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MORAVIA – di GIORGIO DELL’ ARTI a cura di CARMELO ALIBERTI

    MORAVIA  Sono vivo, Sono morto – di GIORGIO DELL’ ARTI

Edizioni Cliky, Firenze, 2015

A cura di CARMELO ALIBERTI

L’elegante volumetto MORAVIA di Giorgio Dell’Arti uscito nel novembre del 2015 presso le Edizioni Cliky, nella collana “Les petits elephants”, contiene un ritratto, molto utile alla conoscenza del Moravia privato che il critico ha sapientemente  tracciato, ricucendo brevi testimonianze di  vari scrittori, frequentatori  della vita privata del più grande scrittore del Novecento, dai giorni dell’infanzia, quando il treenne Alberto soleva nascondersi dietro l’angolo in attesa del passaggio del padre nel corridoio della casa in Via Sgambati per assalirlo, ma quando arrivava il momento gli veniva meno il coraggio. Il romanziere, divenuto un mito, viene scandagliato da Dell’Arti  con la capillarità dell’entomologo, riconfezionato come uomo, colto nei suoi comportamenti quotidiani e nei suoi momenti di sofferenza e di rabbia, nella scansione delle sequenze del suo vivere quotidiano  e nel suo modo singolare di amare,  nelle sue apparizioni pubbliche, negli slanci generosi e nei suoi crucci, nelle sue reazioni  pubbliche e nelle sue ire private, come quando smarriva le chiavi di casa ed inveiva contro chi gli era accanto, e poi scopriva di aver dimenticato dove li aveva lasciato. Il proposito di aggredire il genitore anche per gioco rimase solo immaginato, come ricorda lo stesso Moravia. La sorella Adriana attesta che “un giorno la madre ci portò dal medico e, davanti a lui, rimproverò   Alberto perché picchiava le sorelle e pregò il medico di rimproverarlo”. Aveva le mani dure come il ferro. Alla nipotina Gianna diceva: “Se ti fai dare un pizzicotto, ti do mille lire”. L’altra sorella Elena ricorda: “Non era affettuoso per niente”. Per questa forma di insofferenza, non frequentò, se non saltuariamente, le scuole elementari. Agli inizi della terza classe la famiglia lo mandò all’Istituto Crandon, ma rinviato ad ottobre, quando fece gli esami e fu promosso. A sedici anni, ad una fiera di beneficenza, si mise a correre in pieno inverno e con il freddo si ammalò di polmonite. Lo stesso scrittore rivela che ebbe il primo amore a undici anni verso un’amica diciannovenne   della madre. Gli piacevano i burattini e li vestiva e svestiva.  Nel “23, mentre passeggiava con il padre, avvertì un lancinante dolore all’anca destra. Gli diagnosticarono una distorsione al bacino, per cui lo ingessarono, ma l’insistente dolore indusse la zia Amelia (Amelia Roselli) a farlo visitare a Bologna. Gli fu diagnosticata una tubercolosi ossea. Nel marzo del 1924 all’ottobre del “25, rimase ricoverato nel sanatorio di Codivilla di Cortina, dove avvertì il peso della solitudine e innervosito per l’immobilità coatta rovesciò a terra un vassoio di tè. Il prof. che lo seguiva, disse che “ero uno schizoide. Allora capii che dovevo stare solo. Scrissi su un vetro appannato de nosocomio dove era ricoverato: “Da grande voglio diventare uno scrittore”, e incominciò a scrivere il suo primo romanzo “Gli indifferenti”, con cui aprì vie nuove alla   letteratura.  Si parlò di nuovo realismo, cioè un modo diverso di rappresentazione del vero, ma dissimile dal verismo e dal realismo del romanzo ottocentesco, che affidava alla storia del romanzo la rappresentazione esistenziale di una famiglia borghese., come  specchio della società sotto il regime, cioè il disfacimento morale di una madre, una figlia e un figlio, tutti vittime di Leo, un nuovo arrampicatore  sociale, un fedelissimo del fascismo che si avvaleva del suo ruolo per impossessarsi del patrimonio, seducendo la madre, Mariagrazia , avido di denaro e di sesso, e successivamente la fragile figlia Carla  che, già annichilita dalle esibizioni erotiche dei due, non riesce a resistere alle pressioni  dell’amante della madre, divenendone , come la madre, sua amante. Al centro c’è Michele, il giovane figlio intellettuale di Mariagrazia appartenente alla borghesia romana  che, vivendo un doloroso dramma interiore, vorrebbe restituire l’onore alla famiglia uccidendo il corruttore e quindi  cancellare le impronte del disfacimento morale che ha frantumato  l’apparente conformismo borghese, in una società  mutata, in cui domina l’apparire più dell’essere  ; ma la pistola si inceppa e Michele si trasforma in un altro sconfitto di fronte all’incarnazione della borghesia nel  potere assoluto della dittatura, e si rassegna a vivere nella   protoscenetica   indifferenza. Interessante per capire l’influenza degli scrittori sulla formazione del giovane Moravia, Mario Soldati, tra il 1919 e   il “20, ad un suo spettacolo di marionette, tutti ridevano, mentre Alberto seduto accanto a lui sulla sabbia, se ne stava serio e diffidente e di poche parole. Qualche anno dopo leggeva già Dostoevskij. Aveva 13 anni, ma già leggeva 5 libri ogni settimana che riceveva dal Gabinetto Viesseux. I cugini Rosselli gli regalarono in francese il capolavoro “I fratelli