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FEDERICO DE ROBERTO di Carmelo Aliberti

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Federico De Roberto nacque a Napoli nel 1861e dopo la morte del padre (1870), ufficiale napoletano, si trasferì assieme alla madre, nobildonna siciliana, a Catania, dove continuò gli studi di istruzione superiori e universitari presso la facoltà di Scienze, senza laurearsi. Nel 1881 fondò la rivista “Il Don Chisciotte”, attraverso la quale conobbe Verga e Capuana e, pur seguendo il modello dei due maestri del Verismo, riuscì a ritagliarsi uno stile autonomo, adeguato alla sua area di interesse, concentrato sull’aristocrazia agraria al tramonto e la piccola borghesia emergente. Nel 1891 uscì il romanzo “L’illusione”, la cui protagonista Teresa assomiglia a “Madame Bovary” di Flaubert, L’opera non riscosse il successo desiderato. L’ambiente del romanzo è il mondo altoborghese della Sicilia dopo l’Unità, che lo scrittore esplora nella psicologia dei personaggi in maniera sfumata. Dal 1890, lo scrittore incominciò a frequentare gli ultimi “scapigliati” e i nuovi teorizzatori del Realismo, come Praga, Giacosa e Cameroni. In questo periodo di frequentazione degli intellettuali milanesi, i nuovi indirizzi degli “Scapigliati” che si ribellavano alla tracotanza dei padri, considerati come parassiti, sfruttatori, schiavisti crudeli e sanguisughe degli inermi, dei poveri e degli umili, senza provare alcun sentimento di pietà verso la massa dei miserabili che stentavano a sopravvivere o cadevano per strada, a causa di una classe dirigente attenta solo ad accumulare ricchezze senza scrupoli con reciproca complicità nello stupro del paesaggio per ogni forma di illegale speculazioni e con il saccheggio delle casse statali, influenzarono la nascita di un progetto narrativo dello scrittore di descrivere la nobiltà siciliana nel facile passaggio dalla monarchia borbonica alla nuova realtà politica italiana post-unitaria. Nel contesto di responsabili riflessioni, nacque il romanzo “I Vicerè”, in cui lo scrittore, con il metodo del racconto oggettivo e la tecnica dell’impersonalità, radiografava lo sgretolarsi della famiglia soprannominata dei Vicerè, detentori in Sicilia del potere assoluto, affidato ai loro avi dalla dominazione spagnola e ora emarginata dalla storia con l’ascesa al potere di una nuova categoria sociale Oltre alla rappresentazione oggettiva delle condizioni ancestrali di miseria delle plebi siciliane (rispecchiamento emblematico dell’intero meridione), De Roberto fa emergere il drammatico conflitto generazionale che corrode dall’interno la famiglia degli Uzeda di Francalanza, aristocratici catanesi di origine spagnola che non si arrendono alla fatale decadenza familiare e senza traumi riemergono al potere, con operazioni immorali di trasformismo nella persona di Consalvo, che camaleonticamente diventa socialista e con demagogia riesce a farsi eleggere senatore del nuovo Regno. La vicenda nello spazio temporale tra il 1854 e il 1892, anno in cui viene allargato il suffragio elettorale. Il racconto inizia con la lotta che si scatena, dopo la morte della vecchia dispotica Teresa, vedova del principe Consalvo, per il possesso dell’eredità, contesa tra i figli e nipoti. Alla fine, vince Giacomo con l’inganno e con il gioco al massacro che, così moltiplica i rancori, i conflitti, le prevaricazioni e gli odi tra i fratelli. 

