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Bartolo Cattafi -07 luglio 2015 – Jean Igor GHIDINA

Omaggio al poeta barcellonese Bartolo Cattafi nel 93esimo della sua nascita

bartolocattafi e alibertiCarmelo AlibertiLa poesia di Bartolo Cattafi

tra negativo esistenziale e ansia metafisica
prefazione di Jean Igor GHIDINA

Che Carmelo Aliberti abbia pubblicato nel 2014 una monografia su Bartolo Cattafi palesa innanzitutto la sintonia elettiva tra due poeti oriundi della stessa terra e mossi dallo stesso afflato al cospetto della realtà e del peregrinare esistenziale, a prescindere dalle idiosincrasie che li rendono inconfondibili.
Già nel suo dramma lirico Itaca del 2006, Carmelo Aliberti, quale Ulisse redivivo, metteva in scena l’aedo barcellonese:

Cattafi sul labbro del cratere
oltre la curva impossibile,
dietro il promontorio
la curva degli agguati
che mai «oltrepassò persona viva».

« Ah ! Bartolo, Bartolo » gridai
« Come potrà la prua inerme
varcare l’insidia della acque
del regno di Adelaisa possessiva
che inghiottì in idre di passione
marinai audaci, eroi e dei » ?

quale un custode depositario di saggezza immemoriale collocato in un punto nevralgico per cui l’apostrofe riveste il significato di un encomio apotropaico nei confronti di uno spirito magno che ha già solcato il pelago ondivago dell’esistenza trivellando la propria anima fino all’imo per poter cesellare un’opera esemplare. Nel 2008, ma stavolta in veste di critico, Carmelo Aliberti ha sviscerato la figura di Cattafi includendolo con un ampio studio in un volume emblematico per la mole e l’acume che lo contraddistinguono. Insomma, l’incontro tra i due poeti non è casuale, ma scaturisce da un’indole che si è cimentata in versi doviziosi in cui si staglia un itinerario complesso il quale si snoda dialetticamente tra negativo esistenziale e ansia metafisica. Ci preme soffermarci appunto sul concetto di negatività egregiamente delucidato sin dall’epigrafe con la citazione dei celeberrimi e quanto mai icastici versi di Eugenio Montale:

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

Oltre all’omaggio al cantore ligure che suggella il paratesto di questo libro, possiamo cogliere uno squarcio di poetica che accomuna, quanto meno in parte, Aliberti e Cattafi, entrambi dissenzienti e insofferenti rispetto a un mondo di sopraffazioni in cui imperano disvalori che tendono a reificare e quindi a mercificare l’uomo. In realtà, la negatività riveste un significato polisemico se non ambivalente, perché sta ad esprimere da un lato lo strazio, l’assillo e quindi l’infelicità di esseri, anzi di non-esseri che, se hanno smarrito qualsiasi ancoramento sereno con la vita e con il mondo, non possono rassegnarsi supinamente alla squallida realtà per ragioni morali e spirituali e dall’altro il rifiuto reciso di ogni compromissione con l’ausilio di una parola che diventa scarna, simbolica e connotativa; perché è confrontata all’ineffabile, perché non può ammantarsi di un involucro fuorviante che la renderebbe esoterica oppure troppo succube della lingua propagandistica del fascismo di ieri o della modernità alienante ed edonistica di oggi. Ad ogni modo, alla parola poetica viene conferita la virtù di respingere il bieco pragmatismo decantando in compenso la libertà e la dignità umane.

   La negatività esistenziale determina il senso di derelizione che a sua volta propizia il varco di montaliana memoria, l’anelito all’assoluto, la ricerca affannosa ed indefessa di una salvezza senza però che questo travolga il poeta al punto da sprofondarlo nel baratro del nichilismo e della disperazione implacabile fino al cupio dissolvi.

Osserviamo pure per inciso che il sommo Italo Calvino, la cui alacrità è spesso associata all’allegoria, al fiabesco e alla cerebralità faceta del distacco metaletterario, giungeva comunque allo stesso dilemma in quello stupendo racconto che è la giornata di uno scrutatore. Di fronte ai disabili del cottolengo, il personaggio Amerigo Ormea è profondamente scosso nelle sue certezze laiche e impavidamente razionali:

