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La narrativa di Carlo Sgorlon di Carmelo Aliberti – Introduzione di Jean-Igor Ghidina

la_narrativa_di_carlo_sgorlonLA NARRATIVA DI CARLO SGORLON
dI Carmelo Aliberti                                                           Introduzione di Jean-Igor Ghidina                                            docente di Lingua e Letteratura Italiana alla Blaise Pascal University -Francia.

Questo pregevole lavoro di Carmelo Aliberti trae spunto e forza dalla volontà di rendere omaggio ad un autore rilevante che viene per lo più tagliato fuori dalle antologie più recenti della letteratura italiana, mentre sono convinto che dall’opera romanzesca di Carlo Sgorlon il critico e il lettore in cerca di un nutrimento non solo estetico ma pure spirituale riescano ad evincere l’afflato universale di vicende ambientate in un Friuli traboccante di risonanze autoctone ed insieme aperto pancronicamente sul mondo di ieri e di oggi.
Innalzandoci con uno sguardo d’aquila al di sopra di contingenze scontate, é d’uopo chiederci quale sia la vocazione della letteratura all’epoca dell’infatuazione tecnologica e meditare altresì sul significato dell’opera sgorloniana che è collocabile in una vastità affascinante di prospettive diegetiche alquanto peregrine fra gli scrittori coevi.
Se consideriamo il postmoderno come l’esaurimento e il logoramento di tutte le forme già sperimentate assieme al prevalere del pensiero debole, non ci tocca però ammettere apoditticamente che la letteratura verace sia quella che si sollazza nell’effimero e in una riscrittura criptico-ammiccante per cui spetta al lettore ritrovare un messaggio fruibile e semmai un valore inconfondibile; auspichiamo anzi che la letteratura odierna e ventura non debba essere succube della comunicazione tecnologica e del rimbombo mediatico frastornante che spesso sono equiparabili a un ottundimento di cervello.
In quanto maggiore scrittore contemporaneo del Friuli per la vastità dei temi trattati e per l’afflato universale che li contraddistingue, Carlo Sgorlon ha aggiornato la nozione di letteratura di frontiera, una frontiera del resto che va intesa nella sua accezione polisemica. Certo, la frontiera è innanzitutto il discrimine tra mondi diversi e spesso in contrasto nella scia di scorie storiche e soprattutto per via del veneficio mentale propinato dall’ideologia nazionalista. Sgorlon appunto ha sfatato gli stereotipi che travisano in certo qual modo l’immagine della letteratura e della società delle cosiddette marche di frontiera. Effettivamente, il Friuli non va più identificato con una regione periferica, lievemente arcaica, adombrata dalla mole tutelare di Venezia e di Trieste. Esso funge da accesso privilegiato verso la Mitteleuropa, a crocevia nevralgico tra latinità da un lato, mondo slavo e germanico dall’altro. Il Friuli pertanto assolve il ruolo insieme di limes e limen, di superamento della dicotomia tra identità esclusiva ed alterità ritenuta minacciosa anche perché la vera frontiera sta nel mondo interiore, nella dialettica esistenziale, nella convertire il cuore ; entro l’ambientazione diegetica di Sgorlon insomma, la frontiera estrinseca che preesiste e condiziona l’assiologia dei personaggi viene abbinata ad una frontiera intrinseca, ma entrambe, pur essendo un vincolo anche soffocante, possono essere sublimate in modo da cogliere l’afflato dello spirito in sé e in altrui.
Carlo Sgorlon fu un narratore precoce e prolifico dalla mole poliedrica esordito dualisticamente poiché all’alienazione cui è improntata La poltrona (1968), subentra la trasfigurazione mitopoietica del mondo ne Il trono di legno (1973) e ne Gli dèi torneranno che cesellano in modo poderoso ed avvincente la cornice mitica di un Friuli metatemporale dove si muovono personaggi giovanili in cerca di radici esistenziali ed identitarie. Carlo Sgorlon non va certo equiparato a Cesare Pavese, ad onta delle analogie che possono collegare Il trono di legno a La luna e i falò. Se Sgorlon non è riducibile a Pavese, questo è dovuto al fatto che nei suoi romanzi la microstoria viene associata alla macrostoria e che il protagonista trascende una sacralità che rimarrebbe altrimenti abbarbicata in un topos e un logos squisitamente locali.
