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LA POESIA DI CARMELO ALIBERTI Il giusto senso -di Giuseppe Amoroso

 Lo scarto con la natura diviene lo stato inquietante di Aliberti: ed ecco la testimonianza della tavola verbale con la chiara denuncia dell’abbandono del possesso, della cittadinanza nelle zone felici

Giuseppe Amoroso Professore ordinario di Letteratura italiana presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Messina

Giuseppe Amoroso
Professore ordinario di Letteratura italiana presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Messina

L’estrema creatività del linguaggio è la cifra più alta raggiunta da Carmelo Aliberti nel suo recente volume di liriche: “Il giusto senso”, Club degli Autori, Firenze” così denso, talvolta direi così sillabato (in una direzione nuova beninteso rispetto a quella battuta dalle generazioni ermetiche) da porre immediatamente sul tappeto molti problemi di forme espressive. La spinta centrale del momento ispirativo del poeta, cioè la metamorfosi che l’atto emozionale suscita verso gradi progressivi di deformazione, viene catturata da un ben preciso modo, scivolato da un cromatismo di superficie in segmenti sempre più affilati, taglienti fino alla metafora scarnificata: quasi linea (senza coefficiente) del monologo interiore, la natura offre elementi da assimilare all’umano. E resistono poco come entità oggettive (vi è breve spazio in tal senso a quel descrittivismo tanto alienante in troppi poeti), trasformati come sono nella quotidiana avventura dell’uomo:

“Il mattino scalpita

in uno scafo di luce

folte voci battono ai balconi

emigro dall’urna dove mastico

arsenico nel sole sbando

tra argini di polvere”

Della solarità del mattino resta, come appare evidente, quello che si macera dentro, nella condizione amara del dolore (si noti nel procedimento ternario dei verbi – emigro, mastico – arsenico, sbando – l’assoluto dissolvimento della luce) che in altro, luogo, con minore asprezza, è vana fatica

“Il cielo rotola in lembi di cristallo

tento con rosolata mano

di fermare il giorno che precipita

dai rami stravolti nella sera”

di tentare un accordo, di ristabilire un’armonia. Lo scarto con la natura (e con gli uomini) diviene lo stato inquietante di Aliberti: ed ecco la testimonianza della tavola verbale (emigro, sbando, mi raggrumo, sconfino, slitti, mi piego, affondo, m’intorcino, vortico, rimbalzo) con la chiara denuncia dell’abbandono (anche agli altri il poeta presta il suo dissenso: l’esempio prodotto – slitti – non è un unicum) del possesso, della cittadinanza nelle zone felici.

L’indice è teso al dubbio,

“compilo la schedina zigrinata

del rimpianto e dell’ira”

che si rivela più come alternativa (condizione di forma di esistenza) che come buio, come enigma. L’assenza, infatti, di una spiritualità dilemmatica (tradotta naturalmente in un dettato preciso, dai contorni netti, dall’aggettivazione nuovissima e sicura), nonostante la tensione oscillante dei verbi in prima persona, è comprovata dal messaggio di forza che si innerva nella lirica di Aliberti, anche là dove il poeta sembra insistere su un resocontismo minuto. E su tale individuazione puntuale occorre aprire un discorso: l’attenzione rivolta all’esterno (spia certo nominalismo attento: un fondo di pascolismo mutato alla scacchiera da una mano coraggiosa, da un empito innovatore) è sempre misura autobiografica, profondamente sofferta, qualche volta (ma è raro) solo tangente di azioni o di pensieri. Il poeta vive nel mondo contemporaneo (non esiste nella sua lirica sconfinamento nel passato, vagheggiamento, sterile, rimpianto) in una posizione di interprete dolente, tra gli altri ad ascoltare le voci

“ellittiche voci percuotono

evidenze di disfatta”

a vivere le immagini del reale

“tra stracci di case

stese al sole”

Il veicolo per mezzo del quale l’aggettivo a primo contatto epidermicamente uniforme si fa inquieto e vibra nell’animo resta, è bene ribadirlo, il sussulto espressivo: sussulto in quanto l’autore sa concedere al termine (specie con desueti, felicissimi attributi, con scelte specificative, con dosaggi posizionali) la curvatura necessaria perché trasferisca da fuori al mondo del lettore un continuo segreto.

Questo stato di rivelazione (ora sommessa, ora gridata) è il segno distintivo, della poesia di Aliberti. La sua voce lirica non cerca soluzioni e risposte nell’abbandono sentimentale ma si macera, si contrae, si raccoglie e si affina nella ricerca di modulazioni sorvegliate, quasi concesse con limpida cautela: al giusto limite di un sicuro equilibrio espressivo.

