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LA PASSIONE LETTERARIA DI CARMELO ALIBERTI

foto aliberti

    Ricorre il cinquantesimo anno di amore per la produzione e diffusione culturale di Carmelo Aliberti.
È un onore omaggiare il socio fondatore della Rivista Terzo Millennio in questa importane ricorrenza.
Un vero onore perché lo spessore culturale di Aliberti è immenso.
Il poeta, saggista e critico letterario, oltre che educatore e Cultore di Letteratura all’Università di Messina, affiancato dal comitato scientifico e dalla redazione continua assiduamente la sua attività di diffusione e sensibilizzazione all’arte letteraria curando la rivista TERZO MILLENNIO dove dà spazio a tutto ciò che stimola l’interesse e amplifica l’offerta culturale e letteraria di questo millennio.
Per tale ricorrenza, sono stati ripubblicati con aggiornamenti e modifiche quattro suoi volumi:

ITACA        

                                 La questione Meridionale in Letteratura      

                                              La poesia di Bartolo Cattafi itaca

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MESSAGGIO DAMORE

è l’attesa riedizione delle sue poesie. Di seguito i commenti di

GIORGIO BARBERI SQUAROTTI e LUCIO  ZINNA

covermessaggio
INTRODUZIONE
di GIORGIO BARBERI SQUAROTTI
La letteratura ha avuto sempre (o, almeno, fino a questi ultimi tempi) come solida stanza che resiste nel trascorrere della storia vincendone gli orrori e gli errori e le vanità e le illusioni, figure esemplari, perché sapienti della parola, esperti, ben consapevoli della scrittura dalle origini classiche ed ebraiche fino alla contemporaneità e, al tempo stesso, curiosi e attentissimi della novità del discorso, delle esigenze dell‘età e dei mutamenti, pronti a reagire con lo strumento della poesia, alle distorsioni e ai tradimenti delle mode e delle oppressioni, nell’armonia ben misurata tra liricità e morale. Certamente Carmelo è uno dei modelli più preziosi che ci accompagnano e ci sostengono: poeta lirico e narrativo, concettuale e polemico, e critico attento per l’interpretazione più specifica degli autori della sua regione letteraria che è, poi, grande non soltanto per dimensioni, quanto per lo spazio fondamentale che occupa nella nostra letteratura lungo i secoli, dai rimatori siciliani, a Verga, Pirandello, Consolo, Bufalino, Tomasi di Lampedusa, Ripellino e tanti altri ancora a me tanto cari e da me riveriti ed applauditi.
Una delle caratteristiche della poesia di Aliberti è la compresenza della rievocazione e del rapporto con le voci dei poeti antichi (i classici in particolare) e contemporanei della vita, della storia, delle trasformazioni della società, dello scontro tra le aspirazioni e le emozioni della vita e le oppressioni del lavoro, degli sradicamenti dalle origini, dal rigore arido e meccanico della tecnologia. Aliberti guarda alla grande contraddizione dell’esistenza, nella necessità del lavoro per vivere e della vita che, di conseguenza si dissecca, si cancella, e tutto quello che rimane è il retaggio della tecnologia, altre macchine nelle case a cui servire per tentare (ahimè non per la gioia vera, ma per la luce dell’anima), di non vedere e non sentire l’angoscia e l’oppressione.