Karamazoff” dello scrittore russo. A Bolzano, si recò con un amico triestino, noleggiando una carrozza. Ma alla fine, quando il vecchio triestino suggerì l’indirizzo, il guidatore sobbalzò e si rifiutò di condurci. Avevo l’apparecchio ortopedico ed era la prima volta; con difficoltà feci l’amore con una vecchia maestra”. Un giorno al ristorante, incontrò un giovane fascista con una bella e bionda ragazza. L’uomo mi fece capire che potevo fare l’amore con la sua ragazza. Andammo a casa sua e il ragazzo spogliò la donna, la distese sul letto e se ne andò. Alla fine volevo pagare qualcosa per il disturbo, ma il fascista rispose: “Signor Pincherle, questa non è carne che si vende” (Moravia). Lo scrittore rimase perplesso per quel regalo generoso, ma inconsulto. Per un attimo sospettò di aver avuto un’allucinazione, perché il libero amore e la schiavizzazione sessuale della donna era insita nella visione marxiana, come bene comune o come un regalo temporaneo prezioso, simbolicamente rappresentativo del volto generoso del costume in uso per il soddisfacimento dei piaceri più perversi. Ma fu solo il flash di un’intuizione subito dissolto negli incalzanti frastuoni della città. (n.d.A.) In ospedale, nascondeva la penna sotto il lenzuolo e ogni tanto, in segreto, scriveva un brano. “Mettevo  la punteggiatura, secondo il ritmo del parlato”. Lavorando ogni giorno, portò a termine “Gli Indifferenti”. Scrisse un articolo su “La Fiera Letteraria”, intitolato “C’è una crisi del romanzo”, firmato con il nome “Alberto Pincherle”, un prof. che Moravia non sapeva esistesse. Quando l’interessato protestò, egli decise di firmarsi come Alberto Moravia, il terzo termine del suo nome, rivelatogli dalla sorella Adriana, perché lui ignorava la vera locuzione della sua identità. Sottopose il romanzo al vaglio della rivista Novecento, ma il direttore rispose: “è un mucchio di inutili parole”. Allora si rivolse alla casa editrice Alpes, presieduta da Arnaldo Mussolini. Si fermò un poco a Milano, ma la risposta non arrivò. Ritornato a Roma, dopo un mese, ricevette una lettera dal direttore Cesare Giardini che gli comunicava di non poter proporre al Consiglio di amministrazione un autore sconosciuto e gli chiedeva 5.000 lire per la pubblicazione. Una cifra notevole che lui chiese al padre. Questi, senza alcuna titubanza, accontentò la richiesta. Quando Moravia ebbe la prima copia in mano, gli vennero le lacrime. Avevo riscritto ben 12 volte il romanzo ed era molto emozionato. Furono stampate 1300 copie che si esaurirono in una settimana. Il famoso critico Borgese, già molto noto e più volte oggetto di minaccia e di pestaggio da parte delle camicie nere e sul punto di espatriare, per il suo rifiuto di sottoscrivere la sua fedeltà al fascismo, che aveva imposto tale obbligo a tutti i docenti universitari e aveva impedito di potersi iscrivere negli elenchi degli aspiranti al lavoro, senza la tessera del fascio, elogiò il libro sul “Corriere della sera” e Moravia si recò a Torino per donare al critico una copia firmata de “Gli indifferenti”. Ma fece una “gaffe”, chiedendo:  “Lei si chiama Giuseppe Antonio o Giacomo Antonio?”. Borgese rispose: “Lei è talmente avveniristico da permettersi di non sapere il mio nome”. “Moravia rimase imbarazzato e da allora si chiuse ancor più in se stesso, tanto da apparire superbo”. (Brancati).  La critica del regime, invece, vide con sospetto l’esordio del nuovo e giovanissimo scrittore, tanto da farlo registrare nell’elenco degli antifascisti da monitorare. Regalò una copia del romanzo anche alla nonna Amelia, ma questa non fu grata al nipote per il dono e incominciò a prendere le distanze. La rottura definitiva della nonna avvenne dopo la pubblicazione de “Il Conformista”, un personaggio omologato passivamente alle nefandezze e ai soprusi del nuovo regime che, per mascherare la sua diversità, si era piegato a accettare, senza alcun cenno di rivolta, tutto il male degli organi del fascismo, divenendo simbolo dell’Italia peggiore con l’accettazione e l’acclamazione del Duce, adorato come il moderno imperatore di Roma, (che avrebbe riportato l’impero sui colli di Roma) , accusando il nipote amato come un figlio, che aveva salvato con il ricovero a Bologna, di non aver avuto alcun rispetto per i suoi figli, i fratelli Rosselli, che, perseguitati dal fascismo, si erano rifugiati in Francia, dove sarebbero stati scovati ed uccisi dai sicari del regime. Ciò congelò nella normalità i rapporti tra i due che non si frequentarono più.  Nel 1936 conobbe Elsa Morante, che gli fece credere di essere stata innamorata di un omosessuale e Moravia fino al 1982 era solo consapevole di ciò. Il matrimonio con la Morante fu celebrato con rito religioso, per accontentare la donna. Ma Elsa si sentì umiliata ed esclusa dagli ambienti snob, dove lo scrittore era adorato. Durante l’inaugurazione di una mostra, lo scrittore arrivò al punto di non presentare Elsa come sua moglie agli accademici presenti e la donna rimase in un angolo con le lacrime agli occhi.  