La parola del poeta è sempre il vertice di una storia, non un fatto di rispecchiamento, un puro. fenomeno di trascrizione.: e a tale parola Aliberti giunge da un itinerario che ha toccato profondamente le stazioni ove la vita lascia il suo segno. Al di là di qualsiasi esercizio di trasfigurazione, il mondo entra nella zona cara all’autore attraverso una serie di note, vere e proprie persistenze dell’esterno nel tempo interiore. Ecco perché la linea di che è costruito l’orizzonte dell’Aliberti può sembrare non, ortodossa, piegata com’è alla incidenza degli stati d’animo (e in questa linea tutti i parametri di una visione regolare, sottoposti al processo di deformazione) e catturata solo per quello, che richiama dell’uomo. Nella convergenza “in hominem” si incrina la levigatezza del reale: un sincronismo psicologico (oggetto-interpretazione) che diviene estrema vivacizzazione del linguaggio:

“Deserto l’assenza

ti cerco/ tra pieghe di cose

icarica promessa

boccheggi

sulla bava del cosmo

ed io blatero

dentro mattini cingolati”.

Di Aliberti resta pertanto non solo il positivo valore di tanti risultati, ma soprattutto il coraggioso operare sulla scrittura: un nuovo incontro con le cose sospinte da modi essenziali, lontani dalla sillabazione come dal discorso troppo carico.

I- Il mattino scalpita

in uno scafo di luce

folte voci battono ai balconi

emigro dall’urna dove mastico

arsenico nel sole sbando tra argini di polvere.

II- Gocciolo in occhi che coltivano

visioni borghesi calcoli d’amore

immagini di morte

fiori di giustizia e di pietà

su prati d’acqua.

III- Dentro fiammeggiano

roghi di preghiere

sventagliate nella veemenza

di notti irreparabili.

Rugo corolle d’ipocrisia

mi raggrumo

ai bordi di una selva di figure

di righe che saccheggiano

il residuo fiato.

IV- Trascorro di fiordo in fiordo

guelfi e ghibellini straziano

il letame che li alimenta

a T B trincetta il fratello

per il prestito di mille lire

Q revolvera la moglie

sospettata di fellonia

a C Z stupra la figlia dodicenne

e con una catena di cane al collo

la trascina nel porcile

delitto d’onore.

V- Laggiù giorno per giorno

mucchi di ossa esalano

gemiti di fame intorno

sfolgoranti scatole cromate

che proteggono cappelli di piume

e sigari tra labbra untuose

mi calpestano il cuore.

VI- Come vuoi che io smemori

tra oceani di sangue?

Sconfino con la lama in pugno

a trapassare l’ultima verità

il mio dolore.

VII- Imbuchi dita meccaniche

nel blocco delle lettere

il giusto senso

è ticchettìo

nel dieciventitrè

Per non soffocare

inglobi compresse di pazienza.

1

VIII- Una corrente di protesta

brandendo cartelli attraversa

i corridoi urbani

Auto si adirano sprangate

da cinte vive

al labbro del corso principale

Dagli slogans traspare

che si vive di solo pane.

IX- Nelle arnie

che tremano sui flutti

bruchi sbadigliano

in una ipotesi di metamorfosi

Tra la voglia

di ringhiare o di sbavare

il cestino il davanzale

nella valvola di scarico

sanguina il libero arbitrio

X- Mi dici che la scienza

sfratterà i sistemi

e annuserà

la viva verità

Ti devo credere?

XI- Tra nere mura di noce

ingrassano col pianto

i muscoli affogano

nel capitale del sesso il lattante

varca i limiti del sonno

morso da topi

Sugli usci fioriscono labbra d’arance

sui tetti le croci dei televisori

XII- Alle radici dei grattacieli ribollono

voci di dissenso

Tra le terrazze opposte

nastri azzurri dove

nelle chiari notti sorridono le stelle

XIII- Il cranio del Re fuma

su nevrotici precipizi

oscilla la rondine tra i fili

accerchia le antenne a fiotti d’ala

abbozza profili di partenze

L’ultima mosca crepita

nella maglia del ragno

Nell’intelletto abraso transitano

allotropici messaggi

mentre m’innalzo a stendere

un rigo di luce tra due rive.

XIV- Ero venuto

per conoscere la verità

di Portella delle Ginestre

Ho trovato la tua bocca

piena di garofani e di rose.

