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Antonio Rosmini-Serbati ed Alessandro Manzoni Di Vincenzo Barbagallo

Antonio Rosmini-Serbati ed Alessandro Manzoni
Di Vincenzo Barbagallo

Lapide raffigurante Alessandro Manzoni e l’abate Antonio Rosmini Serbati (1797-1855, beatificato il 18.11.2007) L’epigrafe («Duplice vertice sublime di unica fiamma», 1905), fu dettata dallo scrittore vicentino Antonio Fogazzaro (1842-1911– foto Jesus).

Lapide raffigurante Alessandro Manzoni e l’abate Antonio Rosmini Serbati
(1797-1855, beatificato il 18.11.2007)
L’epigrafe («Duplice vertice sublime di unica fiamma», 1905), fu dettata dallo scrittore vicentino
Antonio Fogazzaro (1842-1911– foto Jesus).

La Provvidenza, che sulla strada di Lucia pose Padre Cristoforo, fece imbattere Manzoni in Antonio Rosmini e la loro amicizia divenne sempre più intensa. Si ebbe tra loro una fusione spirituale e resero a Dio quel servizio richiesto ad ogni uomo nella convinzione di donare tutte le proprie forze alla costruzione di una società illuminata e sicura.

Se padre Cristoforo guida le azioni dell’umile contadina verso il bene, per sottrarla alle prepotenze del mondo, don Antonio Rosmini, che credeva alla mente del Manzoni, lo condusse all’amore per la filosofia e ne fu il sostegno, la salvezza, la pace. Furono uniti nella piena consapevolezza che la storia fosse illuminata dalla Redenzione di Cristo.

Manzoni fu per il Rosmini il poeta del suo cuore, mentre il Rosmini fu per il Manzoni il filosofo della sua mente.

Niccolò Tommaseo, che aveva studiato a Padova, aveva conosciuto nel 1819 Rosmini, con il quale strinse una profonda amicizia; nel 1826, a Milano, lo presenta al Manzoni e costui inizia un profondo rapporto, durato per tutta la vita, che gli consentì di approfondire le tematiche della filosofia spiritualista. In questo periodo lo scrittore lombardo stava curando la prima edizione dei Promessi Sposi, attesissima in tutta l’Europa e già di fama conosceva l’Abate, di dodici anni più giovane di lui, che aveva già letto gli Inni Sacri e le Tragedie. Il primo incontro fu affettuoso: il Manzoni gli tese le braccia ed il Roveretano lo accolse con parole bibliche: “O quam speciosi pedes evangelizantium pacem, evangelizantium bona. Da tempo i due grandi uomini avevano desiderato incontrarsi, attratti l’uno verso l’altro da affinità spirituali; il Rosmini, non ancora famoso, stava elaborando l’opera del suo maggiore impegno intellettualeIl Nuovo Saggio sull’Origine delle idee”, che avrebbe visto la luce nel 1830.

Manzoni giunse alla fede per tante vie, non esclusa quella della logica. Gli incontri con l’Abate, sempre più frequenti, dissiparono lentamente i suoi dubbi. Nel comprendere le idee rosminiane, impiegò dieci anni di studio e di meditazione, prima di abbandonarsi totalmente a Dio, principio di ogni bene, accantonando così le idee sensiste. In lui aveva trovato finalmente quelle certezze di fede, che le premurose cure del Tosi non erano riuscite a dargli e furono il porto in cui rifugiarsi da ogni dubbio, l’arsenale, dal quale prendere armi, per combattere ogni sorta di errore. Nella ricerca delle verità, Manzoni non leggeva frettolosamente Il Nuovo Saggio; L’IDEA DELL’ESSERE, mentalmente lo affaticava, poiché si professava ignorante in filosofia. Assorbitala lentamente, per lui la verità fu una conquista. Tutti e due erano innamorati del VERO, concordi che l’Essere reale rimanda all’Essere ideale, che ciò che esiste relativamente suppone ciò che esiste assolutamente, simile ad una montagna, ricca di sorgenti salutari e di metalli preziosi o a quell’albero, dal cui ceppo si innalzano i vari rami verdeggianti, sotto le cui volte frondose ed opache si trova ricovero dalle miserie umane. IL VER PRIMO di dantesca memoria, che l’uomo crede è il germe del Nuovo Saggio sulle Origini delle Idee e del pensiero Manzoniano, principio di ogni cosa ed è posto fuori, nell’Essere infinito dalla cui luce viene la verità, che illumina l’intelligenza. Essendo l’Essere Verità, questa è anteriore all’intelletto, è innata e crea lo stesso intelletto. La teoria dell’ENTE di Antonio Rosmini, che si traduce nella Divina Provvidenza manzoniana, può essere sintetizzata nella grandiosa e vigorosa immagine dantesca, dove tutti gli elementi di cui il mondo consta, si uniscono in Dio e solo in Lui ciascuno di essi diventa veramente comprensibile.