C’è una sicura costanza nella vicenda poetica di Aliberti nel lungo arco di circa 50 anni, ed è fortemente riservato e distintivo della sua ricerca: la passione morale e politica sempre espressa con un linguaggio aspramente espressionistico nella varietà ricchissima e singolare e originale delle metafore, tese fino all’estremo del grido e della visione. Proprio per tale scelta Aliberti si avvale di una lunghissima serie dei nomi della sua geografia siciliana, e in questo caso è il suono a diventare l’eco efficacissima di messaggi. Al linguaggio raffinato e calcolatissimo si unisce il possente risonare della topografia dove il poeta scrive o a cui guarda o che ricorda come spazi percorsi o amati o immaginati o conosciuti sull’atlante del segno o dalla curiosità del mondo. Pochi sono i componimenti di Aliberti che rimangono raccolti dentro la liricità contemplativa, descrittiva, amorosa: sono quelli dei primi tempi della sua esperienza e delle sperimentazioni poetiche e appena qualche segno si ritrova in tempi successivi, degli anni successivi, degli anni novanta e intorno, quando si volse alle memorie d’affetti e di incontri, con le manifestazioni di momenti di vita che pure l’hanno nutrito, aiutandolo a non cedere o all’elegia o a parlare sempre delle verità della storia per il tramite della bellezza della parola. Penso ad un componimento splendido per ampiezza e sapienza, di respiro e di immagini come “Aiamotomea”, dove i luoghi attraversati dalla poesia diventano mito e i miti antichi a loro volta si concretano mirabilmente nel percorso della vita e del pensiero. Un altro aspetto della poesia di Aliberti è la costruzione frequentissima del poemetto, anche molto ampio. È sì, il caso di Itaca, che l’autore chiama dramma lirico, ma tanto lirico non è, quanto piuttosto visione e avventura di immagini e di riflessioni, con la tensione estrema sempre delle metafore e delle congiunzioni di attualità e di tradizione, di nomi terragni e petrosi della Sicilia e di dichiarazioni di poetica ed echi d’altri poeti con i quali raffronta la sua creazione. Itaca è il futuro, in quanto è la durata della poesia. Il dramma lirico si sostanzia soprattutto di pensiero e di fervidissimi accordi di metafore, nervosi e solari (“sulla lama del lido”, “frangiflutti delle nuvole”, “ghirlande insanguinate delle città sgomente. ““Il tuo risveglio”, tanto raffinato e prezioso, il poemetto è in undici lasse, nell’aspirazione ottimamente raggiunta, di raccogliere la totalità delle esperienze del passato (la Scuola per esempio) e dei passaggi ricuperati e riesposti nella rievocazione della poesia, dalle lotte morali e del sogno vivo dei sentimenti (la lassa X, altissima, sublime), dalla conversazione con altri poeti e altra poesia, dall’ascensione alla cosmicità, delle metamorfosi continue dei punti di vista, concreti o ideali, attuali e utopiche e sempre tuttavia le rappresentazioni sono sommosse dalla metafora impreveduta, fulminante e rivelativa. La misura tipica della poesia di Aliberti è, appunto il poemetto scandito in lasse di diversa ampiezza. Forse proprio per questo il poeta mescola le date di composizione dei testi, che pure sarebbe stata canonica: importa la costanza del metodo e della struttura, perché la varietà del discorso e dell’annodamento delle metafore è sostenuta dallo spazio grandioso della predicazione e della rappresentazione poetica. Guardo con partecipazione appassionata alle quattordici lasse; “Il mattino scalpita”, alle dieci di “Sul Pino”, alle sei di “Una scimitarra” (più breve, ma è uno dei testi più concentrati e intensi, sia per alacrità di pensiero e ricchezza di metafore, nella reinvenzione dei passaggi e delle stazioni),alle dodici di “Tra ombre balzo”, dove il paesaggio amato e contemplato viene dolorosamente scoperto nelle ferite della violenza delle speculazioni e delle offese della bellezza è l’unica capace, non di riscattarla, ma almeno di rivelarla come l’effetto del male dell’economia, delle oppressioni, dalla servitù, alla schiavitù del potere e del guadagno. La dodicesima lassa di questo poemetto è una sigla efficacissima per questo strenuo confronto tra la visione e la realtà:
“Sul filo spinato dei miei versi
il Vento dell’Etna trascina
il tuo lamento sassoso
mentre consumo il mio dissenso
sulla storia incestuosa”.