XV- Sul pino

ai vetri tra le nubi

ardono i sogni di sempre

grondano nei globi lucidati

é un diluvio di pianto sul cuore

ed il sangue

ansima tra liane

dove la pietà muore

sotto stelle borghesi.

La calda ferita zampilla

tra i limiti squamosi

di questo cimitero

Non posso trattenerti

se hai deciso

di spezzare il vizio assurdo

-Vado in Biafra

per aiutare a vivere

ciò che noi strangoliamo

ogni notte.-

Tu slitti sui gradini del riscatto

io il vuoto la finestra

I- Rieccoti al tavolo ingobbito

la penna confitta tra le dita di ragno

ad ammucchiare asettiche misure

dietro la grata dell’esclusione

Il tuo disegno di lotta

è coda di lucertola spezzata

che delira sul catrame.

II- Laggiù i cincinnati nei pagliai

sognano ancora distesi

su un fazzoletto di luna

nel vento che sale nella notte

a scarmigliare i pioppi

genuflessi sul fiume.

III- Una escursione. Tra cancelli d’oro

la furia si sguinzaglia nell’arca

smerigliata con sangue sterilizzato

eccoli pattinare sulle arterie

dei califfi l’inafferrabile

prospettiva di libertà integrata.

IV- All’alba si rituffano

nel borotalco dello strame

accarezzano foglie che maturano

nel sole coltivano domani

illuminati da una sola parte.

V- Col riflusso intellettivo

ti dissangui su epigrafi d’esilio

a defecare tra sistole e diastole

sedativi di distoniche parole.

VI- Il cielo rotola in lembi di cristallo

tento con rosolata mano

di fermare il giorno che precipita

dai rami stravolti nella sera.

VII- Ballonzolo dentro l’acquario

traccio il bilioso

consuntivo dell’avere ed il non avere

dell’utile e del vero

compilo la schedina zigrinata

del rimpianto e dell’ira

stipo righe

equazioni che ingorgano

la voce revulsiva nella gola

ispeziono immagini di forza

capitale cultura lavoro

sulla scorta di un atomo comune.

VIII- Fuori lungo piste rugginose

assaporo blanduli seni

che guizzano sull’erba

con scrosci di speranza tra le dita.

Mi piego sul quadrato a rammendare

refoli di sogni e sopravvivo

nel fragile schermo.

IX- Sul vetro scola

un muco di giorno

strozzo l’ultima carta accidentata

che il vento rotola

nell’acqua con le foglie.

T’aspetto sul dorso dei miei anni

a cauterizzare le cesure.

X- Il silenzio cresce

L’anello luminoso si contrae

nei tuoi occhi volteggia un balzo d’ala

un passo un altro passo nel disgusto

sboccia un numero certo

cava il gettone dal taschino

telefona è già tardi cosa aspetti?

UN VOLO NELLA NOTTE

Un volo nella notte e l’alba rossa

mi nasce nel tuo seno.

Affondo tra latomie dove brucia

la carne degli schiavi sotto il fuoco

di sferze fraterne.

Nelle vene di calce a poco a poco

affiora un cuore antico.

Aretusa piange lacera

spasima Prometeo incatenato

alla croce di una zolla.

Su abissi Dionisio ascolta

la voce dei padroni sull’asfalto

Trombe cineree si sfiatano

nei cardini del giorno

e la notte nel sonno delle fabbriche

una filigrana di luce

scorre tra cirri di zolfo.

Nubi di morte veleggiano

sul ciglio della luna.

Ricchi e poveri s’intorcinano

i ricchi per vivere il loro paradiso

i poveri per non morire.

I

Una scimitarra d’argento affila i colli

su una conchiglia straziata

enumero il passaggio di giorni

gonfi di scissure

screpolato da acqua annuvolata

che si svena ad una foce,

da una pozza d’ombra

risorgono parole non arrese

nel petto danza il seme

che ti arde sulle labbra

ed il passo è tamburo di morte

tra asole di luce.

II

Febbre irreversibile

avvampa le tempie della storia

m’intorcino in gomitoli d’ipotesi

cerco un guado nel fatuo fuoco

i peoni ritracciano col sangueun teorema di Resistenza.

III

Rotoli su argini di pece

tra cubi di cemento dove verminano

scacchi sotto archivi di polverei

innesti nel cespuglio che si stende

tra strisce luminose e coni d’ombra.

IV

Strisci su invulnerabili vernici

calpesti cicatrici

ferito dal ruggito dei motori

scarica atomica opulenza

sogni sventrati coltello della storia

che emargini la miseria a ristagnare

in lembi di catartici colori

spezzi strette di mani su abissi

tese a stipulare un’alleanza

di vittoria o di morte.