Nel suo profondo vidi che s’interna

legato con amore in un volume

ciò che per l’universo si squaderna”.

Il tutto si concilia e si unifica, anche le antinomie nella profondità dell’essenza divina,
nell’IDEA DELL’ESSERE. Maturato il pensiero rosminiano, Manzoni scrisse Il Dialogo dell’Invenzione nel 1850: l’idea dell’Essere esiste sempre, per cui l’atto di creazione non è altro che la capacità di ritrovare nella mente quello che è presente nell’Eterno. Invenzione, dunque, non è altro che un vero ritrovare, una manifestazione di verità recondita, il constatare che le idee hanno origine nella mente di Dio. In parole povere, i due artisti dipingono lo stesso fiore, il Divino, di cui tutte le intelligenze partecipano, dalle quali Dio viene intuito, comunicandosi o per grazia-rivelazione o per ragione.

…Le cose tutte quante

hanno ordine tra loro, e questo è forma

che l’universo a Dio fa somigliante…” .

E’ chiaro l’influsso del sistema platonico: l’artista non crea, non registra fatti, non inventa, ma trova le idee che preesistono nella mente di Dio, il quale partecipa il suo lume all’uomo. Cos’è infatti l’Idea dell’Essere nei Promessi Sposi e nelle altre opere se non la trascendenza divina? La Divina Provvidenza è in ogni accadimento, vede e provvede, c’è per tutti, specialmente per i poveri. E’ la solenne certezza, su cui riposa tutto il pensiero dello scrittore lombardo Chi dava a voi tanta giocondità è per tutto”: la speranza e la luce divina piove su tutti. L’Ente reale-l’uomo ha bisogno del Divino, che si trova nella natura e in ogni essere ed è eterno, assoluto, necessario. Madre di ogni idea è l’Idea dell’Essere che è all’origine del pensiero, è il punto luminoso, che ha i concetti dell’evidenza e non dipende dalle facoltà umane. E’ una presenza che si manifesta e costituisce il “Sistema della Verità”. Quanto si è distanti dal debole Novecento, in cui l’opzione antimetafisica sta alla base dei movimenti dell’oblio della verità: non c’è nulla che oltrepassi il reale e, in tal senso, si colloca l’evoluzionismo di Darwin, la volontà di potenza di Nietzsche, la lotta di classe di Marx, l’eventualità di Heidegger… L’edificio speculativo dei Nostri ha come base il VERBO, “per mezzo del quale tutte le cose sono state create”.

Manzoni aveva definito Rosmini una delle cinque o sei più grandi intelligenze, che l’umanità aveva prodotto e nella sua Pentecoste “rosminiana” canta la perenne necessità della luce divina nell’aspra lotta della vita attraverso la “Chiesa del Dio vivente che,soffre, combatte e spera per la fratellanza umana, per l’uguaglianza, combattendo la violenza, santificando il dolore e conducendo alla morte, illuminata dalla luce della fede e della speranza. DIO (IDEA DELL’ESSEREOGNI BENE) è alfa ed omega.