Tocca al poeta esprimere il suo rifiuto della storia che va verso un futuro di sconfitta e di delusione, di tetra accettazione del poco benessere e di impoverimento dell’anima nel disfarsi del bene di un tempo, della natura che adesso soltanto la parola poetica può rievocare, con tanta più efficace varietà di immagini, quanto più se ne avverte la precarietà. Il poemetto “C’è una terra tra l’Etna e il mare” nelle sei ampie lasse aggiunge a alla invocazione e alla reinvenzione del paesaggio amato, con tutti i nomi favolosi ed enigmatici i personaggi della doppia identità della nostra storia, la memoria delle lotte e delle nostre aspirazioni al futuro e alla liberazione e dalle oppressioni economiche e morali. E gli aspetti dell’attualità, della moda e della finta ricchezza che si concreta nelle macchine della tecnologia, pagato con il lavoro coatto e senza soddisfazione. Certamente la poesia di Aliberti è poesia civile, ma l’originalità è nella sollecitazione del discorso contro la brutta copia della realtà, come fu in passato, e ogni tanto compare anche in questi tempi) che è lezione ed exemplum capace di giungere a tanto, con l’incisiva creatività delle metafore. I miti antichi che Aliberti evoca, spesso diventano i nuovi della nostra storia malata e della passione di riscatto di protesta. È davvero tanto, tantissimo.

L’impegno etico e l’isola interiore
nella poesia di Carmelo Aliberti

Lucio ZINNA
Poeta e scrittore
Poeta delle nuove generazioni, maturato nel silenzio della fervida e inquieta provincia isolana che – tutt’altro che “provinciale” – si mostra capace di interagire con il resto del continente ai livelli più qualificati (e qui ci soccorre l’espressione di “provincia alta” del toscano Vittorio Vettori), Carmelo Aliberti si appresta, a grandi passi, a doppiare il suo quarto decennio di militanza poetica, a far data dal 1967, anno della pubblicazione della prima silloge di versi: Una spirale d’amore. Seguono, l’anno successivo, Una topografia e, nel 1970, Il giusto senso, prima di arrivare alle raccolte C’è una terra (1970) e Teorema di poesia (1974), che costituiscono momenti di particolare felicità creativa, ponendosi come significative premesse delle opere successive: Il limbo, la vertigine (1980), Caro dolce poeta (1981), Valentina (1983), Poesia d’amore (1984), Marchesana cara (1985), nelle quali più compiutamente si dispiega e chiarisce la poetica del Nostro.
La critica ha posto in rilievo la personale tessitura del linguaggio poetico di Aliberti: Walter Mauro ha evidenziato “la ricerca di un linguaggio poetico autentico e puro connotato da limpidezza espressiva”; Rino Giacone si è soffermato sulla “precisa scelta lessicale di un linguaggio misurato”; Orazio Tanelli ha rilevato “la compostezza lirica e la delicatezza dei significati” assieme a una “mobilità di piani”, mentre Giancarlo Pandini parla di “una poesia che fluisce dentro un verso tesissimo e concentrato che ha nella tensione e nella sua specifica modulazione le qualità più profonde”.
In effetti la poesia di Aliberti, intimamente vocata alla comunicabilità, ama affidarsi al gioco delle metafore, le quali talvolta (come avviene in non poche composizioni di Teorema di poesia) si susseguono in maniera fitta, con elevato simbolismo. Simbolismo ed Ermetismo hanno lasciato una loro più marcata eredità nella sua poesia, la quale non manca, in alcune tappe del proprio iter, di risolversi in una sorta di canto corale o librarsi nella preghiera o assumere moduli espressivi a tendenza poematica o con andamento di carme.
Ispirata alla tematica sociale, la poesia di Aliberti esprime il dramma dell’uomo nella società odierna, consumistica ed alienante, nella quale si perseguono mitologie del benessere (oggi erroneamente scambiato per progresso tout–court), le quali finiscono per lasciare inalterate le varie sacche di miseria, cosi come le nuove ed antiche emarginazioni.