Da allora, i due vissero in casa, ciascuno   nel proprio mondo, per cui Elsa sprofondò in una spaventosa solitudine, aggravata dalla mancata andata a Parigi per la celebrazione del trionfo del marito. Elsa, infatti, non fu invitata e la loro distanza si moltiplicò sempre più, in un clima, non di disamore, ma di emulazione creativa, incentrato su binari tematici contrapposti. Tra una felice e serena infanzia, trascorsa dal ragazzo Arturo nell’ alveo della sua isola, lontano dalla malvagità e dalla ferocia implacabile della guerra, custode di tanti sogni e ideali, si contrapponevano le pagine scabrose della narrativa moraviana, allora interpretata ancora in modo denotativo, in quanto i suoi romanzi subivano anche la censura, come una scomunica,  della Chiesa, dopo le persecuzioni e la messa al bando dalla dittatura  Dopo l’otto settembre, un ungherese lo avvisò che egli era nella lista da arrestare, per cui si premurò a seguire la via dei rifugiati, sollecitando Elsa a seguirlo, ma la moglie rispose: “Non ci penso nemmeno, debbo finire il romanzo” (Menzogna e sortilegio) (A. Debenedetti). Il treno a Fondi si fermò e la compagnia si avviò verso il Monte delle Fate. Aveva nella borsa “I fratelli Karamazoffe la Bibbia, aveva lasciato in custodia “Agostino” ad Alberto Lattuada. I due trovarono rifugio in una vecchia casa di contadini (Davide Marrocco), che ricorda qualche particolare, come il ticchettìo delle macchine da scrivere dei due in uno spazio di tre metri per tre. Dormivano su un materasso riempito di spoie. Un giorno, Moravia uscì con sette maglie e a chi rideva, rispose: “Meglio così, altrimenti se le rubano. “Al momento della partenza, Moravia mi chiese dei sacchi per mettervi le sue cose, assicurandomi che me li avrebbe restituito. Ma nessuno lo vide più. Per l’ospitalità ricevuta, ci ricompensò con una modesta manciata di denaro, eppure i soldi li aveva, perché per tutto il tempo della sosta da noi, andava a fare la spesa e mia madre, ogni giorno riscaldava l’acqua per il bagno della signora e la accudiva per tutta la giornata”. (D. M. cit.) Lo stesso scrittore ricorda che, mancando la carta igienica ed era tempo di guerra,” adoperammo le pagine dei “Fratelli Karamazoff” francesi, quelli dei Rosselli. Un giorno, avendo saputo che Moravia si trovava a Roma, Lattuada si recò a casa sua per riportargli “Agostino”, che gli era stato affidato in custodia, ma quando gli fu consegnato, Moravia gli disse: “Ti ringrazio, ma mica era l’unica copia”. Infatti, già l’autore aveva avuto trattative con l’editore Valli, che lo stampò in 500 copie. Era il romanzo più limpido e formativo della sua intera opera, che aveva come protagonista il ragazzino Agostino che, dalla spiaggia dove fu lasciato a giocare con la sabbia, assistette al rito sessuale che la madre, donna dell’alta borghesia romana, consumava nell’acqua salata con l’amante. Da allora Agostino, con una lacerazione profonda fu introdotto nel clima untuoso degli adulti. Agostino è un ragazzino violentato nella sua purezza e certamente si identifica con l’autore e con la generazione del suo tempo che ha subito l’arroganza della tirannide e che vede naufragare nella schiuma convulsa del mare, frequentemente schizzante dalle onde turbate dal dimenarsi dei corpi avvinti degli amanti, i suoi sogni infantili, rimanendo congelato nell’anima. Perciò, una piccola pattuglia di critici non intruppati individuarono in Agostino, “un angelo decaduto nella melma del mondo” che, nella produzione successiva, da “La ciociara”,  in cui si snoda il racconto di una madre che, durante lo sfollamento da Roma in Ciociaria, è costretta a vivere spiacevoli vicende, fino ad assistere alla violenza sessuale subita dalla figlia in una chiesa abbandonata da un gruppo di militari tedeschi in ritirata, e straziata ingoia dolore, fino ad assistere alla  perdizione volontaria della figlia, contro la quale la madre aveva sempre lottato per proteggerla dalle aggressioni meschine degli uomini, ma piangendo, dalla finestra in ombra della sua casa, scruta inconsolabile la figlia che viene trascinata via dai soliti magnacci di strada. La  Noia” (1960),raffigura la disintegrazione di ogni valore nella società del neocapitalismo, in cui l’uomo ha innalzato nuovi altari ai nuovi dei, quale il denaro, con cui ci si è illusi di poter acquistare anche il corpo di una donna disperatamente inseguita, come ultima scialuppa di salvataggio dalla “noia” di vivere, che ha spento nell’uomo contemporaneo ogni svampo ideale del cuore. Il protagonista, infatti, un pittore ricco e di successo e di denaro, non riesce più a dipingere e cerca nuovi stimoli inseguendo una giovane donna di straordinario fascino sessuale. Ma la ragazza, più è inseguita, più il pittore desidera di possederla e farne l’oggetto di nuove emozioni e possederla fino al risucchio nella vagina infinita di un altro paradiso. Ricopre anche la donna di banconote di 10.000 lire, come in un vestito di enorme valore, ma una febbrile disperazione lo sommerge, sconfitto, Con il fantasma di lei che oscilla nei suoi occhi, mentre la rincorre