Le opere a sfondo storico e corale costituiscono un altro filone di tutto rispetto, fra cui bisogna mentovare L’armata dei fiumi perduti insignito del premio Strega nel 1985 che racconta l’insediamento dell’armata cosacca in Friuli alla fine della seconda guerra mondiale, Il taumaturgo e l’imperatore che mette in scena il frate Marco d’Aviano artefice della vittoria sui turchi ottomani a Vienna nel 1683, Il filo di seta dedicato al missionario medievale Marco d’Aviano. Ne La malga di Sîr e La foiba grande (1992), Sgorlon raffigura da un lato l’eccidio di Porzûs in Friuli e dall’altro l’esilio degli istriani come corollario inesorabile dell’ideologia comunista titina.
Lo Sgorlon visionario peraltro incarna l’antesignano ecologico dato che fu il primo ad aver stroncato la società tecnologica per propugnare indefessamente la difesa di una natura defraudata e conculcata. Ne L’ultima valle rievoca icasticamente il disastro del Vajont del 1963, primo cataclisma ambientale provocato dall’insipienza dell’uomo, mentre Il regno dell’uomo, La tribù, La fontana di Lorena e Lo stambecco Bianco (2006) palesano la lotta acerrima che oppone i seguaci dell’antropocentrismo edonista e mercantile ai cultori del bene comune e della natura, una natura magnificata nelle sue componenti inalienabili e nella bellezza ineffabile della selva e delle montagne maestose.
Su sfondo di guerre incombenti e di dilagare degli scontri mondiali per l’egemonia sui giacimenti di petrolio, gli incontri interculturali insidiati dal fondamentalismo islamico ma anche propiziati dall’anelito conoscitivo vengono illustrati ne Le sorelle boreali e ne l’alchimista degli strati. Ne Il circolo Swedenborg (2010, postumo), invece, lo scavo metafisico in una temperie soffusa di lirismo mette in luce il dilemma escatologico di Sgorlon.
Infine, va assolutamente ricordato che se, nell’ambito del panorama letterario friulano contemporaneo, si può conferire a Pier Paolo Pasolini una specie di primato nel campo della poesia, bisogna insistere sul fatto che Sgorlon è l’unico prosatore illustre ad avere dato i natali ad opere così emblematiche e possenti in idioma ladino da Prime di sere (1971), Il dolfìn, sino a Ombris tal infinît (2009).
Nell’incontro che ebbi con Carlo Sgorlon nel suo appartamento di Udine il 18 aprile 2002, egli si soffermò sugli estremi della sua poetica e su alcuni argomenti impellenti come il concetto di patria, grande istituzione che va difesa secondo lui dagli assalti del relativismo di certi progressisti. Se è vero che il fascismo ha contribuito ad infangare il concetto di patria, costoro sarebbero all’origine di una vasta impresa di sgretolamento dei valori della cultura occidentale. Ora, se Sgorlon omette di riconoscere la realtà della mondializzazione nonché gli ingenti divari economici spesso acuiti dal fabbisogno consumistico dei paesi sviluppati che determinano migrazioni massicce, sembra insistere a ragion veduta sul fatto che l’accoglienza e l’integrazione dei nuovi abitanti non dipenderà soltanto dal miglioramento del loro tenor di vita. Gli scontri tra islam e cristinità protrattisi per oltre tredici secoli sono dovuti tra l’altro a una visione spesso divergente della società e dell’identità fondatrice. Per Sgorlon, è indubbio che l’islam serba un carattere intollerante e totalitario di cui le devastazioni turche del Friuli nel Cinquecento e i kamikaze del settembre 2001 scagliatisi contro le torri gemelle di New York sono spie inequivocabili e lampanti. Da un punto di vista più personale di letterato, Sgorlon inorridiva di fronte alla condanna a morte da parte di islamisti di Ettore Capriola, traduttore di Salman Rushdie. Tuttavia sebbene Sgorlon sproni alla vigilanza nei confronti del mondo musulmano, non ne rappresenta i personaggi romanzeschi in modo unilaterale. Ne Le sorelle boreali (2004), al fanatico Ismail che sta escogitando un attentato nella Cappella Sistina come preludio a una guerra santa, la famigerata jihad contro gli infedeli occidentali, si contrappone Ibrahim che dapprima ligio all’indottrinamento salafista, rifiuta poi di uccidere l’ebreo Ruben che gli offerto un lavoro e quindi una dignità. Insomma, a prescindere dal condizionamento coatto, ogni musulmano rimane un essere umano che è in grado di attingere alla libertà della coscienza per non compiere nefandezze anzi assumendo coraggiosamente il ruolo di giusto fino al sacrificio della propria vita, magari fino all’apostasia e pertanto al distacco dalla propria religione come accade per il personaggio di Mansur ne Lo stambecco bianco. Il romanziere distingue quindi la fede personale genuina dalla manipolazione mentale indotta dalle istanze religiose in combutta con poteri politico-teocratici.
