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Primizie di primavera: “Parola di Cassandra” di Graziella Furnari

Si tratta della prima opera, edita dalla Casa Editrice Kimerik e finito di stampare a marzo 2015, di Graziella Furnari, intitolata “Parola di Cassandra”, che rivela molto la personalità dell’autrice, anzi, oserei dire che mette a nudo la sua vera essenza di donna e di insegnante, ma soprattutto di mamma. Un sinolo di poesia e narrativa, connubio perfetto per trattare temi di attuale importanza, quali: la vita nelle sue mille sfaccettature, l’umanità intesa nel suo senso più intimo e la natura, sfondo di ogni cosa. Ma, è anche l’urlo di una madre che è stata, a sua volta, bambina e che è consapevole del fatto che qualsiasi creatura in questo mondo non merita discriminazioni, divieti, sofferenza. Il mondo dovrebbe mettersi all’altezza dei bimbi e non loro all’altezza del mondo: questo è il messaggio che fa da sfondo ad un’opera semplice e delicata. Ogni singolo bambino merita gioia, amore, spensieratezza, rispetto, dignità, libertà, cibo e pace e una vita di colori. I piccoli rispecchiano innocenza, sogni, e speranza. I bambini insegnano. Molte volte, gli adulti dovrebbero ricordarsi di essere stati bambini anche loro, così da capire le loro necessità. Ma quando dico “loro necessità” intendo non solo le necessità dei bambini, ma anche le necessità proprie di ogni uomo. Imparare a conoscersi, ricordando.

Graziella Furnari nasce il 9 maggio del 1959. Si laurea in lettere classiche presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Messina. Si definisce soprattutto una mamma. Ama sin da piccola la letteratura, specie i gialli e la mitologia. Non disdegna di cimentarsi in attività sportive che mettono in gioco il suo impegno fisico e mentale, oltre che uno spiccato senso della disciplina. Per questo pratica il karatè, raggiungendo soddisfacenti risultati. Attualmente è un'amazzone convinta e appassionata, amante e rispettosa della natura e degli animali come i cavalli e i cani.
Graziella Furnari nasce il 9 maggio del 1959. Si laurea in lettere classiche presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Messina. Si definisce soprattutto una mamma. Ama sin da piccola la letteratura, specie i gialli e la mitologia. Non disdegna di cimentarsi in attività sportive che mettono in gioco il suo impegno fisico e mentale, oltre che uno spiccato senso della disciplina. Per questo pratica il karatè, raggiungendo soddisfacenti risultati. Attualmente è un’amazzone convinta e appassionata, amante e rispettosa della natura e degli animali come i cavalli e i cani.

Il volumetto di appena 69 pagine rivela un forte contenuto morale, esaltato dalla semplicità della forma, volutamente comprensibile, ma erudita ed intrisa di vita vissuta; se volessimo puntualizzare, si parla proprio della vita dell’autrice. Prima di tutto, urge soffermarsi sul “volto” di questo libro, creare un primo approccio, guardando la copertina. La copertina non è altro che una foto d’altri tempi, scattata negli anni ’60 che ritrae una bambina di quel tempo in Piazza Duomo a Milano. Ma la bambina di quel tempo è proprio la bambina del libro, la stessa che ricorda il “dolce sapore delle pesche acerbe” e racconta a tutti , da grande, il suo sogno già vissuto. E’ qui che troviamo la ricerca del bello ideale, la lontananza dallo sconvolgimento delle passioni e delle emozioni, presenti nella nobile semplicità e quieta grandezza di quest’opera.” E’ proprio questo messaggio, di stampo edonistico che il volumetto vuole lanciarci: la rivalutazione della nobile semplicità e della quieta grandezza in un periodo dai colori forti, scuri, neri, un secondo tempo della vita, in contrapposizione al ricordo nitido, di un frangente candido come questo colore chiaro inteso come l’infanzia, che solo adesso, in questo momento, assume rilevanza. Quest’ultima, infatti, è esaltata dall’immutabile tempo, nel nostro caso l’immagine in bianco e nero , che rimarrà tale nei secoli dei secol e davanti ad ogni generazione ventura, mentre noi, si sa, passiamo…