Il grande Lombardo e il grande Roveritano si incontrarono spesso a Stresa, nello stupendo paesaggio del Lago Maggiore, poiché Manzoni nel 1849 era vissuto per lunghi periodi a Lesa nella villa della seconda moglie, la Borri, in territorio piemontese, che dista da Stresa pochi chilometri e dove, a villa Bolongaro, abitava Rosmini, la cui frequenza aveva determinato sempre più l’evoluzione spirituale e culturale del suo cammino, era stato l’“ossigeno” di cui aveva bisogno e che solo poteva dargli la mente più robusta dello spiritualismo italiano, in cui la sua lacunosa ricerca aveva trovato l’“ubi consistam” . Casa Bolongaro era stata anche un polo di attrazione per tanti uomini che si segnalarono nella storia del nostro Risorgimento. Il Rosmini accoglieva tutti con generosità di cuore, con vera carità, e in tutti lasciava i segni della sua fede, della sua spiritualità, non tralasciando occasione per invitare o meditare sui grandi problemi della vita e dell’anima, rispettoso tuttavia della libertà di ognuno.

Il giovane Ruggero Bonghi, che nel 1874 era stato Ministro alla Pubblica Istruzione, fu il fervido cronista, l’interprete delle loro conversazioni, “le Stresiane”. I Nostri furono in quegli anni uniti anche nella RELIGIONE DELLA PATRIA, sentita come comunità, nella quale la lingua, la religione, le tradizioni, i sentimenti, gli ideali, le aspirazioni dovevano convergere contro lo straniero sul suolo italico, riconoscendo, nel frattempo, la fraternità di tutti i popoli in lotta per la propria patria. Furono la mente del nostro Risorgimento e raccolsero l’ansia millenaria ed unitaria degli italiani. Dio stesso scaccia gli stranieri oppressori e vuole che ogni popolo sia libero dalla violenza altrui. Egli è il “Padre di tutte le genti e “non disse mai al Germano giammai: vai raccogli ove arato non hai; spiega l’ugne, l’Italia ti do”. Questi versi sono caldo documento di amor patria. Il destino italiano sarebbe stato o la morte oppure la libertà. A questo il Manzoni aggiungeva la condanna delle lotte fratricide come causa della schiavitù del popolo italiano, l’imbelle passività degli oppressi e la tracotanza dei conquistatori. “Da volgo disperso che nome non ha” il servo popolo italico non doveva confidare negli stranieri, ma capire che la libertà si doveva conquistare con le proprie forze e col proprio sacrificio, perché “l’un popolo e l’altro sul collo” gli stava. Ebbero un atteggiamento antiaustriaco nella speranza che il Papa si sarebbe posto come guida in una Confederazione Politica nella liberazione dell’Italia. Liberi non sarem se non siam uni e al sacerdote roveritano fu affidato dal governo piemontese l’incarico diplomatico di andare a Roma, per stipulare un’alleanza con Pio IX; si credeva che costui, eletto papa alla morte di Gregorio XVI, di capacità mediocre, malgrado l’opposizione dell’Austria, fosse quel “liberale”, auspicato dal Gioberti, avendo dato prova di tolleranza con l’Editto del Perdono del ’46. Il Papa, nel 1848, lo aveva accolto con grande affetto e come testimonianza di stima gli aveva annunciato il Cardinalato, come anche la volontà di crearlo Segretario di Stato. Scoppiata la rivoluzione a Roma, Pio IX fuggì a Gaeta, nel Regno di Napoli, e volle che il Rosmini lo seguisse, mentre a Roma veniva proclamata la Repubblica col triunvirato Armellini, Saffi, Mazzini. In effetti, Pio IX non era stato il Papa auspicato ed atteso. Non volendo immischiarsi nelle cose della politica, tutti i suoi atti furono dettati più da sincera benevolenza verso il popolo che dall’ideale politico di indipendenza italiana. Intanto si gettarono ombre sulle dottrine rosminiane, che, nel libro delle Cinque Piaghe della Santa Chiesa, denunziavano l’autoritarismo e lo spirito gerarchico della Chiesa; esse, inoltre miravano alla riforma per una partecipazione popolare alla vita della comunità ecclesiastica e ad un maggior distacco dagli interessi mondani, indicandone i rimedi. Tra i suoi detrattori, oltre i Gesuiti, ci fu sempre l’Austria, che non agevolò mai le sue iniziative, non fidandosi di lui, suo “suddito” trentino con sentimenti troppo grandi e ardenti per l’Italia. Fu questa una delle grandi croci che la Provvidenza gli aveva permesso. Pio IX, preoccupato dagli ostacoli creatisi, lo esortò a modificare o correggere o ritrarre e nel 1849 furono messe all’Indice due sue opere, la suddetta opera sulle Cinque Piaghe della Santa Chiesa e la Costituzione civile Secondo La Giustizia Sociale. Lo stesso pontefice, in seguito, lo sollevò da ogni accusa col decreto “dimittantur” e dovettero passare tanti e tanti anni affinché il sacerdote roveritano avesse gli onori dell’altare. Egli, nell’umiliazione, amò sempre la Chiesa e Manzoni gli resterà sempre accanto, specie nell’ora del dolore più profondo; quel Manzoni, colpito anche lui da molteplici lutti: entrambi vissero l’Ora del Calvario. Negli ultimi anni della solitudine di Stresa, erano venute dal filosofo roveretano tante e tante persone, che volevano attingere alla sua sapienza di vita e affidarsi alla sua guida spirituale. Con la condanna della Chiesa egli si era abbandonato totalmente nella Divina Provvidenza, continuando i suoi scritti di filosofia e scrivendo l’opera sua più alta, la Teosofia, in cui il suo pensiero tocca il vertice di tutto il sapere. Anche il Manzoni era corso a Stresa, a confortarlo ed era stato accanto al suo capezzale, quando le condizioni di salute si erano aggravate, col cuore colmo di strazio e non nascondendo le lacrime, non potendosi capacitare che stava per spegnersi sulla terra un’intelligenza così eccelsa, la cui presenza era troppo necessaria; il Rosmini gli disse che nessuno è necessario a Dio. Il testamento rosminiano per Manzoni fu di “Adorare, Tacere, Godere”. Spirò il primo Luglio del 1855 e, prima di morire, fu sereno, poiché consapevole di essere in mano di Dio. Manzoni dirà di aver perso il suo più caro amico, gli baciò i piedi, afferrò la terza cantica della Divina Commedia, impresse forte la bocca sulle pagine eterne, baciò il suo Rosmini ormai nel suo paradiso e si unì in quel momento ad uno tra i più grandi spiriti che Dio abbia dato all’Italia. Dopo la sua morte, al Manzoni rimarrà la ricchezza dei doni ricevuti, unico sostegno alla solitudine degli ultimi anni. In lui si era spenta la luce; ora veramente rimarrà solo ed avrà davanti a sè anni di dolore.