Nelle poesie di C’è una terra – che erano apparse a Michele Prisco “singolarmente veementi e brucianti, colme di una rabbia che è prima di tutto rifiuto e poi sdegno e poi canto di dolore”, si individua una Sicilia già inserita nella neo–capitalistica spirale produzione-consumo e irretita (e sottilmente violentata) dalle banalità propalate attraverso i mass–media, ma ancora afflitta dai suoi annosi problemi: la disoccupazione (“l’anemico lavoro”, dice Aliberti) e il conseguente penoso fenomeno dell’emigrazione (significativa in proposito la lirica “Marco” in Teorema di poesia), mentre la miseria viene impietosamente messa a nudo non appena si verifichi un disastroso evento naturale, come il terremoto nella Valle del Belice.
Una Sicilia, dunque, rappresentata nella sua quotidianità, scevra da ogni stereotipo e aliena da una fuorviante dimensione folklorica. La consapevolezza della tragica realtà siciliana (“l’isola di lutti”, senza compiacimenti, è chiamata in una delle composizioni di C’è una terra), non impedisce al poeta di farsi innamorato cantore di paesaggi mediterranei, alla maniera impressionistica, “en plein air”, come nel frammento I di “L’estrema verità” (Teorema di poesia: “II mattino scalpita in uno scafo di luce / folte voci danzano ai balconi / emigro dall’urna dove mastico / arsenico nel sole sbando tra argini di polvere,” o come in “Anche tu”: “La luna / spia l’alzarsi del silenzio / beffa l’acqua del fiume / sbuca dal buio il ficodindia / che si spoglia sul pendio / e il carrubo che è un manto d’ombra”).
In Caro dolce poeta, il poeta canta il tema dell’alienazione dell’uomo di oggi nel processo produttivo globale, cosicché, sotto questo aspetto, la poesia del Nostro può apparentarsi (come ha rilevato Claudio Toscani) con quella “poesia di fabbrica” in auge negli anni ‘60 e ‘70. Una scrittura poetica caratterizzata, in Aliberti, da un ritmo incalzante e da inserti di termini (per lo più stranieri), mutuati dagli “spots” pubblicitari. Composto negli anni 1978-80, il poemetto risente infatti dell’accesa temperie storico-sociale di quegli anni, poi chiamati “di piombo”, con gli irrigidimenti ideologici e le spinte eversive che li caratterizzarono, mentre andava pian piano sgretolandosi il fervore che aveva consentito il cosiddetto “miracolo economico”, ancorché rimanesse inalterato un diffuso consumismo, non sempre facilmente sostenibile.
È alla figura del poeta che l’autore si rivolge, quale alter ego e fratello che vive la vita di ogni giorno, con le sue asperità, e tenta nel contempo di trovare una possibile, anche recondita, via di fuga dalla pressione del contingente e un varco al suo mondo, affinché appaia in sintonia, non dissociato, da quello reale, fugando la cappa che grava su una società massificata e condizionata dalle logiche prevalenti del profitto: “Caro dolce poeta / mentre scrivo / sono gli anni degli assassini / e delle iene / ora è abbaglio / la luce del pensiero / è urlo ammanettato la parola.”
Lavoro del poeta e poesia del lavoro si incontrano, in un punto che è quello che, con felice espressione, il poeta individua “allo spiedo della storia”. Ed è qui che si incontra la figura di Cristo “morto lacerato sui tralicci del sogno”.
E tutto è detto come in un inarrestabile flusso verbale, con un’enfasi appena rattenuta, qua e là mitigata da squarci lirici, nella quale si fondono rabbia e tenerezza e le braccia alzate in segno di protesta si accompagnano “all’agonia della genuflessione e del pudore”.