V

Gratti gabbie di vetro

che racchiudono cifre di lussuria

tendi ancora le mani

nei filoni dell’arcobaleno

ti assiepi alla ragione dei semafori

deliri all’uggiolio dell’accattone

piangi accattone d’amore

tra voci smaltate senza amore

L’indizio di sentirti vivo

è goccia d’acqua su falde di vulcano.

VI

Ora dalle fronde dei salici

i passeri bevono nei tuoi occhi

gli aironi calano

a graffiare arcobaleni d’acqua

le ciminiere eruttano veleno

la tua mente ha cessato di fiottare

sui bulbi si è abbassata la serranda

ma piangi ancora piangi piangi e corri

sul molo proteso nell’azzurro.

I

Tra ombre balzo

onda sulla riva

nella radura del tuo seno

dove s’impenna

il cuore della vita.

II

Ecco Itaca sboccia tra la schiuma

aiuola di favole

equilibrio speranza

sotto il sole che straripa

sulla pelle maculata.

III

Mi sfiora il soffio

della tua voce chiara

mi sperdo nel tuo amore

nel risucchio che mi leviga

fiocinato da ciclopi.

IV

Il giorno

in una macchia cardiaca

Tindari perla di cemento

in bilico su schiume

e Marinello

fauci di sabbia sull’onda

nella cui gola affonda inerte

un’unghia azzurra.

Nella spirale rimescoli

vertice e base.

V

Nel vicolo

la sabbia negli occhi el

littiche voci percuotono

evidenze di disfatta

lontano Salvatesta

incartato dentro nebbie

sgomente sopra spalti

aperti al cielo.

Sull’orlo del muro graffiato

dai proiettili luccica lo sfregio

vermiglio di una mano

tra sillabe di carne

secca sulle pietre corrugate

Alla porta

una fascetta nera

in alto

le imposte serrate

da una notte del quarantatrè.

VI

Nell’utero dell’ansia

spinata di irriducibili quesiti

zampetti intorno

all’impermeabile buccia delle cose

gridi la bestemmia dell’amore

tra gli aromi di questa primavera

che ti miagola dentro

varchi lune di memoria

strappate agli aghi dei cancelli

gli occhi di coltelli

che nessuna parola ha consumato.

VII

Sadica mano

all’alba sgominò

l’implume volo.

Nel cratere dei giorni

da ossigenati vertici ritraccia

un tunnel di speranza.

VIII

Vortico

tra stracci di case

stese al sole

foglia

inghiottita dall’autunno

IX

Deserto l’assenza

ti cerco

tra pieghe di cose

icarica promessa

boccheggi

sulla bava del cosmo

ed io blatero

dentro mattini cingolati

X

Il cardo svicola

su petali di attese

Dietro i vetri

fluttua

nella nebbia

la filigrana di una mano

XI

Rimbalzo

sul lucido osso della strada

tra macchie di luna e laghi neri

Garamante su sciarpe di cotone

Nel cavo dell’inverno

sfarino zolle di sogni

tra ferite di maiolica

XII

Sul filo spinato dei miei versi

il vento dell’Etna trascina
il tuo lamento sassoso

mentre consumo il mio dissenso

sulla storia incestuosa

monica azzurraPer la rubrica SFOGLIA L’AUORE

Monica bauletti

Informazioni su Monica Bauletti

Monica Bauletti, libri@monicabauletti.it Romanzi: -ATTACCO AGLI ILLUMINATI – EDITORE: LIBROMANIA (DeAgostini-Newton) 2014 -L’AMICA PIU’ PREZIOSA - EDITORE: LIBROMANIA (DeAgostini-Newton) 2014 -BERTA, LA LEGGENDA (PUBME.ME) 2017 -Racconto: VITE RIFLESE antologia UNA BELLA GIORNATA DI SOLE LIBROMANIA (DeAgostini-Newton) 2015 -Racconto “RESPIRO” secondo classificato al premio letterario edizione 2014 “MILLE E… UNA STORIA” e pubblicato nell’antologia del premio. -Racconto “TU NON MI AMI” numero dicembre 2014 rivista internazionale di letteratura e cultura varia “3°m TERZO MILLENNIO” fondata dal poeta-scrittore-saggista professore Carmelo Aliberti. -Racconto "MARTINA VEDE LE COSE" antologia: SOFFIA UN VENTO CONTRARIO - L'IGUANA EDIUTRICE www.monicabauletti.it

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