Il titolo, come sottolineato anche dalla scrittrice nella prefazione, si riferisce al personaggio mitologico Cassandra, il quale ha valenza umana e divina insieme: in lei, infatti, ritroviamo la vita vissuta da umana e la facoltà profetica, che, invece, è dono divino. Figlia di Priamo e di Ecuba, sorella gemella di Eleno, aveva ricevuto sin da piccola, dal re Apollo, il dono della veggenza. Quando, però, da grande respinse l’amore di quel dio, perse la facoltà di persuadere, dunque, per tutta la vita fu perseguitata da un triste destino: prevedeva gli accadimenti del futuro, senza essere creduta da nessuno. L’aspetto che a noi interessa sottolineare in questa sede è proprio questo di profetessa inascoltata. La Prof.ssa, infatti, non ha la pretesa di essere creduta, non vuole spargere insegnamenti e discernere ciò che giusto da ciò che è sbagliato, ma il suo unico scopo è quello di raccontare il sogno vissuto, essere narratore onnisciente di un’esperienza già consumata e che, adesso, ha bisogno di essere rivelata. Il dramma della conoscenza gioca un ruolo primario, da secoli ribadito: dal re Edipo a Dante Alighieri, si parla sempre del privilegio della conoscenza nel verosimile e necessario momento in cui avviene la rivelazione dell’occulto. Proprio qui risiede l’incipit di tutta l’opera: “Nihil ita occultum esse quod non reveletur”, ossia “Così nessuna cosa può essere nascosta di ciò che non viene rivelato”. Qui è racchiuso il movente d’ispirazione di tutta l’opera, la dedica dell’autrice a sua figlia Floriana: unico vero diamante della sua età adulta ed evento più bello e gratificante di tutta la sua esistenza. Il dono di un figlio inteso come il dono della conoscenza. Utile premessa che mi urge fare al riguardo di questa lettura leggera, divertente, rilassante, ma profonda, è quella relativa all’ambiente e ai personaggi, al tempo andato dell’infanzia dell’autrice. Infatti, in maniera originale e fantasiosa, ma sostanzialmente vera, si parla di Gualtieri Sicaminò, dei bambini di questo luogo e dei personaggi più importanti del luogo a quel tempo. E’ la storia di Grassiè e Massemennolo, i fratellini più adorabili del paese, si parla della loro famiglia, dei loro amici, di chi inesorabilmente ha sfiorato e intrecciato la loro vita. Il tutto ha un epilogo nella morale, la quale non è altro che ciò che hanno imparato e scoperto quei bambini. Bimbi che, oggi, continuano a vivere in quelli che, ieri, erano gli adulti di domani.
Di forte importanza simbolica è anche la data, ricorrente, del 20 febbraio, coincidente con vari episodi storici, quali: la nascita di Floriana, la morte del Duca più importante nella storia di Gualtieri avvenuta un anno prima, tutti coincidenti con la data in calce alla prefazione. Questo ha una spiegazione: l’autrice vuole esprimere rispettivamente la gioia immensa, il dolore profondo e silenzioso ed, infine, il riassorbimento di tutte queste emozioni esternate tramite lo strumento “più facile”,ovviamente per lei, la scrittura.
La narrazione è divisa in tre momenti: il Proemio, degno richiamo agli amanti della mitologia, intitolato “Minuti Primi”; il secondo componimento, forse il più importante, “La Storia Finita”; infine, la favola frivola, decisa ma moralmente aulica, intitolata “Parla Cassandra”. – MINUTI PRIMI – E’ una raccolta di poesie, in tutto otto, accompagnate da un breve chiarimento e collocate in modo da suscitare un climax ascendente di emozioni che parte da un tono rimesso, di richiesta d’aiuto, accondiscendente della “Preghiera”, ad una soluzione unica di vera conoscenza, tramite “Aurea Fenice”. All’interno di questi versi troviamo ricordi, speranze, verità che appartengono ad ogni uomo, che è capace di riconoscere di avere un’anima. E’ una sintesi di quello che siamo: uomini ancorati ad una fede, qualunque essa sia, ancorati a dei valori, parametri che ci permettono di riconoscere le forze creatrici e distruttrici della natura, inscindibilmente legati al tempo e desiderosi di quell’anelito di felicità, raggiunta solo dopo essersi trasformati in “nobili risorti dalle ceneri”. “Preghiera” è il vero proemio che si risolve in un’allegoria fondamentale: si chiede aiuto al Signore per “il tozzo di pane bianco”, dove il tozzo di pane bianco è il nostro destino, il nostro modo di vivere, quello che ci aspetta nella nostra vita. Dagli stessi toni è “In verità vi dico”, che contiene una nota evangelica e un inciso fondamentale per l’intera opera: “Badate che il bambino che non gioca è la giustizia umana che se ne sta in disparte”. Qui è il vero senso di questo componimento, breve ma diretto ed anche semplice ma, direi, efficace. “L’anima” è un componimento sinestetico, dove si creano diverse immagini associando dei termini che appartengono a sfere sensoriali diverse, ma che si risolvono nell’individuazione di qualcosa di inafferrabile, ma concreto. Breve ma coincisa e, al tempo stesso, significativa e chiara. Sulla stessa stregua è “Visione”, dedicata al dolore, quasi con l’intento di personificarlo per individuarlo e schiacciarlo, ma in un tentativo vano. Quest’ultimo si ripete spesso, durante tutta la parte iniziale, e viene ribadito in “Felicità”, dove il desiderio verso l’astratto, verso ciò che non si vede, che non si tocca, ma si sente, diventa quasi un incoraggiamento a cogliere quell’attimo che può, semplicemente, renderci felici. “Tempesta ed impeto”, più delle altre, ha un forte valore simbolico, insieme a “L’efebo” e “Aurea Fenice”. “Tempesta ed impeto” ovvero “Sturm und drang”, non è altro che la raffigurazione della natura come luogo utopico, dove la Natura stessa è intesa come tendenza all’interiorizzazione. 