per le vie del quartiere, la sua auto va a sbattere contro il muro della sua villa. Moravia, ora si sporge sul baratro allucinante del nichilismo, ma nel tormento insanabile dell’uomo nella società neocapitalistica, ogni valore si è dissolto e l’essere umano si disintegra e affonda nella voragine della noia di vivere e nel nulla. Sopravvive un insoddisfatto anelito di appagamento esistenziale, ma la denarolatria ha scavato abissi in cui si sprofonda, senza riuscire a salvarsi dal vuoto mediante adeguati strumenti di salvezza. Il monologo con il proprio fallo in “Io e lui” rappresenta la definitiva deriva verso l’inferno di esistere in modo demenziale e la voce della riflessione e delle scelte si declina ne “La vita interiore”, in cui Moravia affida la funzione salvifica ad una voce interiore echeggiante nell’io, ma l’approdo nel viaggio di una vita intricata, come “la selva oscura” dantesca, non riesce ad adeguarsi organicamente alla arida realtà. Il linguaggio progredisce dalla trasparenza del primo romanzo, al prosciugamento di digressioni o sovrapposizioni barocche o gli avvallamenti nostalgici o neoromantici, per cui, nello sgranarsi del discorso dialogato diventa scheletrico e perforante come una lama. Il matrimonio con Elsa si è già formalizzato agli inizi degli Anni “60, senza figli che, forse i due avrebbero voluto, “ma non sono venuti, vuol dire che non dovevano venire” (Moravia). A chi gli consigliava di separarsi, dopo i frequenti scontri verbali che generavano il balbettio dello scrittore, Moravia rispondeva;  gliel’ho detto, ma lei non vuole.  Avere dei figli significa tendere all’immortalità, come fanno quelli che ricostruiscono l’albero genealogico.  Ma l’immortalità si raggiunge con il dipingere un bel quadro o scrivendo un bel romanzo (approdo cui era pervenuto anche Foscolo nel carme immortale de “I Sepolcri” (n.d.a.)  Li teneva congiunti la consonanza del ticchettìo della macchina da scrivere, sia in casa che in vacanza o in montagna, durante lo sfollamento a Fondi. Moravia amò sinceramente la moglie e quando ricevette da Gabriella Sobrino la notizia dell’assegnazione del Premio Viareggio-Versilia, (fondato da Leonida Repaci nel 1929 con un simbolico soldo come premio), sorpreso, timidamente chiese con pudore. “Posso portare con me un’altra persona?”. “Naturalmente”, rispose Gabriella che capì di chi si trattava, ma rimase colpito dalla delicatezza con cui il vincitore del premio glielo chiese. Quando Elsa fu ricoverata a lungo per un male persistente e trasferita di clinica in clinica, Moravia la seguiva per starle accanto nella sofferenza, si chinava su di lei e, insieme, parlavano di letteratura e di scrittori, fino a quando la degente diceva: “Ma sempre di letteratura parli!”, Le condizioni di Elsa si aggravarono rapidamente e le spese per curarla divenivano insopportabili, tanto che Moravia  fece appello al presidente della Repubblica, Sandro Pertini, affinché le assegnasse un aiuto finanziario secondo la legge Bacchelli, per pagarsi le spese delle cure e della degenza in ospedale , perché Elsa era ufficialmente povera. Pertini la aiutò personalmente, ma dopo la scomparsa della moglie, si seppe che la scrittrice aveva lasciato alle nipoti un patrimonio immobiliare di circa 650 milioni di lire. Moravia impugnò il testamento ed ebbe diritto a sei dodicesimi del patrimonio

La Maraini, invece, smentì le dicerie di avidità di denaro del compagno, dichiarando che la parte del patrimonio assegnatogli, Alberto

l’aveva devoluta a favore delle sorelle che erano state escluse dall’eredità.   Alain Elkan, autore di una biografia completa dello scrittore romano, conclude” Rimane sempre il bambino ferito (come il suo Agostino (n.d.a.) che ha sciupato la sua adolescenza e ha impegnato molti anni della sua giovinezza a ritrovare la salute”.   Rimasto solo, nella sua casa sul lungotevere arriva la giovanissima Dacia Maraini, reduce dal fallimento del primo matrimonio, che si lega con affetto allo scrittore, già dominatore della scena letteraria italiana e famoso anche all’’estero. Aveva un breve romanzo, da sottoporre al vaglio del Maestro. Nel 1963, il romanzo uscì presso Einaudi, con il titolo di “L’età del malessere”, con cui la Maraini partecipò al “Premio Formentor” (1962) che aveva nella giuria anche Moravia, chiamato da Maria Bellonci. Il premio, alla libreria Einaudi di Roma, venne assegnato al romanzo di Dacia, ma lo scrittore venne accusato di aver influenzato gli altri membri della giuria a favore della Maraini, sia per la convivenza tra i due, sia per l’affinità della scrittura trasparente e connotata dalla concatenazione dei dialoghi, ridotti a veloci e sintetici fonemi e stilemi e a locuzioni e periodi costruiti con asciutte forme verbali e lessicali, su cui scorreva la trama  del racconto che era stato rigorosamente sterilizzato da digressioni batteriche del sentimento; il rosario degli eventi sembrava scorrere fluidamente, anche se la concatenazione episodica strideva della latitanza della terapeutica carezza del padre, che appariva