Giova osservare che la poesia di Aliberti, se si limitasse alla semplice protesta, se fosse totalmente inscrivibile nella cosiddetta “poesia sociale”, secondo quelli che furono i parametri dell’éngagement sartriano, molto non si discosterebbe, probabilmente, dalla produzione dei tanti autori cimentatisi in tale genere, in maniera talvolta egregia talaltra convenzionale, quasi sempre monocorde, dagli albori degli anni ‘50 alla seconda metà degli anni ‘70, da Giorgio Piovano (con il cantabile “Poema di noi”) a Crescenzio Cane (il poeta della sicilitudine e della paonazza “Bomba proletaria”). Appare difficile collocare la poesia di Aliberti in tale filone per una costante correlazione della tematica sociale a quella di assai più vasta portata del destino dell’uomo nel mondo. L’impegno sociale si risolve e si dilata nell’impegno esistenziale, si fa impegno etico.
Il tema baudelairiano-montaliano del male di vivere segue fin dagli esordi la poesia alibertiana e la rende pregnante di una saporosa e sofferta coscienzialità; il momento di maggiore scavo è raggiunto in quella singolare raccolta che si intitola II limbo la vertigine, nella quale il prefatore, Giorgio Barberi Squarotti, individua una “visionarietà apocalittica” o, più esattamente, una “fenomenologia dell’apocalissi”; “una poesia – scrive lo studioso – piena delle figure dell’orrore di un mondo che si sta sfacendo”. E tuttavia va osservato che la silloge non trova una sua precisa, bruciante caratterizzazione nella cosiddetta “poesia visionaria” (per quanto possano cogliersene suggestioni); appare piuttosto come un canto corale nato dall’amara considerazione del negativo che costella la storia degli uomini. È come se il poeta si facesse aèdo del male del mondo e della perenne aspirazione dell’uomo a superare la propria condizione di vulnerabilità: un animale che si affanna a trascendersi (“la famiglia umana ansima al sole”, scrive il poeta nella lirica “Al Colle del Re”). Una posizione che sarebbe pessimistica se consistesse in se stessa, se in se stessa si ripiegasse, appagandosi persino della medesima negatività. Sennonché la poesia di Aliberti, pur acquisendo consapevolezza del negativo esistenziale, non vi resta soggiogata. Il poeta invece apre il cuore alla speranza, nell’attesa di un quid novi che risolva il negativo: “aspetto l’evento che rimargini / i frantumi del buio”. E per quanto il Dio al quale si rivolge in questa silloge sia definito “Dio del nulla”, tuttavia l’invocazione ha i toni commossi di una preghiera, autentica e purissima, nella quale il nulla si risolve nell’essere (per esprimersi in termini sartriani, comunque non sartrianamente intesi).
E non è casuale il fatto che le tre liriche seguenti, conclusive dell’opera, intitolate: “II tuo passo di figlio”, “È stato un attimo”, “II tuo risveglio”, finiscano per costituire un trittico d’amore, con una riscoperta degli aspetti più umili e consueti della quotidianità, sostanzialmente additati come poli del positivo. Nell’amore, in senso lato, sta dunque il nucleo di ogni possibile rinascita, negli affetti domestici l’umile verità. Il poeta torna a giocare la carta dei sentimenti, proponendo la loro restitutio ad integrum, senza i falsi pudori e gli infingimenti che avevano caratterizzato tutto un atteggiamento intellettuale negli anni che Gesualdo Bufalino aveva icasticamente definito della “glaciazione neorealista”. In questo “trittico del cuore” veramente Aliberti “ci da il risvolto della fede privata nella possibilità della vita” come scrive Barberi Squarotti.