Sulla tomba del Rosmini verrà scolpita la sua dolce figura bianca, orante in ginocchio.

C’è un personaggio dei Promessi Sposi, una figura grandiosa, il Cardinale Federico Borromeo, in cui il Manzoni incarnò il sacerdote Rosmini. Le doti del Cardinale corrispondono perfettamente a quelle dell’Abate di Rovereto: profondità di pensiero, vastità di scienza, fervore religioso nell’umiltà e nella carità, solidarietà alla giustizia, tutela dei deboli. Tutti e due furono strumenti nelle mani della Provvidenza e la loro vita fu “come un ruscello che scaturito limpido dalla roccia, senza ristagnarsi né intorpidirsi mai, in un lungo corso, per diversi terreni, va limpido a gettarsi nel fiume”.

Portati all’azione e al servizio, oltre che alla scienza, ebbero un’alta coscienza morale, una elevatezza di vita di sacerdoti integerrimi e di maestri di vita spirituale. Sicché, per dirla con Dante, a proposito di San Francesco e San Domenico, lodando l’uno, qualunque dei due si consideri si fa l’elogio dell’altro, perché le loro opere furono indirizzati ad un fine, a Dio.

Federico Borromeo, cugino di San Carlo, maggiore di lui di ventisei anni, col suo nobile ed alto operato, espresse il massimo ideale religioso. Grande e solenne figura storica, di profonda e completa cultura seppe impiegare la sua vita per le opere buone “un uomo tanto sapiente che, a quel che dicono ha letto tutti i libri che ci sono, cosa a cui non è arrivato mai nessun altro, neppure a Milano”, queste sono le parole del Sarto dove si era fermata Lucia. Federico entra nel romanzo con lo squillo delle campane, che si richiamano di valle in valle, tra il monte e il lago, su… sino al nido dell’aquila dell’Innominato.