fuggire dalla realtà deludente della vita, trascorrendo i suoi giorni a costruire gabbie, destinate a rinchiudere  uccelli o per imprigionare il male,  i suoi fallimenti di genitore e di uomo,  o la paura di chi ha smarrito l’identità del proprio ruolo e la dispersione di ogni valore per l’assedio di una società votata totalmente al possesso e all’apparire e non ha saputo o voluto compromettersi per sostenere dignitosamente la famiglia o la figlia. Si arrivò anche ad ipotizzare l’intervento della penna dello scrittore nella revisione totale del dattiloscritto. Ciò provocò una violenta reazione verbale dell’accusato, da cui traspariva la rudezza del carattere scontroso, individuato in lui da alcuni suoi amici. Moravia urlava l’infondatezza delle accuse, mentre in un angolo Dacia piangeva.  La stessa Dacia ricorda:” No, Moravia non ha mai pensato di insegnarmi niente. Forse perché è troppo impaziente, non ha l’animo del maestro…Eppure con l’esempio è riuscito a trasmettermi il suo rapporto di onestà intellettuale con la scrittura. È stato sempre lontano da ogni scambio o traffico losco, da tutto quel sottobosco letterario che sopravvive a forza di favori e di false amicizie. Lui è istintivamente alieno da ogni calcolo e cinismo, purtroppo così comuni tra i letterati. Non l’ho mai visto scendere a compromessi: in questo senso lo considero un maestro”. Lo storico Lucio Villari ci offre un esempio concreto della sua sensibilità sentimentale, la sua tenerezza, lui che sembrava di cartesiana intelligenza e limpidezza, quando nell’estate del ’63 ad Ischia vide Dacia sparire nell’acqua del mare e guardava zitto l’acqua turbata dalle onde, allora ad alta voce, preoccupato scandì:” Ma dove sarà andata” e si buttò tra le onde per cercarla. Sul loro rapporto, la sorella Adriana osserva:” Nessuno ha avuto su Moravia l’ascendente di Dacia, lo placava senza far niente di particolare, una volta che lui si mise ad urlare contro di lei perché era troppo impegnata, non la vedeva mai, lei si limitò a sfiorargli una mano e guardarlo negli occhi”. Come Elsa, amava i cani e si vedeva passeggiare per il lungotevere e altrove, con Arancio, un meraviglioso spinone regalatogli da Vincenzo Cerami. Lo stesso scrittore confessava di amare gli animali, perché in fondo anche lui al 95% si riteneva un animale, cioè era abitudinario e quotidianamente, alle ore sette era già in piedi e pronto per iniziare a scrivere in uno spazio di tempo sempre uguale, pranzava alla stessa ora e il primo pomeriggio si dedicava alla vita sociale e agli appuntamenti letterari nei migliori salotti della capitale, sia dell’alta borghesia, sia di letteratura, come quello di Ungaretti. Frequentava i ristoranti più economici, perché li riteneva migliori, come cucina e come servizio. Alle 18, rientrava in casa, per riprendere una lettura interrotta o per un breve riposo, prima di affrontare le ore serali. Il sodalizio culturale con Pasolini e con Enzo Siciliano produsse la nascita della prestigiosa rivista Nuovi Argomenti e gli autori in cerca di pubblicazione si alternavano nella sua abitazione o nella redazione della rivista, certi del passaggio decisivo per le loro ambizioni letterarie. Sosteneva sempre che esercitare l’attività di scrittore era un mestiere e suggeriva:” Se vuoi diventare scrittore, con quaderni e penna, sali in soffitta, concentrati e inizia a scrivere, alla fine, leggi, correggi, riscrivi, correggi e scendi solo, quando ritieni che non hai niente da dire. Essere poeta, invece, non è un mestiere, ma un misterioso e quasi magico trasporto  nella sublimità, che si espande su un repertorio di eventi, di miraggi naturali ed ideali che riverniciano la vita,  l’essere e il mondo di un arcobaleno di sogni, di speranze e d’amore. Io non sono riuscito ad essere poeta (n.d.a.). “Di Moravia mi ha sempre colpito la costanza, la coerenza, la testardaggine del suo impegno pubblico, la presa di posizione rispetto ai problemi politici e sociali del paese, insomma questa ritiene la funzione dell’intellettuale nella società.  (L.Tornabuoni). “Moravia l’ho visto sempre elegantissimo, spiritosissimo e molto venerabile tra le signore romane che lo coccolano. Crede in se stesso, appare decentemente vanitoso, maligno, ma senza cattiveria……Scrive, descrive, non fa il furbo. Non insegna a pensare, non ricatta, non moraleggia, non prescrive, non segna a dito…Non lo faranno senatore a vita. Speriamo gli diano il Nobel per la letteratura o per la pace civile, cui ha molto contribuito (G. Ferrara). A chi lo accusava di essere uno scrittore immorale, rispondeva: “Anche Boccaccio nel Decamerone affronta temi scabrosi, ma è solo la realtà io denudo, se i miei romanzi sembrano immorali, vuol dire che la realtà è immorale, la vita è quello che è, e una cosa è una cosa”.  