15 versi proiettati verso la forza creatrice e distruttrice della natura: Afrodite e Ares, l’uno rappresenta ogni essere esistente, quando si crea, nel travolgimento delle passioni e del sentimento; l’altro che, invece, si manifesta nella contraddizione, nell’Essere della natura quando si relaziona a qualcuno fuori da sé. Importantissime qui sono le catacresi, le allegorie, le personificazioni che creano un’immagine che, attraverso l’assolutezza del tempo, si imbatte in un ciclo vitale in continuo crescendo, tipica della rinascita Pascoliana, concludendosi in una dinamica edonistica che, potremmo paragonare a quella del “De Rerum Natura” di Lucrezio. Ci sono, qui, molti accenni pascoliani che possono ricordare “Il Gelsomino notturno”,in particolare nel “adesso, ognuno respirerà il profumo”. Vogliamo soffermarci un po’ sulla dinamica e sul vero e proprio impeto di una nascita e dunque di una vita. E’ questo il tema cardine di questa poesia? Perché? Cosa le piacerebbe sottolineare al riguardo? Sulla stessa scia “L’Efebo”, statua marmorea che risulta essere spaventosamente immutabile, è un tempo che aspetta, ma è un tempo che scorre, è incontrollabile, non fornisce risposte, è assoluto e perfetto, perennemente. Torna la bellezza, ideale assoluto, che conserva intatto il suo valore in tutte le epoche. Infine, “Aurea Fenice” è l’ultima, anche in ordine cronologico, è dedicata a quella nobiltà d’animo conosciuta, a cui adesso, si anela. Dedicata al Duca di Gualtieri, morto misteriosamente in un incendio, il 20 febbraio del ’99. La lettura di questa poesia rende concreta e reale l’immagine che l’autrice vuole trasmettere: “I legni resinosi, i sassi levigati, le limpide fontane ti aspetteranno e insieme ci parleranno di te.” Questa dedica è una declamazione, un urlo di esempio da seguire, un continuo sottolineare che alla nobiltà d’animo si piegano parecchie teste ricurve che non hanno il coraggio di levare il capo. “Vivere senza nome, senza infamia, senza lode: vivere da sudditi.” Così come la Fenice risorge dalle sue ceneri nel Culto Dionisiaco, così il Duca aleggia sul suo feudo. Si scorge qui, non solo la rimessione verso quest’uomo, disprezzato da tutti, pur essendo un vero e proprio gentiluomo, ma anche una sorta di ringraziamento, di riverenza, un “grazie perché ci sei stato”. Stesso grazie, tradotto in sentimenti puri di una padrona nei confronti del suo cane, si scorge nel componimento “A Ringo”, migliore pastore tedesco di tutti i tempi.
– La Storia Finita – “La Storia finita” racconta l’infanzia di Grassiè e Massemennolo, che vivevano nel Paese di Coccoea, il quale era sovrastato dal feudo di Tunnia. La scena si svolge principalmente nella Via Don Ciccillo, alla casa del Tabacchino, dispensatrice di necessità e virtù. La narrazione si incentra su episodi di vita vissuta dei bambini di Coccoea, che si divertivano giocando per le strade di un Paese che, forse, niente aveva da offrire, a parte un albero di pesco, ma che era tutto quello che avevano. I personaggi, i luoghi, tutti descritti nelle minuzie delle loro caratteristiche, ritraggono un ambiente familiare, accogliente, ingenuo, dove a prevalere sono gli alti valori morali. Protagonista indiscussa è l’ingenuità e l’affetto incalcolabile che Grassiè prova nei confronti del fratellino Messemennolo. Quello che l’autrice crea è un vero e proprio “Microcosmo ludico”, in cui tutto è realmente accaduto, tutto è fantasticamente vero. Nella realtà, infatti, sappiamo di non poter deludere i bambini. Quando mimiamo e creiamo nella loro fantasia qualcosa, poi dobbiamo averne cura, non possiamo farla scomparire senza un senso. Dobbiamo giustificare l’assenza di quello che poc’anzi avevamo creato, altrimenti distruggiamo un tassello importante del loro mondo. Nel linguaggio semplice, ma erudito, chiaro e comprensibile, gonfio di “intrecci lucidi e interessanti”, si scorge una Graziella che racconta di Grassiè. Descrizioni dettagliate, dai toni accesi, con note di simbolismo forte e ben accentuato, fanno ritorno ai motivi bergsoniani delle poesie, con un invito chiaro e preciso di congedo nei confronti di quella solitudine. “I viaggi immaginari” della mente che erano realizzabili anche fisicamente, ma solo nel mondo di quella storia finita, sono stati i protagonisti di un racconto vero e fantasioso. A tratti, Tunnia simboleggiava l’infanzia e Coccoea la realtà di un adulto. Vari sono gli episodi raccontati, dalle passeggiate verso Tunnia, all’epoca delle frittate, alle feste di paese, in cui la tradizione si contrapponeva alla religione e dove le riflessioni dell’autrice sono profonde come le sue convinzioni morali : “Come possono gli uomini, che la storia ha ignorato, o viceversa, inventarsi la Fede o vivere con fede?” A queste seguono gli alti insegnamenti trasmessi, dove si chiarisce che la “non-cultura” non coincide con la mancanza di conoscenza, ma con la mancanza di educazione; dove i profumi, i gusti e gli odori originali non