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intellettuale: organico o tradizionale? – Nino Motta

Chi sono gli intellettuali?

Qual è la loro funzione?

Quale rapporto hanno col potere?

Queste sono domande sopite che giacciono sotto strati di futili discussioni inconcludenti degli opinionisti che affollano gli studi televisivi e di trasmissioni superficiali mandate in prima serata allo scopo di fare audience e distrarre lo spettatore tormentato da che cosa? Dai problemi quotidiani? Dagli ostacoli di una società alla deriva? Dalla mancanza di una guida culturale che sostenga gli argini di regolare flusso delle idee?
Ne parliamo con Nino Motta, direttore responsabile della Rivista Internazionale Terzo Millennio.

Nino Motta è laureato in Lettere e in giornalismo. Dopo alcuni anni di insegnamento, chiamato dalla passione per il giornalismo, è stato per tre anni corrispondente dall’Abbruzzo per il Messaggero di Roma e 20 anni caposervizio a IL CENTRO del Gruppo Espresso – La Repubblica dove ha curato diversi settori ed è stato capostruttura in Abbruzzo. Molte le sue inchieste giornalistiche di grande interesse e le corrispondenze come inviato speciale.

Nino Motta: “Gli intellettuali”, è la definizione che ne dà Norberto Bobbio, “sono un insieme di soggetti specifici considerati come creatori e trasmettitori di idee”.
Questi soggetti sono sempre esistiti. E chiamati, secondo i tempi e le società, saggi, sapienti, dotti, philosophes, clercs, letterati.
Da un secolo, vengono chiamati intellettuali.
Il nome lo si fa risalire al russo “intelligencija” e al francese “intellectuel”.
L’intelligencija, nella Russia pre-rivoluzionaria, è un gruppo di liberi pensatori, che si battono contro l’oppressione zarista.
Intellectuel è il termine, adoperato, nel 1898, da un gruppo di letterati (Zola, Clemenceau, Proust) per designare i sostenitori dell’innocenza di Alfred Dreyfus.
Nel primo caso si ha l’affermazione dell’intellettuale impegnato, rivoluzionario, che lotta contro il potere costituito, in nome di una nuova classe.
Nel secondo l’affermazione dell’intellettuale indipendente, che combatte in nome della verità e della giustizia, cioè di valori spirituali.
Nel dopoguerra, constata Julien Benda nel “Tradimento dei chierici” (1927), gli intellettuali, affascinati dai miti di potenza, rinunciano alla loro missione di custodi di valori assoluti per mettersi al servizio della politica nazionalistica.
Due anni prima, Benedetto Croce, nel “manifesto degli intellettuali antifascisti”, più o meno, aveva espresso gli stessi concetti: “Gli intellettuali hanno il solo dovere di attendere a innalzare tutti gli uomini e tutti i partiti a più alta sfera spirituale”.
Ma a dargli ascolto era rimasto solo uno sparuto numero di intellettuali, finiti in esilio o in carcere.
Tra questi, spicca la figura di Antonio Gramsci.
Nelle sue riflessioni in carcere, Gramsci, diversamente da Karl Mannheim – che in “Ideologie und Utopie” (1929) sosteneva la tesi di un unico ceto intellettuale – distingueva due gruppi contrapposti: quello degli intellettuali tradizionali e quello degli intellettuali organici.
L’intellettuale tradizionale è l’umanista, il letterato.
L’intellettuale organico è “specialista” e “politico”.
“E in quanto politico, non può che esercitare la sua specialità nel partito, cui incombe, in quanto partito della classe operaia, il compito della riforma morale e intellettuale della società” (Bobbio).
Impegno politico e impegno culturale, per Gramsci, dunque, erano inscindibili.
Dopo la caduta del fascismo, che tra gli intellettuali aveva goduto di un vasto consenso, “i nuovi antifascisti si affannavano maldestramente a cancellare le tracce del loro precedente fascismo” (Pierluigi Battista).
Ben pochi ebbero la fierezza sfrontata di Vitaliano Brancati, deciso a non attenuare la portata del proprio consenso al regime: “Sui 20 anni ero fascista sin alla radice dei capelli. Non trovo alcuna attenuante per questo”.
“Ce ne vergognavamo”, è la confessione di Norberto Bobbio, nell’autobiografia (1997), che rivela una grandezza d’animo che riscatta i silenzi di una vita.
“Ero immerso nella doppiezza, perché era comodo fare così. Fare il fascista tra i fascisti e l’antifascista tra gli antifascisti”.
“Una vergogna sincera”, commenta Battista, in Cancellare le tracce, “un rammarico, un senso di inadeguatezza sconosciuti a tanti intellettuali che hanno vissuto traiettorie analoghe”.
E’ ciò che farà qualche anno dopo anche Gunter Grass, lo scrittore tedesco premio Nobel per la Letteratura.
Nell’agosto del 2006, anticipando l’uscita del suo libro autobiografico (Sbucciando la cipolla), sulla Frankfurter Allegemaine Zeitung, l'”incarnazione della coscienza antifascista” rompe il silenzio, durato 60 anni, e rivela di essersi arruolato nel 1944, a 17 anni, nelle SS.
In una lettera inviata successivamente all’università israeliana di Netanya, dopo la sospensione della laurea honoris causa, e pubblicata dal quotidiano Haaretz, scrive: “Ho portato il peso di questo segreto per decenni. Più venivo a conoscenza dei crimini dei Waffen-SS, più si aggravava la vergogna di averne fatto parte”. Il tema dell’impegno dell’intellettuale fu ripreso nel II dopoguerra.
Nel 1945, Elio Vittorini, nella presentazione del “Politecnico”, una rivista da lui fondata e diretta, invoca una cultura che potesse liberare l’uomo dalle sofferenze e dalle ingiustizie, invece di limitarsi a consolarlo, come aveva fatto in passato.
Per assolvere tale impegno la nuova cultura avrebbe dovuto organizzarsi politicamente e “prendere il potere”.
Nella polemica che ne seguì, intervenne lo stesso segretario del Pci, Palmiro Togliatti, che rimproverava agli intellettuali “la pretesa di fare la storia con la cultura”.
Vittorini rispose con una lettera a Togliatti, sostenendo che il compito dell’intellettuale non è quello di “suonare il piffero della rivoluzione”, cioè di essere il giullare del potere politico, ma quello di raccogliere tutti gli stimoli culturali che la società offre, per rinnovarla dal profondo.
La conseguenza fu la chiusura nel ’47 del “Politecnico”.
Il rapporto “forse più felice” fra intellettuali e potere, a giudizio di Asor Rosa, in “Il grande silenzio” (2009), si ebbe negli anni ’60 e ’70. Un rapporto che “diede vita a una cultura politica e di governo che oggi non si può che rimpiangere”.
Negli anni ’80, con la fine delle ideologie, il rapporto tra cultura e politica inizia a “dissolversi”.
“La politica”, osserva Asor Rosa, in Il grande silenzio, “non sa più che farsene della cultura. L’intellettuale critico non serve più”.
Gli intellettuali, a loro volta, “non sono più in grado di incidere e di farsi ascoltare”.
“La funzione degli intellettuali”, rileva Gustavo Zagrebelsky, in un’intervista a Enrico Donaggio e Daniela Stella, “è oggi dispersa in mille rivoli”.
Dispersione che deriva dall’incapacità degli intellettuali di “definire i nodi del loro impegno”.
“In questa situazione”, ritene Zagrebelsky, “o ci si rifugia nella pura speculazione, che è una fuga dalla realtà, oppure, rinunciando all’autonomia e all’indipendenza della funzione intellettuale, si cerca di collegarsi, in qualche modo, con chi sta dove il potere si esercita effettivamente, nell’economia e nella politica, per diventarne consulenti “.
Il “consulente” zagrebelskyano sarebbe la versione moderna dell’intellettuale “organico” gramsciano.
Mentre però questo si collegava alle grandi forze storiche della società per la conquista dell’egemonia; quello è “l’imboscato” nei ministeri e negli enti, che si lega al potente di turno, offrendo i suoi servigi intellettuali e ricevendo in cambio prebende.
Le condizioni che, secondo Zagrebelsky, potrebbero contribuire a dare un senso alla funzione intellettuale sono la “coerenza della ricerca”, che rende l’intellettuale credibile e “l’apertura di canali di comunicazione per diffondere tra i cittadini cultura, capacità di riflessione e gusto per le idee”.
Oggi, comunque, gli intellettuali, in quanto interpreti della coscienza morale e promotori di valori universali, possono svolgere un ruolo fondamentale nella rinascita del Paese.
Purché, superando la frammentazione, perseguano un obiettivo comune: la lotta al degrado morale e ai misfatti del potere.