Amava, come già si è ricordato, anche il cinema che commentava sui giornali. Un giorno, al tavolo di un bar, volle dimostrare la semplicità e la celerità con cui stendeva una scheda critica sul film in visione. L’amico che era con lui, si impossessò del testo e lo pubblicò con il proprio nome. Era appassionato della musica e agli amici, come A. Gennari, che si sorprendeva per tale passione, perché non sentiva, lo scrittore rispondeva “Non la sento, ma vedo i colori”. Il cinema era una delle sue passioni, dopo la letteratura e il cinema, come lo stesso confessa e il grande regista Federico Fellini apprezzava molto la sua capacità di esortare gli intellettuali di esprimere il loro punto di vista su quanto accade, li esortava ad intervenire sulle storture della politica e della società, per contribuire a migliorarla.  “Sapere che c’è Moravia, capace di essere un artista, uno scrittore e nello stesso tempo un lucido testimone della realtà che stiamo vivendo, mi conforta molto. Nelle sue critiche, non c’è malanimo, né critica feroce, ma tolleranza e visione rispettosa che lo indicano come uno dei critici più acuti e attendibili.”   Esprimeva le sue considerazioni scabrose, faccia a faccia, su persone amiche e non, in maniera sincera, senza suscitare rancore. In realtà, come afferma Dacia, Alberto non era tale, ma veniva ritenuto tale, perché al telefono rispondeva con un forte timbro di voce, perché, essendo sordo, rimarcava il “Chi è”. Un giorno telefonò ad Arbasino che lo aveva definito erotomane, ma Arbasino si giustificò attribuendo la definizione ad un suo personaggio e Moravia rispose: “Piacerebbe a te, che io ti chiamassi “stronzo”, come un tuo personaggio?”.    Invece, era tenero e premuroso, come trasparì dalla scelta di stare vicino ai deboli contro i soprusi. Era molto impaziente e non sopportava aspettare. Aveva sempre problemi di salute. Una volta, i medici lo convocarono nei loro studi, e, poiché gli avevano visto un’ombra allarmante nello stomaco, lo convocarono per un controllo più accurato.   Dacia lo sollecitò ad andarci per assicurarsi che i suoi erano solo attacchi dolorosi gastroenterici. Nell’anticamera dello studio medico, c’erano molti pazienti e occorreva aspettare il proprio turno per diverse ore. Moravia si infastidì per la prevista lunga attesa e se ne andò irritato sbattendo la porta. In verità, Gli era stato poi diagnosticato un tumore e i medici erano pronti per asportarglielo, si trattava, invece, “di un pancreas aberrante” di facile cura. A chi faceva notare la sua impazienza, lo scrittore rispondeva che la tanto deprecata impazienza gli aveva salvato la vita” (D. Maraini). Comportamento insofferente di ogni condizionamento, Egli manifestava la sua esigenza di libertà anche in varie forme di trasgressione, come quando doveva andare ad un appuntamento alla Mondadori. Era stato informato che il palazzo era sorvegliato dalle forze dell’ordine, per cui doveva essere prudente. Invece, davanti ai militari, egli senza timore operò una sterzata improvvisa verso l’ingresso, facendo stridere le ruote dell’auto, incurante di ogni limitazione. “La macchina”, ricorda Renzo Rosso,” lo manda in bestia, tutto lo infastidisce, non riesce ad osservare il codice della strada ama guidare in maniera spericolata e aggressiva. Verso la macchina dimostra un odio viscerale, tanto da volerla prendere a calci, è uno strumento di infinita sofferenza”. “È burbero perché ha fretta ed è inquieto, è invece gentile con chi non gli fa perdere tempo”. Un pomeriggio, mentre c’era a casa sua, una conversazione sul femminismo, apparve tra le donne, sbottonandosi i pantaloni, le presenti rimasero inebetite credendo in una aggressiva esibizione sessuale, mentre Dacia quasi con amarezza. Chiese: “Alberto che fai?” ma Alberto sorprendendo tutti, rispose:” Ho fame, vorrei un panino”. Nel ’68, durante la protesta dei giovani in rivolta nelle università e nelle strade con gli operai in sciopero, cercò di parlare agli studenti nell’Ateneo, ma l’assemblea lo insultò, definendolo “venduto e traditore della classe operaria; tu cerchi il consenso da parte nostra, mentre incassi notevoli soldi per i tuoi articoli, dal giornale della borghesia imperialistica”, tu sei un traditore dei problemi della classe operaia” e lo tempestarono di mele marce, insultandolo con forti grida. Egli non rispose alle provocazioni. Il giorno successivo, l’Espresso gli organizzò un incontro con studenti e docenti. Ai nuovi insulti ed accuse di integralismo ed omologazione al sistema. Enzo Siciliano, presente all’incontro, dichiarò che mai aveva sentito urlare Alberto con veemenza, gridando:” l’unico modo in cui una persona mostra di essere integrata a qualcosa, valori o società che siano, è il linguaggio che adopera, e voi parlate per luoghi comuni, allo stesso modo in cui parla la borghesia burocratica, Mi dispiace dirvelo, perché la vostra rivoluzione mi è simpatica” Era il maggio rovente dei movimenti studenteschi in Italia, seguiti all’arroventato maggio parigino, e gli scontri tra i rivoluzionari si trasformarono in aberranti e vandaliche forme di lotta. La rivolta si diffuse in tutta Europa. Molto numerosi gli incendi delle auto, i sabotaggi ad ogni espressione dello strangolante regime ipercapitalisto, banche, scuole, monumenti e università furono danneggiati o occupati. Si