sono paragonabili a quelli che si percepiscono da adulti. In questa storia, sono i più umili che insegnano la vita, che insegnano ad amare, che trasmettono il vero valore dell’amicizia e del sogno. Il tutto traslato dalla nobiltà d’animo che contraddistingue Massemennolo, dall’umiltà, dote tipica di Grassiè e dalle condizioni di sofferenza in cui vivono i piccoli Olly e Lami. Tre sono i valori che ritornano sempre: il tempo, il sacrificio, l’amore nelle sue forme più svariate. L’autrice nel soffermarsi su taluni aneddoti di Coccoea, si serve di un estremo pathos, dettatogli dai sentimenti che ha provato da bambina e che prova da adulta, quasi a racchiudere dentro di sé l’immensità del mare in due occhioni azzurri pieni di lacrime, ora tristi, ora felici. Il dolore e la felicità, l’infanzia e l’età adulta, contrasti evidenti, ma amati. Tutto però, finisce. L’assolutezza del tempo ci concede diverse certezze, ma anche immensi dubbi. “Il sole era già tramontato per lasciare al cielo, ormai opaco, i voli dei gabbiani fuggenti ai tocchi delle campane vespertine” – siamo alla fine della giornata, l’infanzia è ormai una storia finita, Grassiè adesso è Graziella, la quale dedica questo componimento al fratellino Massemennolo, ormai lontano, tanto da farla sentire “una farfalla in cerca del suo fiore perduto”. Il dolce sogno di Graziella è finalmente rivelato.
– Parla Cassandra – A differenza de “La Storia finita”, “Parla Cassandra” è una favola, ereditata da Fedro, che non rappresenta il percorso di qualcuno in particolare, piuttosto il lungo cammino della vita di ognuno di noi. E’ la storia del Re Giobbe del Regno di Azzenapi. Egli aveva due figle : Anoia e Sophia che amava incondizionatamente. Un giorno scese in paese, in incognito, per verificare se effettivamente il popolo fosse contento del suo modo di governare. Sul suo tragitto incontrò Lami, un bambino povero e spaurito, che aveva appena perso tutti i chicchi di riso, spargendoli per il sentiero. Il re non esitò ad aiutarlo. Lo stesso accade con una vecchietta, la quale non aveva la forza di trasportare fino a casa un enorme fascio di legna. Nonostante la voglia di riabbracciare le figlie era fortissima, nonostante il re fosse giunto quasi a castello, Giobbe percorse la via stretta fino a casa della vecchia signora. Qui lei lo ringraziò predicendo qualcosa di brutto riguardo all’esistenza di Sophia. Gentile e grata, la signora indicò al re anche il modo per sventare il volere del destino. Il re tornò a casa e strinse a se le sue amate figlie. Molti, furono i coraggiosi che cercarono di entrare al castello della Fata della Fortuna per strappare la pagina del destino di Sophia, ma il grande e imponente drago bloccava anche il più coraggioso dei volontari. Fin quando si presentò a castello, il piccolo Lami, il quale si sentiva in debito nei confronti del re Giobbe che l’aveva aiutato in un momento difficile. Incoraggiato dalla Fata della Vita, il piccolo Lami riuscì nell’impresa impossibile. In questa favola, troviamo degli alti valori morali ed etici che vanno al di là di ogni apparenza e attraversano l’essenza della vita e dell’anima di ciascuno di noi. Questo è, sì, un racconto di fantasia, ma che riprende precisi parametri: il Regno di Azzenapi, anagramma di “pazienza”; Sophia e Anoia, la tesi e l’antitesi, la logica e l’impulsività; Lami, lo stesso piccolo bambino del paese di Coccoea, che qui trionfa ed è un vero eroe; la fine tipica del “vissero felici e contenti”, visione ottimistica, tipica delle favole. Molto eloquenti risultano essere, inoltre, le avventure del re Giobbe, le quali sottolineano l’immensa pazienza che quest’uomo nutriva verso il mondo. Ma anche i topoi della storia: il castello in alto e un altro castello, quello della Fata della Fortuna, ostile e diverso al regno di Azzenapi. Fondamentali sono anche le contraddizioni tra la Fata della Vita e la Fata della Fortuna e si scorge, quasi una similitudine di caratteristiche tra il drago e il re Giobbe: quel drago a sette teste di fronte a Lami è rimasto inerte, semplicemente perché Lami conosceva il segreto. Si ripete il concetto di conoscenza e si rimarca una delle più alte virtù, quali l’umiltà. Così come il re Giobbe si china insieme a Lami per raccogliere i chicchi di riso (allegoria delle mille e improbabili difficoltà che si possono presentare giornalmente), così il drago dalle sette teste dà “il via libera” al piccolo bambino. In conclusione, queste poche pagine sono un vero e proprio manuale contenente insegnamenti veri e propri, stili di vita e comportamenti che tutti dovremmo tenere per migliorare la qualità della nostra vita e di chi ci sta accanto. Basare l’esistenza su valori nobili non è mai perdita di tempo, ma è consapevolezza, razionalizzazione del tempo della nostra vita. Significa dare il giusto peso e la giusta misura ad ogni evento della nostra vita: dall’occasione di avere un fratello, all’opportunità di essere un amico. “Parola di Cassandra” è soprattutto una rivelazione: ha in sé Graziella in tutto e per tutto, una Professoressa che ama il suo lavoro e lo compie con passione, una mamma e una moglie premurosa e attenta, una figlia che sa di essere tale, ma soprattutto, qui, è una sorella grata al fratello. Lei è così come si mostra e questa ne è la prova.
Maria Cristina Saja