Nino Motta

Siete tutti invitati a intervenire con riflessioni, commenti, domande ecc.

Sono molti gli spunti che ci prpone Nino Motta in questa sua riflessione

Gli interventi che la redazione della Rivista 3°m riterrà più pertinenti saranno raccolti in un articolo.

Un grazie a tutti quelli che vorranno intervenire

Monica Bauletti

Informazioni su Monica Bauletti

Monica Bauletti, libri@monicabauletti.it Romanzi: -ATTACCO AGLI ILLUMINATI – EDITORE: LIBROMANIA (DeAgostini-Newton) 2014 -L’AMICA PIU’ PREZIOSA - EDITORE: LIBROMANIA (DeAgostini-Newton) 2014 -BERTA, LA LEGGENDA (PUBME.ME) 2017 -Racconto: VITE RIFLESE antologia UNA BELLA GIORNATA DI SOLE LIBROMANIA (DeAgostini-Newton) 2015 -Racconto “RESPIRO” secondo classificato al premio letterario edizione 2014 “MILLE E… UNA STORIA” e pubblicato nell’antologia del premio. -Racconto “TU NON MI AMI” numero dicembre 2014 rivista internazionale di letteratura e cultura varia “3°m TERZO MILLENNIO” fondata dal poeta-scrittore-saggista professore Carmelo Aliberti. -Racconto "MARTINA VEDE LE COSE" antologia: SOFFIA UN VENTO CONTRARIO - L'IGUANA EDIUTRICE www.monicabauletti.it

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