Fin dalla puerizia, badò ad essere virtuoso “persuaso che la vita non è già destinata ad essere un peso per molti e una festa per alcuni, ma per tutti un impiego”; decise poi di farsi prete, ricevendo la talare da suo cugino, San Carlo. Accettò l’Arcivescovato di Milano dal Papa Clemente VIII contro la sua volontà, mortificò sempre il suo corpo e fu sempre umile e buono. Di grande erudizione ed insigne umanista fondò la Biblioteca Ambrosiana, per ravvivare la cultura in un secolo opaco e stagnante, e ad essa ammise il collegio di dottori ed uomini di grande talento, che coltivavano vari studi. Lasciò più di cento opere tra latino ed italiano, curò trattati di morale, dissertazioni storiche, volumi di letteratura, di arte, di antichità sacre e profane e di altre materie. Come Federico Borromeo fu Antonio Rosmini, le cui opere vanno dalla filosofia, alla teologia, alla politica, al diritto. Il suo edificio filosofico e la sua potenza speculativa non sono meno vasti di quelli di Hegel. Alessandro Manzoni certamente ritrovò in lui il modello per creare la figura del suo Cardinale, poiché incarnava il suo ideale cristiano e rappresentava le condizioni più elevate e più nobili del sacerdozio cattolico. Creature quella del Cardinale e quella del Rosmini, che dovevano ricordare a tutti gli uomini come la Carità fosse l’unica luce e l’unica speranza della vita.

Insieme a Padre Cristoforo, che aveva scelto il saio francescano liberamente ed eroicamente l’aveva portato, furono gli inviati della Provvidenza, dediti al bene del prossimo e nei quali era incarnata la concezione evangelica della vita. All’altezza della mente aggiunsero la nobiltà del cuore e rappresentarono il volto positivo del sacerdozio. Il fascino poetico del Borromeo si evidenzia nell’abbraccio all’Innominato convertito, la pecorella smarrita, cercata dal buon pastore; Federico aveva rimproverato a se stesso di aver tardato quell’incontro. L’Innominato, abbracciando il Cardinale, pianse, ritrovò la pace, si posò all’ombra di un bell’albero, sull’erba vicino ad una fonte d’acqua “come il viandante stanco e triste da un lungo camminare per un terreno arido e selvatico”. Nel famoso abbraccio tra la “porpora incontaminata” e la casacca del masnadiero, Manzoni è stato un grande scrutatore di anime. L’Innominato, che aveva messo il mondo sottosopra con le sue scelleratezze, ora lo metterà sottosopra con la conversione. “Dalle squarciate nuvole si svolge il sole cadente”, proprio così: l’effetto di questi versi del coro di Ermengarda si adattano perfettamente alla nuova vita di Bernardino Visconti. Il sole, dopo un giorno nuvoloso, squarcia nel suo tramonto le nubi e imporpora l’orizzonte, promettendo il sereno, la pace di Dio.