Informazioni su Monica Bauletti

Monica Bauletti, libri@monicabauletti.it Romanzi: -ATTACCO AGLI ILLUMINATI – EDITORE: LIBROMANIA (DeAgostini-Newton) 2014 -L’AMICA PIU’ PREZIOSA - EDITORE: LIBROMANIA (DeAgostini-Newton) 2014 -BERTA, LA LEGGENDA (PUBME.ME) 2017 -Racconto: VITE RIFLESE antologia UNA BELLA GIORNATA DI SOLE LIBROMANIA (DeAgostini-Newton) 2015 -Racconto “RESPIRO” secondo classificato al premio letterario edizione 2014 “MILLE E… UNA STORIA” e pubblicato nell’antologia del premio. -Racconto “TU NON MI AMI” numero dicembre 2014 rivista internazionale di letteratura e cultura varia “3°m TERZO MILLENNIO” fondata dal poeta-scrittore-saggista professore Carmelo Aliberti. -Racconto "MARTINA VEDE LE COSE" antologia: SOFFIA UN VENTO CONTRARIO - L'IGUANA EDIUTRICE www.monicabauletti.it

2 commenti su “Primizie di primavera: “Parola di Cassandra” di Graziella Furnari

  1. E’ una storia a impronta favolistica, intrisa di allegorie che fa balzare il lettore all’epoca dell’infanzia, per poi riportarlo all’età adulta. Un libro sempre attuale, che riguarda tutti noi; da leggere e rileggere.

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