Ma è solo dalla consapevolezza del pascoliano “atomo opaco del male” che il poeta risale la china. Dunque, la tematica montaliana non si ferma a quelli che Aliberti chiama (ne Il limbo la vertigine) “i segni negativi di Montale”: è montaliana anche la risalita come traspare dai versi emblematici de “l’Anguilla” del poeta ligure: “tutto comincia quando tutto pare / incarbonirsi, bronco seppellito” o la montaliana “anima verde che cerca / vita là dove solo / morde l’arsura o la desolazione”. Questi, in Aliberti, i versi conclusivi de Il Limbo la vertigine: “mi sento vivo nel botro del dolore / desidero parlarti dirti grazie/ mentre la vertigine miete il limbo sale”. Garante, in certo senso, di ogni possibile rinascita resta la poesia, costante punto di riferimento dialettico di tutta l’opera alibertiana. Non proprio eternatrice in senso foscoliano, ma sicuramente salvifica, essa finisce per emblematizzare quell’atteso evento, invocato dal poeta ne Il limbo la vertigine, capace di rimarginare i “frantumi del buio”.
Inizialmente avvertita come una condizione eccentrica del vivere, la poesia non tarda ad essere considerata (secondo l’equazione romantica genio–sregolatezza) come attività anomala, extranormale: “l’insania di scrivere versi” aveva detto l’autore nella raccolta, “come un essere forato dalla sillaba”. E il poeta vive in una “solitudine astrale” e può perdersi in una “luce cosmica”. Nonostante ciò, la poesia mantiene l’inestimabile capacità di rinnovare l’uomo dal suo interno, di renderlo (per eccellenza, diremmo) un “entronauta”, termine che deriviamo dallo scrittore e pensatore elvetico Piero Scanziani.
Il tema della poesia rigeneratrice costituisce il fulcro, l’asse del poemetto Caro dolce Poeta, di cui abbiamo detto più sopra, che è, in fondo, un dialogo del poeta con se stesso: ma è anche un sotterraneo appello, un’invocazione accorata, affinché gli uomini riscoprano la poesia in “questo secolo feroce”, mentre “la nube dell’apocalisse incombe”.
Un colloquio con se stesso e con tutti i poeti del mondo, a voce spiegata, per affermare il senso ultimo della poesia, antitetica milizia contro i condizionamenti assurdi di una società inautentica e sprecona. Il ruolo del poeta si consacra, invece, nella distruzione del bue d’oro, persino nell’accettazione del sacrificio “abbraccerò il fuoco del cilicio”, e soprattutto nell’affermazione piena della libertà: “quando nelle parole del silenzio / mi parlerà il senso / della tua vera libertà”.
Poesie d’Amore può considerarsi riepilogativa della tematica alibertiana, sintetizzabile nell’amore quale atto di poesia: mezzo primario di sopravvivenza, mediante il quale potrà essere sopportato l’esilio, la pirandelliana “pena di vivere così”, la “vertigine del giorno”.
Beninteso, la poesia (che a sua volta scaturisce comunque da un atto d’amore), continuerà a mantenere i suoi comportamenti eccentrici e libertari di fanciulla viziata e irrequieta: “Mezzogiorno ventisette del duemila / tu vai ancora coi ragazzi di strada / io appeso alla scrivania / impasto carte e lacrime e non so / non so come strapparti ai crateri del tempo / e avvinghiarti per sempre / alla mia storia d’amore.”
Dopo le pregevoli raccolte Le tue soavi sillabe (1999), Il pianto del poeta (2002), appare nel 2008 Itaca, un poemetto – o carme – che l’autore definisce in sottotitolo “dramma lirico per voce sola”, indulgendo a una configurazione teatrale, un mono-lògos in cui la parola poetica evochi effetti scenici e se ne lasci, in qualche modo, irrorare e potenziare. Il testo registra, in realtà, un peculiare sound, da recitativo cantabile, che si mantiene costante e in cui sono coniugabili vigore espressivo e azzardo compositivo.
Ci troviamo di fronte a un’operazione di attualizzazione del mito, in cui – tra meditazione e rappresentazione – va svolgendosi il tema dell’avventura odissaica dell’uomo alla ricerca della propria isola sperduta. Itaca è immagine quintessenziale del ritorno alle proprie radici, in una nuova dimensione.