decise di intervenire con azioni repressive. Gli intellettuali, soprattutto quelli di sinistra, cercarono di mitigare un così vasto movimento di rivolta. In Francia, anche Sartre girava per gli angoli delle vie, distribuendo a mano e gratuitamente il giornaletto rivoluzionario, clandestinamente edito dallo stesso scrittore per fare proselitismo rivoluzionario. In Italia, l’episodio di Moravia nell’Università non rimase isolato. In quei giorni, anche Pasolini avvertì l’urgenza di intervenire. Anch’egli affrontò la massa degli studenti in rivolta, che si erano barricate nell’Università, compiendo anche atti di vandalismo contro le strutture universitarie e furono anche bruciati i registri d’esame di molte Facoltà”. Indimenticabile è la lettura della poesia, dalla viva voce del poeta, scrittore, giornalista e regista fustigatore  di ogni atto di violenza, che iniziava con tono e parole sferzanti:” Vi odio, cari studenti”, perché ogni poliziotto ferito o ucciso è vostro padre. Anche voi, come queste vostre vittime, siete figli di persone umiliate dalla vita e dalla storia e dovettero arruolarsi, fuggire dalla propria terra per cercare il pane sicuro per i propri figli, per cercare un destino migliore per il vostro futuro. Anch’io fui costretto ad allontanarmi dalle aride rocce della mia Casarsa e dovetti inventarmi una vita di impegno, utilizzando solo lo strumento della parola che ci rende umani. Perché non contenete per un momento la vostra rabbia e progettate, invece, strategie di lotta pacifica per esprimere le vostre proposte”. Gli interventi autorevoli di Moravia e Pasolini e di altri intellettuali in diverse regioni d’Italia, contribuirono a indirizzare la protesta verso traguardi più bilanciati. Infatti, nelle università e negli istituti scolastici di II° grado, si decise di dare il 6 politico, per facilitare il conseguimento della laurea a tutti, in modo da rasserenare l’ambiente universitario e anche lo “scippo proletario” nei negozi, dove gli esercenti erano terrorizzati dalla irruzione delle pattuglie rivoluzionarie, a cui concedevano volontariamente tutto per evitare l’irreparabile. (n.d.a.) Le università vissero un clima infuocato di attività anarchiche, fino a quando negli anni ’70, iniziò gradualmente una fase di rigurgito, gli studi ripresero in una condizione di rispetto e di dialogo tra docenti e discenti. Si deliberò la partecipazione attiva degli studenti nella vita e nelle decisioni didattiche, logistiche, amministrative e organizzative degli Atenei e l’incendio dell’esasperazione si placò .Gli studenti continuarono ad affiancare gli operai nella rivendicazione dei loro diritti, finché nel 1970 la classe operaia ottenne il riconoscimento dello “Statuto dei lavoratori”   Nel 1982, in un clima mondiale di corsa agli armamenti nucleari, Moravia volle andare a vedere le conseguenze tragiche dell’esplosione dell’atomica su Hiroshima. Il dolore che ricordava il monumento, innalzato in segno di immortale ricordo della strage di circa 300 mila morti e i tanti invalidi sopravvissuti con le radiazioni nel sangue sconvolse lo scrittore che ritornò sgomento, avvertendo la biologica urgenza di sentirsi anche zoologicamente legato a quelle vittime. Nessun altro scrittore, meglio di Moravia, riuscì, in maniera capillare e coinvolgente, ad evidenziare la cosificazione dell’Essere senza alcuna possibilità di riscatto, e trasfigurato in automa senza pulsioni sentimentali e senza chimerici approdi, ma ridotto a semplice meccanismo di avidità,  maniacale, disperata e sconvolgente istintività sessuale dell’uomo, che non aveva come fine la gnoseologia   del giusto senso trascendentale della vita, ma solo una divinizzazione delle vibrazioni corporali e la distorta ansia di poterle placare nell’appagamento nel possesso totale della femmina.  A ulteriore conferma di ciò, Moravia non tardò, mentre Elsa era in agonia, a consolarsi con la ventisettenne spagnola Carmen Llera che era venuta a Roma in vacanza e che si era introdotta in casa Moravia per parlare di Letteratura e di arte: infatti lei si era spacciata per nota pittrice iberica. Due giorni dopo, lo scrittore 73enne, afferrò Carmen con le sue robuste e forzute mani, la rovesciò sul letto e consumarono insieme un breve amplesso. Lo sguardo accattivante, la pelle magnetica, il sorriso e le labbra seducente, il profumo dell’età giovanile, fecero scattare improvvisamente in Moravia la libidine sessuale. Ricorda la stessa donna in alcune interviste, che nonostante la differenza di età, lo scrittore si produsse in performance sessuali soddisfacenti e, ai pettegolezzi dei salotti romani, rispondeva che l’età anagrafica non coincide con la vecchiaia, ma si è vecchi, quando la mente non è più lucida e lui intellettualmente era lucidissimo. Era molto ansioso e, un giorno, durante un viaggio in Africa, aveva nel bagaglio alcuni flaconi di Valium ed altre pasticche, che non servivano certamente per compiere atti inconsulti, ma per proteggersi dall’insonnia e dagli attacchi di ansia, frequenti nella vita stressata dell’artista. La sua casa sul Lungotevere, come si è detto, era tappa indispensabile per aprire a giovani talenti la via del successo, con i più anziani il salotto di conversazione sui problemi più scottanti della letteratura e della società.  