«la preghiera, ossia il farsi parte di Dio, ossia (Amerigo azzardava definizioni) l’accettare la pochezza umana, il rimettere la propria negatività nel conto di una totalità in cui tutte le perdite s’annullano, il consentire a un fine sconosciuto che solo potrebbe giustificare le sventure » .
Diversamente dal decadentismo, dall’ermetismo, ma in sintonia interstiziale perfino con alcuni maestri della letteratura contemporanea, la poetica di Aliberti e di Cattafi riesce prettamente dialettica in quanto la consapevolezza della pervasività del male non preclude la via alla ricerca e all’incontro con Dio fatto uomo, un Dio umile e misericordioso; dimodoché la scrittura lirica, lungi dal costituire un sollazzo, un diversivo, sia pure traboccante di perizia formale, assurge a viatico iniziatico che porta al traguardo soteriologico. La poesia in sostanza non funge da surrogato ovvero da mero espediente, anzi, essa accompagna l’essere verso la rivelazione di verità assolute che danno un significato a questa vita e a quella ultraterrena assolvendo così uno scopo insieme teleologico e escatologico .
Nella sua analisi svolta con notevole acribia, Carmelo Aliberti mostra l’intreccio tra i temi, i motivi e le modalità di scrittura indugiando innanzitutto sulla folgorazione insieme estatica ed estetica che sprona il Cattafi degli esordi a trovare nel verbo poetico la facoltà numinosa di trascrivere sulla pagina la meraviglia dell’essere al mondo. I versi cattafiani sono pregni di un ordito fonico ritmico e di stilemi che sublimano e trasfigurano la relazione col mondo interiore o con quello circostante. L’incombere della morte di cui la guerra è vettrice, non può stravolgere un’armonia pancalica il cui significato recondito rimane ancora in sospeso:

«Cominciai a scrivere versi non so come, ero in preda non so quale ebbrezza, stordito da sensazioni troppo acute, dolci.»

Tuttavia, non si creda che la poesia di Cattafi indulga a una celebrazione relativamente atarassica dell’universo, perché è spesso improntata al tema del viaggio in quanto periplo spaziale e esistenziale che favorisce l’incontro con l’alterità facendo trapelare nel contempo il bisogno impellente dell’introspezione. Il viaggio pertanto sembra dapprima collocarsi nell’alveo della ricerca gnoseologica e ontologica per rivelare poi l’inappagamento di un poeta sempre più in balia di un travaglio coscienziale per via del male esogeno ed endogeno che rappresenta un’aporia irriducibile. A dire il vero, Cattafi, ad onta dello spasimo esistenziale, non riesce calamitato nel bozzolo narcisistico o addirittura solipsistico che implicherebbe un crogiolarsi in un’arte autoreferenziale in cui sarebbero espresse con brio le molteplici sfaccettature del mal di vivere. In lui, prevalgono i versi duttili e pulsanti che esulano da qualunque parvenza retorica tanto sgorgano da una specie di sussulto dell’ «arcipelago del cuore» come dice Aliberti. Pertanto, l’approdo alla spiritualità e all’incontro palingenetico con la trascendenza è preceduto da un lungo viaggio interiore e metafisico nel quale l’anima si sente risucchiata nel baratro del nulla, ma proprio nel momento in cui sta per liquefarsi, ecco sorgere Cristo, Dio fatto uomo, in modo umile, impercettibile, irraggiante di un bene incommensurabile.

In te confido
tutto ho rubato al mondo
sei il Cubo, la Sfera, il Centro
me ne sto tranquillo
tutto t’è stato ammonticchiato dentro (“In te confido”)

Cattafi, infine, alla stregua di Aliberti pone spesso la Sicilia, segnatamente il paesaggio messinese, al centro delle sue poesie come paradigma dell’isola mitica e ferace dei greci antichi, ma pure come eden perduto, simbolo insomma del decadimento non solo storico-contingente, ma pure dell’involuzione antropologica dell’umanità. La Sicilia insomma è equiparata a una metafora universale quale uno specchio delle oppressioni sociali e dei dilemmi esistenziali. Ora, come l’abbiamo accennato nel proemio, Aliberti ha posto al centro della sua poetica, massime ne « Il pianto del poeta » del 1999-2002, una Sicilia insieme permeata di ascendenze mitiche e insidiata dai mostri storici e pure cartina di tornasole del mal di vivere, della discrepanza tra soggetto ed oggetto. In questa silloge, fanno specie dapprima l’ammirazione e la contemplazione del paesaggio grandioso il quale sprigiona una bellezza indicibile, poi subentrano le strofe in cui spiccano i colpi inferti dalla macrostoria che deturpano un universo idilliaco quasi soffuso di un’autenticità arcadica. La meditazione di Aliberti verte inoltre sul rapporto col tempo non solo edax, ma altresì considerato categoria trascendentale che non consente più come prima un nesso intergenerazionale, dato che l’oblio nei confronti delle glorie del passato è ormai paurosamente invalso presso la gioventù virtualmente ipercollegata in una parvenza di ubiquità, ma insieme ignara delle proprie radici. Dal canto suo, Cattafi, reduce nell’Itaca-Sicilia da viaggi spossanti che plasmano la sua personalità, assurge a emigrante-viandante che aspetta una rivelazione labile che gli consenta di superare l’antitesi riassunta perspicuamente nel titolo della sua raccolta: L’osso, l’anima. Scrive a questo proposito Aliberti in uno stile metaforico che rispecchia mirabilmente la sua capacità di cogliere il significato dell’opera cataffiana:

«il poeta è risucchiato in un vortice abissale, appeso al filo della ragione, per indagare nel buio ontologico e riuscire ad individuare lo strappo luminoso che lo guidi nella sua «discesa al trono» dell’inconoscibile, con l’anelito di conquista di una verità assoluta.»
Il ritorno all’isola natia nell’ultimo periodo della sua vita combacia con una rivisitazione della figura mitica di Ulisse perché il poeta barcellonese, pur assaporando la cornucopia dello splendore paesaggistico intriso di riecheggiamenti mitici e foriero di un momento di simbiosi tra l’io e il mondo, è consapevole che la felicità è necessariamente transeunte, soprattutto in un’isola in cui gli strascichi del decadimento inficiano quello che Aliberti chiama «l’atavico fulgore.»
A questo punto, mi pare doveroso citare qualche verso di entrambi i poeti per palesare la loro raffigurazione della Sicilia:

Carmelo Aliberti, “Il pianto del poeta” (1999-2002) Bartolo Cattafi, “Thrinakrie” Al balcone dopo il tramonto sopra il mare Nell‟oasi beata della torre tra lo squillare dei suoni e dei colori che affollano a pelo gli smalti azzurri dei laghi nella cornice viola sul Tirreno a Castroreale in trincea volgo gli occhi, allagati dai concerti dell‟estate, verso i campi radi di alberi e di declivi di questo tempo privo di fusi e di arcolai, avido di smagliare le afflizioni nei dolci fiati dell‟adolescenza (…) Qui si continua con i traffici più immondi ad irrigare di gloria e di avere il regno dell‟anarchia e del potere, qui con la ferocia delle belve si continua a lapidare il Giusto (…)
Carmelo Aliberti, “Il pianto del poeta” (1999-2002)
Al balcone dopo il tramonto sopra il mare
Nell‟oasi beata della torre
tra lo squillare dei suoni e dei colori
che affollano a pelo
gli smalti azzurri dei laghi
nella cornice viola sul Tirreno
a Castroreale in trincea volgo gli occhi,
allagati dai concerti dell‟estate,
verso i campi radi di alberi e di declivi
di questo tempo privo di fusi e di arcolai,
avido di smagliare le afflizioni
nei dolci fiati dell‟adolescenza
(…)
Qui si continua con i traffici più immondi
ad irrigare di gloria e di avere
il regno dell‟anarchia e del potere,
qui con la ferocia delle belve
si continua a lapidare il Giusto
(…)
Bartolo Cattafi, “Thrinakrie” Omero ne parla perché Ulisse l‟incontrò sul mare la terra dei tre capi, ricca, fiera, boscosa America avanti letrera favole correvano da un cateto all‟altro dovevano ancora venire le agavi le arance i paladini di Angelica i sonni sull‟amaca. Ora è triangolo arido figura piana e montuosa di marina solitudine, terra di molti mali di problemi scottanti non per colpa del sole. Se vi sbarchi è come un approdo in Nord Africa o al Partenone in un‟aria di semicolonia e si è metà dentro metà fuori di un chiaro capitolo di storia.
.
Bartolo Cattafi, “Thrinakrie”
Omero ne parla perché Ulisse
l‟incontrò sul mare
la terra dei tre capi, ricca, fiera, boscosa
America avanti letrera
favole correvano da un cateto all‟altro
dovevano ancora venire le agavi le arance
i paladini di Angelica
i sonni sull‟amaca.
Ora è triangolo arido
figura piana e montuosa
di marina solitudine,
terra di molti mali
di problemi scottanti
non per colpa del sole.
Se vi sbarchi è come
un approdo in Nord Africa
o al Partenone
in un‟aria di semicolonia
e si è metà dentro metà fuori
di un chiaro capitolo di storia.
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Come asserì Giovanni Raboni in un’intervista , Bartolo Cattafi è davvero un poeta dall’ingente spessore esistenziale che dovrebbe indurre i critici ad annettere maggiore importanza al valore anche edificante della letteratura che assolve la propria vocazione quando travalica la mera elucubrazione tecnica o contingente.
Ponendomi nella scia di Mario Luzi, direi per concludere che in Aliberti e in Cattafi il verbo lirico diventa mallevadore di sacralità e di innalzamento sapienziale e a mo’ di commiato mi sia consentito citare Charles Baudelaire che nell’ « Albatro », nobile uccello, tratteggia in modo suggestivo la condizione del poeta:

Il poeta è simile al principe dei nembi
Che conosce la procella e non cura l’arciere
Esiliato sul suolo in mezzo alla baraonda,
Le sue ali da gigante gli impediscono di camminare.

Si è spesso considerata la letteratura occidentale moderna come il raggiungimento di uno sperimentalismo squisitamente formale e scevro ormai di contenuti « edificanti », etsi deus non daretur, dando per scontata l’avvento di una cultura in sostanza egemonizzata dalla tecnoscienza, per cui porsi domande metafisiche e esprimere la ricerca di Dio e di una teodicea sembra assolvere uno scopo peregrino che non è più in auge. Tuttavia, di fronte alla svolta epocale in cui viviamo contrassegnata da speranze prometeiche che vanno di pari passo con paurosi pericoli planetari e antropologici, la letteratura di vaglia è quella che ha il coraggio di rappresentare gli assilli eterni dell’uomo.

RECIT  Jean Igor GHIDINA

 

TERZO MILLENNIO – ANNO 6 – NUMERO III / IV – DICEMBRE 2014

36

1-Carmelo Aliberti, La poesia di Bartolo Cattafi. Tra negativo esistenziale e ansia metafisica, Terme Vigliatore, 2014
2-Carmelo Aliberti Letteratura siciliana contemporanea. Da Capuana a Verga, a Pirandello, a Quasimodo, a Camilleri, Cosenza, Pellegrini, 2008
3-Cf., Alberto Asor Rosa « I fondamenti epistemologici della letteratura italiana del Novecento » in Letteratura italiana. Bilancio di un secolo, Torino, Einaudi, 2000, p. 28-29 
In queste pagine Asor Rosa lumeggia la crisi nel rapporto tra soggetto e oggetto come fenomeno nuovo che contraddistingue la letteratura del Novecento.
4-Italo Calvino, La giornata di uno scrutatore, Torino, Einaudi, 1963, p. 50
5-Cf, Ibid : (…) l’atteggiamento più pratico diventava l’atteggiamento religioso, cioè lo stabilire un rapporto tra la propria menomazione e un’universale armonia e completezza (significava questo, riconoscere Dio in un uomo inchiodato a una croce ?) (…) p. 50
6-Cf, Angelo Manitta « Isolitudine e meridionalismo in Carmelo Aliberti » in Carmelo Aliberti, La ferita del tempo, Foggia, Bastogi, 2005, p. 268
 7-Carmelo Aliberti, La poesia di Bartolo Cattafi. Tra negativo esistenziale e ansia metafisica, Terme Vigliatore,  2014, p. 9
8-Ibid, p. 13
9- Cf., www.bartolocattafi.it, 4/8/14


0c932d5777f56a089aadb5621d892759   Monica Bauletti

Informazioni su Monica Bauletti

Monica Bauletti, libri@monicabauletti.it Romanzi: -ATTACCO AGLI ILLUMINATI – EDITORE: LIBROMANIA (DeAgostini-Newton) 2014 -L’AMICA PIU’ PREZIOSA - EDITORE: LIBROMANIA (DeAgostini-Newton) 2014 -BERTA, LA LEGGENDA (PUBME.ME) 2017 -Racconto: VITE RIFLESE antologia UNA BELLA GIORNATA DI SOLE LIBROMANIA (DeAgostini-Newton) 2015 -Racconto “RESPIRO” secondo classificato al premio letterario edizione 2014 “MILLE E… UNA STORIA” e pubblicato nell’antologia del premio. -Racconto “TU NON MI AMI” numero dicembre 2014 rivista internazionale di letteratura e cultura varia “3°m TERZO MILLENNIO” fondata dal poeta-scrittore-saggista professore Carmelo Aliberti. -Racconto "MARTINA VEDE LE COSE" antologia: SOFFIA UN VENTO CONTRARIO - L'IGUANA EDIUTRICE www.monicabauletti.it

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