso di sangue! – Ai galantuomini! Ai cappelli! Ammazza! ammazza! Addosso ai cappelli! –

Don Antonio sgattaiolava a casa per le scorciatoie. Il primo colpo lo fece cascare colla faccia insanguinata contro il marciapiede. – Perché? perché mi ammazzate? – Anche tu! al diavolo! – Un monello sciancato raccattò il cappello bisunto e ci sputò dentro. – Abbasso i cappelli! Viva la libertà! – Te’! tu pure! – Al reverendo che predicava l’inferno per chi rubava il pane. Egli tornava dal dir messa, coll’ostia consacrata nel pancione. – Non mi ammazzate, ché sono in peccato mortale! – La gnà Lucia, il peccato mortale; la gnà Lucia che il padre gli aveva venduta a 14 anni, l’inverno della fame, e rimpieva la Ruota e le strade di monelli affamati. Se quella carne di cane fosse valsa a qualche cosa, ora avrebbero potuto satollarsi, mentre la sbrandellavano sugli usci delle case e sui ciottoli della strada a colpi di scure. Anche il lupo allorché capita affamato in una mandra, non pensa a riempirsi il ventre, e sgozza dalla rabbia. – Il figliuolo della Signora, che era accorso per vedere cosa fosse – lo speziale, nel mentre chiudeva in fretta e in furia – don Paolo, il quale tornava dalla vigna a cavallo del somarello, colle bisacce magre in groppa. Pure teneva in capo un berrettino vecchio che la sua ragazza gli aveva ricamato tempo fa, quando il male non aveva ancora colpito la vigna. Sua moglie lo vide cadere dinanzi al portone, mentre aspettava coi cinque figliuoli la scarsa minestra che era nelle bisacce del marito. – Paolo! Paolo! – Il primo lo colse nella spalla con un colpo di scure. Un altro gli fu addosso colla falce, e lo sventrò mentre si attaccava col braccio sanguinante al martello.

Ma il peggio avvenne appena cadde il figliolo del notaio, un ragazzo di undici anni, biondo come l’oro, non si sa come, travolto nella folla. Suo padre si era rialzato due o tre volte prima di strascinarsi a finire nel mondezzaio, gridandogli: – Neddu! Neddu! – Neddu fuggiva, dal terrore, cogli occhi e la bocca spalancati senza poter gridare. Lo rovesciarono; si rizzò anch’esso su di un ginocchio come suo padre; il torrente gli passò di sopra; uno gli aveva messo lo scarpone sulla guancia e glie l’aveva sfracellata; nonostante il ragazzo chiedeva ancora grazia colle mani. – Non voleva morire, no, come aveva visto ammazzare suo padre; – strappava il cuore! – Il taglialegna, dalla pietà, gli menò un gran colpo di scure colle due mani, quasi avesse dovuto abbattere un rovere di cinquant’anni – e tremava come una foglia. – Un altro gridò: – Bah! egli sarebbe stato notaio, anche lui! –

Non importa! Ora che si avevano le mani rosse di quel sangue, bisognava versare tutto il resto. Tutti! tutti i cappelli! – Non era più la fame, le bastonate, le soperchierie che facevano ribollire la collera. Era il sangue innocente. Le donne più feroci ancora, agitando le braccia scarne, strillando l’ira in falsetto, colle carni tenere sotto i brindelli delle vesti. – Tu che venivi a pregare il buon Dio colla veste di seta! – Tu che avevi a schifo d’inginocchiarti accanto alla povera gente! – Te’! Te’! – Nelle case, su per le scale, dentro le alcove, lacerando la seta e la tela fine. Quanti orecchini su delle facce insanguinate! e quanti anelli d’oro nelle mani che cercavano di parare i colpi di scure!

La baronessa aveva fatto barricare il portone: travi, carri di campagna, botti piene, dietro; e i campieri che sparavano dalle finestre per vender cara la pelle. La folla chinava il capo alle schiopettate, perché non aveva armi da rispondere. Prima c’era la pena di morte chi tenesse armi da fuoco. – Viva la libertà! – E sfondarono il portone. Poi nella corte, sulla gradinata, scavalcando i feriti. Lasciarono stare i campieri. – I campieri dopo! – I campieri dopo! – Prima volevano le carni della baronessa, le carni fatte di pernici e di vin buono. Ella correva di stanza in stanza col lattante al seno, scarmigliata – e le stanze erano molte. Si udiva la folla urlare per quegli andirivieni, avvicinandosi come la piena di un fiume. Il figlio maggiore, di 16 anni, ancora colle carni bianche anch’esso, puntellava l’uscio colle sue mani tremanti, gridando: – Mamà! mamà! – Al primo urto gli rovesciarono l’uscio addosso. Egli si afferrava alle gambe che lo capestavano. Non gridava più. Sua madre s’era rifugiata nel balcone, tenendo avvinghiato il bambino, chiudendogli la bocca colla mano perché non gridasse, pazza. L’altro figliolo voleva difenderla col suo corpo, stralunato, quasi avesse avuto cento mani, afferrando pel taglio tutte quelle scuri. Li separarono in un lampo. Uno abbrancò lei pei capelli, un altro per i fianchi, un altro per le vesti, sollevandola al di sopra della ringhiera. Il carbonaio le strappò dalle braccia il bambino lattante. L’altro fratello non vide niente; non vedeva altro che nero e rosso. Lo calpestavano, gli macinavano le ossa a colpi di tacchi ferrati; egli aveva addentato una mano che lo stringeva alla gola e non la lasciava più. Le scuri non potevano colpire nel mucchio e luccicavano in aria.