I due artisti decisero di formalizzare il loro rapporto d’amore con il matrimonio, ma con il patto di vivere in libertà di frequentazioni, ma senza tradirlo mai, perché egli sentiva ora di non aver amato nessuna come lei e il giuramento veniva avallato anche dalla giovane sposa. Dacia, in ogni occasione di dimostrava profondamente innamorata e non le importava la differenza di età, né si sentiva complessata dalla fama mondiale raggiunta dallo scrittore. Invece, l’attraevano sempre di più i modi gentili di lui verso di lei, la sua paura di non perderla, perciò non investigava nelle sue frequenti assenze, né chiedeva alcuna spiegazione. Sapevo di avere una avanzata età e che presto sarebbe sparito nel tenebroso nulla, ma desiderava essere accompagnato fino alla fine dalle carezze e dai caldi baci di lei che per quattro anni aveva ridato un senso di catartico affetto e, perciò, gli era molto cara. Ma il matrimonio rappresentò solo un limite formale, in quanto Moravia continuava a ricevere nel suo salotto personaggi di fama internazionale (scrittrici, registi e donne dello spettacolo), senza alcuna obiezione della moglie e questa si abbandonava a frequenti avventure, senza remore o richiami del partner. In un clima di reciproca condivisione delle scelte di libertà, il loro fu un periodo di vita serena. Ma Il Giornale della famiglia Berlusconi, dopo la pubblicazione di  un romanzo della Llera, in cui si accennava ambiguamente a flirt con personaggi della politica e dello spettacolo ben noti, ma indicati solo con le iniziali, come G.L. che alcuni hanno indicato in Gard Lenner, ai tempi in cui conduceva un programma televisivo e G.F. di Botteghe Oscure, quando il personaggio era in auge al Partito di appartenenza, e Lei lavorava come commessa alla vicina Rinascente   In tale ottica, dopo aver esplorato l’esplosione di ogni idealità e la delusione della disfatta di ogni codice morale dell’uomo, ridotto all’omologazione coatta  dei sentimenti e della ragione al clima catastrofico e dissacrante di ogni visione ideale dell’esistenza nell’ incalzare di una pagina buia della storia, letta sulla piattaforma coscienziale declinata fino al materialismo più dispregiativo, in cui annega ogni limpida emozione del cuore, in attesa che nella oscura prigione terrestre si apra il montaliano “varco” che nuovi mondi schiuda”, la creatura umana si è trasfigurata in entità zoologica con parallela denotazione, per cui “l’uomo come fine” si è appiattito nel “fine di una cosa”. La contingente realtà soggettiva e storica, cioè la malattia, il fascismo e la guerra furono esperienze che gli fecero disistimare la classe dirigente italiana, responsabile del disastro atomico, alimentando in lui la simpatia verso il mito proletario, che sostituì l’incombenza del vuoto che stava risucchiando l’intero genere umano nell’imbuto di una labirintica tortura. Perciò, rimase sempre racchiuso nel guscio dell’amarezza e aggrappato all’immagine di una donna, in cui vedeva riflessa l’illusione della letteratura che aveva sempre amato come un gomitolo sacro di inesplicabili valori (n.d.c.) Concludendo questi frammenti di testimonianze umane e letterarie, si può decisamente affermare e concordare con il piluccare sagacemente e oculatamente di Giorgio Dell’Arti che la letteratura fu per Moravia una sonda lanciata nell’universo esistenziale, alla ricerca dei valoriali dissolti e coglierne il nucleo interrato in attesa che germogli in una dimensione inossidabile dell’essere e quindi vivere parallelamente nell’immortalità, ma passare in rassegna un repertorio di vicende private, da cui traspare il  Moravia “privato”, colto nelle sue debolezze, nella sua generosità, nei suoi amori, che allegoricamente rappresentano il Moravia “Morto”, incapace, come un bambino, a riscattarsi dalla negatività del suo arido peregrinare negli accidentati sentieri della vita, invasi  da serpeggianti mostri inafferrabili (n.d.c.)

 


foto aliberti Carmelo Aliberti

 

 

 

Informazioni su Monica Bauletti

Monica Bauletti, libri@monicabauletti.it Romanzi: -ATTACCO AGLI ILLUMINATI – EDITORE: LIBROMANIA (DeAgostini-Newton) 2014 -L’AMICA PIU’ PREZIOSA - EDITORE: LIBROMANIA (DeAgostini-Newton) 2014 -BERTA, LA LEGGENDA (PUBME.ME) 2017 -Racconto: VITE RIFLESE antologia UNA BELLA GIORNATA DI SOLE LIBROMANIA (DeAgostini-Newton) 2015 -Racconto “RESPIRO” secondo classificato al premio letterario edizione 2014 “MILLE E… UNA STORIA” e pubblicato nell’antologia del premio. -Racconto “TU NON MI AMI” numero dicembre 2014 rivista internazionale di letteratura e cultura varia “3°m TERZO MILLENNIO” fondata dal poeta-scrittore-saggista professore Carmelo Aliberti. -Racconto "MARTINA VEDE LE COSE" antologia: SOFFIA UN VENTO CONTRARIO - L'IGUANA EDIUTRICE www.monicabauletti.it

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