Il Cardinale, come uomo della Provvidenza, avvia a lieta conclusione le vicende del romanzo e porta ovunque il calore di un mondo migliore: aiutare i poveri, essere gentile con tutti; sono questi gli ideali del cristianesimo manzoniano, il quale vuole che la Chiesa apra le porte anche di notte e contro le regole, come fece Padre Cristoforo, per aiutare chi ha bisogno. Gli inetti servono solo a danneggiare. E’ questa la stessa carità universale, che animò Rosmini sul Colle del Calvario di Domodossola nel 1828. Di profonda bellezza morale, questo gentiluomo di antica razza, questo gran signore, pose tutto se stesso, il suo ingegno, gli averi al servizio della Chiesa, come aveva fatto il Borromeo, che da vero pastore, era vissuto da povero e durante la pestilenza si era prodigato oltre ogni umana possibilità, disprezzando il contagio e non risparmiando il suo personale patrimonio in soccorso agli appestati. Egli rimane un simbolo morale, proposto quasi ai lettori a scopo di edificazione cattolica, come un alto modello di vita. Parla sempre un po’ come se fosse sull’altare e si rivolge ai fedeli in generale. Dal colloquio sublime, dal comportamento composto, dalla maschile bellezza spirituale, quasi involontariamente maestosa, dall’occhio grave e vivace, con la fronte serena e pensierosa, con la pace interiore, tra i segni del pallore, dell’astinenza, della fatica e della meditazione, spiccava ancor più in quella magnifica semplicità della porpora. A questa eccelsa anima e magnanimità spirituale il Manzoni accostò l’egoismo e la piccolezza di don Abbondio. Nel colloquio tra i due, il linguaggio del Cardinale è tutto impostato di ricordi evangelici, che non viene, però, percepito dall’ottusità del Curato, il quale si trova “come un pulcino negli artigli del falco” “come uno stoppino umido ed ammaccato della candela”. Ne viene fuori un conflitto tra due logiche: l’essere e il dover essere, il cristianesimo rigoroso, combattivo, intransigente e il cristianesimo consapevole della limitazione della natura umana. Anche quando il santo Cardinale si farà “uomo”, scendendo dal piedistallo dell’“auctoritas”, don Abbondio rimarrà sempre attaccato alla sua debole logica e alle sue opportunità. Aveva ragione Agnese quando diceva al Cardinale non lo sgridi, è un uomo fatto così: tornando il caso, farebbe lo stesso”. Federico fu un uomo capace di amare e la sua vita rappresentò un sublime commento della pagina paolina sulla carità che è benigna, magnanima, non invidiosa, che non si vanta… che tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta”.

Aveva insegnato a don Abbondio che l’amore è coraggioso, non ha paura dei potenti e che si schiera affianco degli umili. L’amore fu anche la strada percorsa da lui per raggiungere l’Innominato e, vedendo l’esito del colloquio, il lettore capisce che si è avverata la profezia di Isaia “il lupo e l’agnello andranno insieme ad un pascolo; il leone e il bue mangeranno insieme lo strame. Fu sempre accanto ai sofferenti “la disgrazia non è il patire e l’essere poveri; la disgrazia è il far del male”. Non aveva intrapreso la carriera ecclesiastica, per entrare in una “classe riverita e forte”, al contrario era convinto che le “rendite ecclesiastiche sono patrimonio dei poveri”, anticipando così il messaggio del Vaticano II la terra è data a tutti e non solamente ai ricchi”; anche il suo vestire fu il riflesso dell’amore per la povertà, avendo l’usanza di non “ismettere un vestito prima che fosse logoro” e cercando, nello stesso tempo, l’attenzione per la pulizia.

Manzoni vide in Federico Borromeo Rosmini, sacerdote integerrimo e di grande scienza, che ammirò e onorò di un’amicizia affettuosa e reverente, immortalandolo proprio nella figura dell’Arcivescovo di Milano. Al Centro Internazionale di studi rosminiani a Stresa si vede il rilievo in bronzo, in cui si legge “A. Manzoni A. Rosmini : duplice vortice sublime di un’unica fiamma”. La dedica è stata fatta da Antonio Fogazzaro e attesta quanto nei due pensatori ci fosse un cuore solo ed un’anima sola.

VINCENZO BARBAGALLO     VINCENZO BARBAGALLO

Informazioni su Monica Bauletti

Monica Bauletti, libri@monicabauletti.it Romanzi: -ATTACCO AGLI ILLUMINATI – EDITORE: LIBROMANIA (DeAgostini-Newton) 2014 -L’AMICA PIU’ PREZIOSA - EDITORE: LIBROMANIA (DeAgostini-Newton) 2014 -BERTA, LA LEGGENDA (PUBME.ME) 2017 -Racconto: VITE RIFLESE antologia UNA BELLA GIORNATA DI SOLE LIBROMANIA (DeAgostini-Newton) 2015 -Racconto “RESPIRO” secondo classificato al premio letterario edizione 2014 “MILLE E… UNA STORIA” e pubblicato nell’antologia del premio. -Racconto “TU NON MI AMI” numero dicembre 2014 rivista internazionale di letteratura e cultura varia “3°m TERZO MILLENNIO” fondata dal poeta-scrittore-saggista professore Carmelo Aliberti. -Racconto "MARTINA VEDE LE COSE" antologia: SOFFIA UN VENTO CONTRARIO - L'IGUANA EDIUTRICE www.monicabauletti.it

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