E in quel carnevale furibondo del mese di luglio, in mezzo agli urli briachi della folla digiuna, continuava a suonare a stormo la campana di Dio, fino a sera, senza mezzogiorno, senza avemaria, come in paese di turchi. Cominciavano a sbandarsi, stanchi della carneficina, mogi, mogi, ciascuno fuggendo il compagno. Prima di notte tutti gli usci erano chiusi, paurosi, e in ogni casa vegliava il lume. Per le stradicciuole non si udivano altro che i cani, frugando per i canti, con un rosicchiare secco di ossa, nel chiaro di luna che lavava ogni cosa, e mostrava spalancati i portoni e le finestre delle case deserte.

Aggiornava; una domenica senza gente in piazza né messa che suonasse. Il sagrestano s’era rintanato; di preti non se ne trovavano più. I primi che cominciarono a far capannello sul sagrato si guardavano in faccia sospettosi; ciascuno ripensando a quel che doveva avere sulla coscienza il vicino. Poi, quando furono in molti, si diedero a mormorare. – Senza messa non potevano starci, un giorno di domenica, come i cani! – Il casino dei galantuomini era sbarrato, e non si sapeva dove andare a prendere gli ordini dei padroni per la settimana. Dal campanile penzolava sempre il fazzoletto tricolore, floscio, nella caldura gialla di luglio.

E come l’ombra s’impiccioliva lentamente sul sagrato, la folla si ammassava tutta in un canto. Fra due casucce della piazza, in fondo ad una stradicciola che scendeva a precipizio, si vedevano i campi giallastri nella pianura, i boschi cupi sui fianchi dell’Etna. Ora dovevano spartirsi quei boschi e quei campi. Ciascuno fra sé calcolava colle dita quello che gli sarebbe toccato di sua parte, e guardava in cagnesco il vicino. – Libertà voleva dire che doveva essercene per tutti! – Quel Nino Bestia, e quel Ramurazzo, avrebbero preteso di continuare le prepotenze dei cappelli! – Se non c’era più il perito per misurare la terra, e il notaio per metterla sulla carta, ognuno avrebbe fatto a riffa e a raffa! – E se tu ti mangi la tua parte all’osteria, dopo bisogna tornare a spartire da capo? – Ladro tu e ladro io -. Ora che c’era la libertà, chi voleva mangiare per due avrebbe avuto la sua festa come quella dei galantuomini! – Il taglialegna brandiva in aria la mano quasi ci avesse ancora la scure.

Il giorno dopo si udì che veniva a far giustizia il generale, quello che faceva tremare la gente. Si vedevano le camicie rosse dei suoi soldati salire lentamente per il burrone, verso il paesetto; sarebbe bastato rotolare dall’alto delle pietre per schiacciarli tutti. Ma nessuno si mosse. Le donne strillavano e si strappavano i capelli. Ormai gli uomini, neri e colle barbe lunghe, stavano sul monte, colle mani fra le cosce, a vedere arrivare quei giovanetti stanchi, curvi sotto il fucile arrugginito, e quel generale piccino sopra il suo gran cavallo nero, innanzi a tutti, solo.

Il generale fece portare della paglia nella chiesa, e mise a dormire i suoi ragazzi come un padre. La mattina, prima dell’alba, se non si levavano al suono della tromba, egli entrava nella chiesa a cavallo, sacramentando come un turco. Questo era l’uomo. E subito ordinò che glie ne fucilassero cinque o sei, Pippo, il nano, Pizzanello, i primi che capitarono. Il taglialegna, mentre lo facevano inginocchiare addosso al muro del cimitero, piangeva come un ragazzo, per certe parole che gli aveva dette sua madre, e pel grido che essa aveva cacciato quando glie lo strapparono dalle braccia. Da lontano, nelle viuzze più remote del paesetto, dietro gli usci, si udivano quelle schioppettate in fila come i mortaletti della festa.