Sgorlon peraltro deprecava che la cultura occidentale avesse accantonato la religiosità e la sacralità ritenute da lui essenziali nella sua poetica. Senza negare i benefici indotti dalla scienza e dalla tecnologia, egli ne paventava le conseguenze disumanizzanti perché l’uomo privo di trascendenza e di richiamo metafisico si affida ciecamente alla scienza in modo da appagare non solo l’anelito di conoscenza, insito nella sua condizione, ma soprattutto un’autoreferenzialità che legittima il soverchio, la megalomania e lo sfruttamento scriteriato delle risorse terrestri. Secondo Sgorlon, la pretesa di autonomia eslege dell’uomo moderno, in seguito alla proclamazione della morte di Dio e dell’avvento della civiltà industriale capitalista, diventa il fomite di ideologie atee come il nazismo e il comunismo i cui presupposti e la cui prassi reificano l’uomo rinvilito a mero mezzo, a massa da soverchiare, da strumentalizzare e perfino da sterminare palesemente o subdolamente. Dopo il periodo postbellico, l’ossessione affannosa del lucro, l’hybris dell’uomo tecnologico illuso di assurgere a demiurgo omnipotente e la sua infatuazione per il consumismo sfrenato rischiano di provare un collasso planetario di cui si vedono sempre più le avvisaglie. Al fideismo religioso dagli eccessi ben noti, è subentrato il fideismo tecnologico devastante come è comprovato dagli scombussolamenti climatici e dal cumulo inaudito di rifiuti galleggianti sull’oceano. Per il romanziere friulano, era già necessario riconsacrare il mondo, sacralizzarlo, ovvero ripristinare il connubio tra l’uomo e la natura, essere consapevoli come persone e come inquilini della terra che l’esistenza individuale e le forme odierne di assetto economico e sociale sono transeunti, simili a una goccia nell’infinito incommensurabile come mostrò fervidamente Blaise Pascal. Superando l’antinomia invalsa da secoli tra materia e spirito e rifacendosi alle scoperte della fisica che ha rivelato che la materia non è un continuum ma un vacuum, Sgorlon riteneva che una siffatta materia-energia assomigliasse molto allo spirito che solleva le montagne, comunque essa non è inerte perché palesa forze misteriose ed immani che dovrebbero indurci all’umiltà e alla tutela scrupolosa della natura, del bene comune, della terra che ci accoglie e ci fa vivere. Veramente, Sgorlon sentiva la nostalgia di un mondo contadino ormai pressoché scomparso in Occidente, un mondo rispettoso della natura e parco nel consumo di materie prime. Nella Weltanschauung contadina messa in scena da Sgorlon primeggiano la sacralità, la simbiosi con le forze telluriche e la cooperazione intergenerazionale, il senso del dovere e della festa genuina priva di artifici, il che cozza con la mentalità edonistica dell’usa e getta, dell’individualismo anomico cui soggiace l’uomo moderno sempre più impaniato in megalopoli mefitiche e in balia di idoli introiettati.
Per il suo acume e la sua capacità visionaria, da autentico vate, Sgorlon assurge a romanziere mosso da una concezione ecologica integrale in cui alla tutela dell’ambiente si abbina un profondo rispetto della sacralità dell’uomo senza indulgere alla rivendicazione di sedicenti diritti individuali che tendono a legittimare pulsioni irrazionali lesive della dignità altrui.