Nell’Ulisse omerico l’esperienza brutale della guerra e l’inganno del cavallo sono sublimati da quella, bruciante, della nostalgia. Vicinanza e lontananza si sovrappongono: vicinanza di memorie, lontananza di spazi, dilatata – quest’ultima – dalle avversità ma anche dalle fascinazioni. Itaca è l’emblema stesso del viaggio, nel suo tandem di normalità e imprevedibilità, di quotidianità e avventura.
Viaggio “da” e “verso”: dalla lotta e dalla morte, dalla vittoria e dalla sconfitta, verso un luogo vagheggiato e cognito. Vagheggiato e ignoto è, invece, nell’Enea virgiliano. L’antica patria, da ritrovare, del figlio di Laerte; la nuova patria, da inventare (anche nell’accezione etimologica dell’invenire), del figlio di Anchise. In ambedue la determinazione, fra dubbi e certezze.
Viaggio “oltre”, come nell’Ulisse dantesco: al di là delle Colonne d’Ercole, dei confini della conoscenza, sempre spostabili in avanti, ma anche al di qua, nella visione medievale dantesca, dei limiti etico-religiosi, la cui inosservanza è causa del fallimento dell’impresa e del castigo dell’eroe (ma nel “folle volo” c’è già l’uomo nuovo dell’Umanesimo-Rinascimento).
Viaggio “attraverso”, come nell’Ulysses di Joyce, tutto in una giornata e nel cuore di una città colta nei suoi variegati e anche sordidi aspetti, nello stream esistenziale, in un’Itaca data: la Dublino di Leopold Bloom, in cui il banale quotidiano e lo squallore possono configurarsi come il corrispettivo urbano di bonacce e tempeste marine, in un’epica coscienziale (e sub-coscienziale).
E in ciascuno di questi casi il mito si fonda e si rinnova, si ripropone, entra nella storia (nelle storie) e ne esce trasfigurato.
Accade ugualmente nel poemetto alibertiano. Un viaggio “in”.
Novello ulisside, il poeta siciliano muove alla ricerca di un’isola altra: interiore, con una tensione che si carica di “ansie metafisiche” e il percorso si snoda attraversando le sacche dell’alienante e spersonalizzante civiltà contemporanea, nei peripli della condizione esistenziale e nei misteriosi meandri del male cosmico. “Un viaggio straniante e senza bussola”, alla ricerca dell’“isola dispersa”, con protocollare invocazione ai sacri lari, affinché traccino “al timoniere / il sentiero verso l’arcipelago / che imprigiona l’isola tra schegge di soprusi.”
Pulsioni per la partenza – e tópoi della stessa – sono la solitudine e il deserto (cfr. v. 14), “sugli asfalti delle città sgomente”, con “il grido di Caino ancora vivo” e con sedimentate e ancestralmente riaffioranti memorie diluviali (l’Arca “rischiava di affondare”).
L’isola si fa metafora dell’affollata solitudine dell’uomo di oggi, in una dimensione sociale nella quale si vanno sempre più registrando le molteplici e planetarie offese arrecate alla dignità della persona, dal depotenziamento dei sentimenti alla violenza sugli indifesi, alla derisione degli onesti, impoveriti dagli speculatori (quelli legali e quelli illegali, talvolta con un fievole o inesistente discrimine tra gli uni e gli altri, facce della stessa medaglia, anzi della stessa moneta).
Viaggio in direzione di un “arcipelago”, che è quello dei nuclei vitali (con il ricordo di uomini esemplari, di luoghi inobliabili, di eventi), degli indicatori di identità del proprio vissuto e del proprio mondo. Viaggio per acqua, a simboleggiare, nel fluire equoreo, la vita nel suo procedere. Ne è zattera (anche di salvataggio), ancora una volta nella produzione alibertiana, la poesia, nella sua purezza originaria, nella sua costitutiva libertà, nel suo essere dono, atto d’amore senza pretesa di ricompense: “Lascia ai poeti mercenari / gli amori ancillari senza regole,/ vieni, seguimi: oggi è giorno di resurrezione.”