Dopo arrivarono i giudici per davvero, dei galantuomini cogli occhiali, arrampicati sulle mule, disfatti dal viaggio, che si lagnavano ancora dello strapazzo mentre interrogavano gli accusati nel refettorio del convento, seduti di fianco sulla scranna, e dicendo – ahi! – ogni volta che mutavano lato. Un processo lungo che non finiva più. I colpevoli li condussero in città, a piedi, incatenati a coppia, fra due file di soldati col moschetto pronto. Le loro donne li seguivano correndo per le lunghe strade di campagna, in mezzo ai solchi, in mezzo ai fichidindia, in mezzo alle vigne, in mezzo alle biade color d’oro, trafelate, zoppicando, chiamandoli a nome ogni volta che la strada faceva gomito, e si potevano vedere in faccia i prigionieri. Alla città li chiusero nel gran carcere alto e vasto come un convento, tutto bucherellato da finestre colle inferriate; e se le donne volevano vedere i loro uomini, soltanto il lunedì, in presenza dei guardiani, dietro il cancello di ferro. E i poveretti divenivano sempre più gialli in quell’ombra perenne, senza scorgere mai il sole. Ogni lunedì erano più taciturni, rispondevano appena, si lagnavano meno. Gli altri giorni, se le donne ronzavano per la piazza attorno alla prigione, le sentinelle minacciavano col fucile. Poi non sapere che fare, dove trovare lavoro nella città, né come buscarsi il pane. Il letto nello stallazzo costava due soldi; il pane bianco si mangiava in un boccone e non riempiva lo stomaco; se si accoccolavano a passare una notte sull’uscio di una chiesa, le guardie le arrestavano. A poco a poco rimpatriarono, prima le mogli, poi le mamme. Un bel pezzo di giovinetta si perdette nella città e non se ne seppe più nulla. Tutti gli altri in paese erano tornati a fare quello che facevano prima. I galantuomini non potevano lavorare le loro terre colle proprie mani, e la povera gente non poteva vivere senza i galantuomini. Fecero la pace. L’orfano dello speziale rubò la moglie a Neli Pirru, e gli parve una bella cosa, per vendicarsi di lui che gli aveva ammazzato il padre. Alla donna che aveva di tanto in tanto certe ubbie, e temeva che suo marito le tagliasse la faccia, all’uscire dal carcere, egli ripeteva: – Sta tranquilla che non ne esce più -. Ormai nessuno ci pensava; solamente qualche madre, qualche vecchiarello, se gli correvano gli occhi verso la pianura, dove era la città, o la domenica, al vedere gli altri che parlavano tranquillamente dei loro affari coi galantuomini, dinanzi al casino di conversazione, col berretto in mano, e si persuadevano che all’aria ci vanno i cenci.

Il processo durò tre anni, nientemeno! tre anni di prigione e senza vedere il sole. Sicché quegli accusati parevano tanti morti della sepoltura, ogni volta che li conducevano ammanettati al tribunale. Tutti quelli che potevano erano accorsi dal villaggio: testimoni, parenti, curiosi, come a una festa, per vedere i compaesani, dopo tanto tempo, stipati nella capponaia – ché capponi davvero si diventava là dentro! e Neli Pirru doveva vedersi sul mostaccio quello dello speziale, che s’era imparentato a tradimento con lui! Li facevano alzare in piedi ad uno ad uno. – Voi come vi chiamate? – E ciascuno si sentiva dire la sua, nome e cognome e quel che aveva fatto. Gli avvocati armeggiavano, fra le chiacchiere, coi larghi maniconi pendenti, e si scalmanavano, facevano la schiuma alla bocca, asciugandosela subito col fazzoletto bianco, tirandoci su una presa di tabacco. I giudici sonnecchiavano, dietro le lenti dei loro occhiali, che agghiacciavano il cuore. Di faccia erano seduti in fila dodici galantuomini, stanchi, annoiati, che sbadigliavano, si grattavano la barba, o ciangottavano fra di loro. Certo si dicevano che l’avevano scappata bella a non essere stati dei galantuomini di quel paesetto lassù, quando avevano fatto la libertà. E quei poveretti cercavano di leggere nelle loro facce. Poi se ne andarono a confabulare fra di loro, e gli imputati aspettavano pallidi, e cogli occhi fissi su quell’uscio chiuso. Come rientrarono, il loro capo, quello che parlava colla mano sulla pancia, era quasi pallido al pari degli accusati, e disse: – Sul mio onore e sulla mia coscienza!…

Il carbonaio, mentre tornavano a mettergli le manette, balbettava: – Dove mi conducete? – In galera? – O perché? Non mi è toccato neppure un palmo di terra! Se avevano detto che c’era la liberta!…

 foto aliberti Carmelo Aliberti

Informazioni su Monica Bauletti

Monica Bauletti, libri@monicabauletti.it Romanzi: -ATTACCO AGLI ILLUMINATI – EDITORE: LIBROMANIA (DeAgostini-Newton) 2014 -L’AMICA PIU’ PREZIOSA - EDITORE: LIBROMANIA (DeAgostini-Newton) 2014 -BERTA, LA LEGGENDA (PUBME.ME) 2017 -Racconto: VITE RIFLESE antologia UNA BELLA GIORNATA DI SOLE LIBROMANIA (DeAgostini-Newton) 2015 -Racconto “RESPIRO” secondo classificato al premio letterario edizione 2014 “MILLE E… UNA STORIA” e pubblicato nell’antologia del premio. -Racconto “TU NON MI AMI” numero dicembre 2014 rivista internazionale di letteratura e cultura varia “3°m TERZO MILLENNIO” fondata dal poeta-scrittore-saggista professore Carmelo Aliberti. -Racconto "MARTINA VEDE LE COSE" antologia: SOFFIA UN VENTO CONTRARIO - L'IGUANA EDIUTRICE www.monicabauletti.it

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