Come acutamente osserva Giovanardi (Letteratura Italiana, dall’Ottocento al Novecento, Einaudi,1995), l’universo narrativo dei Vicerè è chiuso e soffocante, dominato da una specie di darwinismo selettivo, dove i deboli e i troppo sensibili sono condannati a soccombere, come Matilde, moglie di Raimondo o gli sciocchi, come Ferdinando, fratello del principe, incapace di difendere i propri diritti e tutti quelli in cui l’egocentrismo (che secondo De Roberto sta alla base del sistema sociale) non è sufficientemente saldo, come Giovannino che si suicida, unico personaggio che ispira il suo comportamento all’autenticità dei sentimenti. Gli Uzeda sono ossessionati dalla decadenza familiare, perché hanno il sangue malato dai troppi matrimoni tra parenti e dalla lunga vicinanza al potere. Il giovane figlio di Giacomo, Consalvo, ha l’ossessione di diventare pazzo e, dopo un forte conflitto con il padre, decide di dedicarsi alla politica, con un pacifico trapasso da aristocratico reazionario nelle fila della Sinistra, per non smentire la vocazione al trasformismo delle classi dirigenti per rimanere ancorati al potere e proseguire nello sciacallaggio dispotico sulle classi subalterne per libidine di impinguare il patrimonio personale con operazioni illegali e con l’arroganza di chi sa di rimanere impunito per ogni azione di scempio e di tracotante calpestio della dignità e del diritto alla vita delle vittime, falcidiate dalla feroce disprezzo e crudeltà degli oppressori al potere. Le parole conclusive del libro pronunciate pubblicamente dà in campagna elettorale da Consalvo, denunciano la propensione a governare anche degli Uzeda: “Un tempo la potenza della nostra famiglia veniva dal Re, ora viene dal popolo. La differenza è più di nome che di fatto”. Parole che rivelano il pessimismo dello scrittore, che non crede al progresso come vettore della storia, che è invece una catena di soprusi, in cui s’impone il più forte. In tale concezione immobilistica della storia, si manifesta il pensiero di De Roberto sulla statica questione meridionale. Lo scrittore, mediante l’utilizzazione del canone dell’impersonalità, registra nel romanzo piccole e grandi tragedie, gesti e parole di estrema ferocia, incredibili egoismi, senza alcun inserimento di commenti o espansioni riflessive dello scrittore, per cui sono gli stessi protagonisti a esplicitare ipocritamente la propria gestualità operativa e la trascrizione narrativa del mondo dei Vicerè risulta sgradevole, crudele, ironica, grottesca, sarcastica, espressa in un italiano medio, simile al parlato e privo di preziosismi linguistici o creazioni di pause evasive che incrinerebbero il canone della rappresentazione oggettiva e la potenza degli eventi nel loro asciutto e lineare fluire. Nel romanzo “L’Imperio”, pubblicato postumo e incompiuto, lo scrittore affida a un nuovo personaggio, Federico Ranaldi, giovane aspirante giornalista, appartenente alla borghesia ed educato in famiglia con gli ideali della sua classe, il ruolo di verifica della corruzione e di trasgressione di ogni forma di legalità da parte dei nuovi eletti al parlamento. Con la sua attività di osservatore politico non impegnato che, di fronte alla inerzia legislativa a favore di un miglioramento delle condizioni disperate dei sudditi di un Sud, atavicamente negletto nel ghetto della fame, ha trasformato il Parlamento in luogo di soddisfacimento di ogni piacere, continuando nello scempio del ruolo affidatogli dagli elettori, beffandosi apertamente dei poveri astanti in attesa di un rinnovamento gestionale delle istituzioni a favore degli oppressi, che invece rimangono delusi e ridicolizzati dai potenti, sempre più colpevoli della ghettizzazione dei poveri, e impegnati continuamente ad accumulare ricchezza, legiferando per la legalizzazione dei loro misfatti. Il giovane Ranaldi, (che interiormente sentiva il trasformarsi le idee inculcate dalla famiglia in vocazione progressista) nella frequente presenza dell’aula parlamentare, rimane disgustato di fronte alle ignobili negligenze e alle disgustose beffe a danno dei deboli e affamati proletari, per cui si associa con le necessità popolari e conferma le sue idee di sinistra, con il ripudio della sua originale formazione conservatrice. In questo non indolore capovolgimento di idee, generato dal crollo delle sue giovanili illusioni, si sono individuate le vere, segrete e timide idee progressiste dell’autore de “I Vicerè”.  

Ranaldi è tormentato dal dissolvimento delle sue speranze nel progresso sociale ed è sul punto di veleggiare verso soluzioni autodistruttive, da cui lo distoglie l’amore per una saggia e moderata donna che diventa la sua Beatrice.

Perciò, alcuni critici hanno individuato nella parabola evolutiva del nuovo personaggio, un immaginario e simile percorso interiore di De Roberto che lasciò inedita e la storia di Ranaldi, per non contraddire il suo pessimismo e non essere accusato di essere un voltagabbana.

Con l’opera di De Roberto, accanto alla descrizio­ne, fedele ai canoni del verismo nel suo capolavoro, si fa strada una tendenza letteraria verso un verismo interiorizzato e cautamente progressista ne “L’Imperio”, dove accanto alla particolareggiata ricognizione storica, alla individuazione dell’influenza della razza e dell’ambiente, si avvia un’operazione d’introspezione psicologica, in gran parte inedita nel veri­smo, e emblematica dei tempi nuovi.

La zitellona contava allora trentotto anni, ma ne dimostrava cinquanta; né in età più fresca aveva mai posseduto le grazie del suo sesso. Destinata a restar nubile per non portar via nulla del patrimonio riserbato al fratello principe, ella sarebbe stata forse rinchiusa, per precauzione, in un monastero, se la sua bruttezza e più la naturale sincera avversione allo stato maritale non avessero assicurato i suoi parenti meglio della clausura contro i pericoli della tentazione. Non era parsa mai donna, né di corpo né d’anima.

( “I Vicerè” di F.De Roberto (P.I. cap. 3)   

Carmelo-Aliberti-700x357  Carmelo Aliberti

Informazioni su Monica Bauletti

Monica Bauletti, libri@monicabauletti.it Romanzi: -ATTACCO AGLI ILLUMINATI – EDITORE: LIBROMANIA (DeAgostini-Newton) 2014 -L’AMICA PIU’ PREZIOSA - EDITORE: LIBROMANIA (DeAgostini-Newton) 2014 -BERTA, LA LEGGENDA (PUBME.ME) 2017 -Racconto: VITE RIFLESE antologia UNA BELLA GIORNATA DI SOLE LIBROMANIA (DeAgostini-Newton) 2015 -Racconto “RESPIRO” secondo classificato al premio letterario edizione 2014 “MILLE E… UNA STORIA” e pubblicato nell’antologia del premio. -Racconto “TU NON MI AMI” numero dicembre 2014 rivista internazionale di letteratura e cultura varia “3°m TERZO MILLENNIO” fondata dal poeta-scrittore-saggista professore Carmelo Aliberti. -Racconto "MARTINA VEDE LE COSE" antologia: SOFFIA UN VENTO CONTRARIO - L'IGUANA EDIUTRICE www.monicabauletti.it

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