Lo scopo è liberatorio e di renovatio: “bisogna rinnovare l’isola / infibulata dal tridente di Nettuno / bisogna riscrivere la storia / insieme sulle onde del futuro.”
Un angelo nocchiero “illumina la rotta”: carezzevole, la sua “si fa voce di carne e d’anima / mediterranea e mitica: /“l’isola che ti ostini a ricercare / non è più oltre le colonne d’Ercole”. L’isola infatti, come si è già accennato, si trova nella propria interiorità. In dimensione agostiniana, si direbbe. E perciò sarebbe vano ogni “folle volo”.
Un tragitto dall’isola all’isola. Da quella della desertificazione ambientale, sociale, spirituale, della comunicazione interrotta o ostacolata, a quella della liberazione dai condizionamenti e dalla sopraffazione, esercitati in nome di chiunque o di alcunché (a volte persino di Dio o della Legge). Al di là dell’angoscia, con il conforto della leopardiana “social catena”, alla riscoperta dell’orizzonte, della poesia non artefatta. Nella nuova Itaca della gioia di vivere.
Fitto e fine il gioco delle immagini. È qui sovrana la metafora, nell’originale inconsuetudine delle relazioni che stabilisce, strumento principe nella risignificazione della parola e capace di “vestirla a festa”, per usare, al riguardo, l’espressione di Paul Ricoeur.
Un’aura classicheggiante è avvertibile nei ritmi, nell’uso di una terminologia culta, nella figurazioni mitologiche, in alcuni echi omerici, virgiliani, danteschi, o in atmosfere che, in certi momenti, richiamano il Foscolo de I Sepolcri o il Pascoli de i Poemi conviviali (“Il sonno di Odisseo” in particolare), com’è inevitabile che accada in testi di ampia apertura alare come questo, che trattino di temi con i millenni alle spalle e un ricco background di suggestioni.
E nel contempo si tratta di un’opera figlia del tempo, al quale è costantemente rivolto l’occhio; dalla contemporaneità sono assorbiti umori e discrasìe, che si fanno lievito del processo creativo. Un testo poetico modernissimo nella concezione, nell’andamento, nei moduli espressivi e con la personale cifra stilistica che la critica e i lettori riconoscono ad Aliberti. Otto lustri di fedeltà alla poesia: esplorata, esemplata, onorata e fatta “ire infra la gente” dalla rocca di Castroreale dalla quale il poeta spicca il volo.
(Bagheria, 2008)
(Da Quaderni di Arenria, n. s., vol. IV, 2013)

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Informazioni su Monica Bauletti

Monica Bauletti, libri@monicabauletti.it Romanzi: -ATTACCO AGLI ILLUMINATI – EDITORE: LIBROMANIA (DeAgostini-Newton) 2014 -L’AMICA PIU’ PREZIOSA - EDITORE: LIBROMANIA (DeAgostini-Newton) 2014 -BERTA, LA LEGGENDA (PUBME.ME) 2017 -Racconto: VITE RIFLESE antologia UNA BELLA GIORNATA DI SOLE LIBROMANIA (DeAgostini-Newton) 2015 -Racconto “RESPIRO” secondo classificato al premio letterario edizione 2014 “MILLE E… UNA STORIA” e pubblicato nell’antologia del premio. -Racconto “TU NON MI AMI” numero dicembre 2014 rivista internazionale di letteratura e cultura varia “3°m TERZO MILLENNIO” fondata dal poeta-scrittore-saggista professore Carmelo Aliberti. -Racconto "MARTINA VEDE LE COSE" antologia: SOFFIA UN VENTO CONTRARIO - L'IGUANA EDIUTRICE www.monicabauletti.it

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