Alla pseudo libertà che secerne ossimoricamente la schiavitù con i surrogati del successo, della cupidigia, della lussuria, della droga, al solipsismo, alla morbosità, alla decrepitezza, i protagonisti dei romanzi sgorloniani antepongono la contemplazione giuliva, il dono di sé, la compassione e l’ospitalità, l’ode alla vitalità spirituale, il senso magico della vita e la consapevolezza planetaria.

Informazioni su Carmelo Aliberti

Carmelo Aliberti è nato nel 1943 a Bafia di Castroreale (Messina), dove risiede, dopo la breve parentesi del soggiorno a Trieste, e insegna Lettere nel Liceo delle Scienze Sociali di Castroreale. È cultore di letteratura italiana presso l’Università di Messina, nominato benemerito della scuola, della cultura e dell’arte dal Presidente della Repubblica. Vincitore di numerosi premi, ha pubblicato i seguenti volumi di poesia: Una spirale d’amore (1967); Una topografia (1968); Il giusto senso (1970); C’è una terra (1972); Teorema di poesia (1974);Tre antologie critiche di poesia contemporanea( 1974-1976). POETI A GRADARA(I..II), I POETI DEL PICENUM. Il limbo la vertigine (1980); Caro dolce poeta (1981, poemetto); Poesie d’amore (1984); Marchesana cara (1985); Aiamotomea (versione inglese del prof. Ennio Rao, Università North Carolina, U.S.A., 1986); Nei luoghi del tempo (1987); Elena suavis filia (1988); Caro dolce poeta (1991); Vincenzo Consolo, poeta della storia (1992); Le tue soavi sillabe (1999); Il pianto del poeta (con versione inglese di Ennio Rao, 2002). ITACA-ITAKA, tradotta in nove lingue. LETTERATURA SICILIANA CONTEMPORANEA vol.I,p.753, Pellegrini ,Cosenza 2008; L'ALTRA LETTERATURA SICILIANA CONTEMPORANEA( Ed.Scolasiche -Superiori e Univesità-) Inoltre, di critica letteraria: Come leggere Fontamara, di Ignazio Silone (1977-1989); Come leggere la Famiglia Ceravolo di Melo Freni (1988); Guida alla letteratura di Lucio Mastronardi (1986); Ignazio Silone (1990); Poeti dello Stretto (1991); Michele Prisco (1993); La narrativa di Michele Prisco (1994); Poeti a Castroreale - Poesie per il 2000 (1995); U Pasturatu (1995); Sul sentiero con Bartolo Cattafi (2000); Fulvio Tomizza e La frontiera dell’anima (2001); La narrativa di Carlo Sgorlon (2003). Testi, traduzioni e interviste a poeti, scrittori e critici contemporanei; Antologia di poeti siciliani (vol. 1º nel 2003 e vol. 2º nel 2004); La questione meridionale in letteratura. Dei saggi su: LA POESIA DI BARTOLO CATTAFI e LA NARRATIVA DI FULVIO TOMIZZA E LA FRONTIERA DELL'ANIMA sono recentemente uscite le nuove edizioni ampliate e approfondite, per cui si rimanda ai relativi articoli riportati in questa sede. E' presente in numerose antologie scolastiche e sue opere poetiche in francese, inglese, spagnolo, rumeno,greco, portoghese, in USA, in CANADA, in finlandese e in croato e in ungherese. Tra i Premi, Il Rhegium Julii-UNA VITA PER LA CULTURA, PREMIO INTERN. Per la Saggistica-IL CONVIVIO 2006. Per LA NARRATIVA DI CARLO SGORLON. PREMIO "LA PENNA D'ORO" del Rotary Club-Barcellona. IL Presidente della Repubblica lo ha insignito come BENEMERITO DELLA SCUOLA;DELL CULTURA E DELL?ARTE e il Consigkio del Ministri gli ha dato Il PREMIO DELLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO 3 VOLTE. E' CUlTORE DELLA MATERIA DI LETTERATURA ITALIANA. Il Premio MEDITERRANEO alla carriera. Il PREMIO AQUILA D'ORO,2019. Con il romanzo BRICIOLE DI UN SOGNO, edito dalla BastogiLibri di Roma gli è stato assegnato il Premio Terzomillennio-24live.it,2021 Sulla sua opera sono state scritte 6 monografie, una tesi di laurea e sono stati organizzati 9 Convegni sulla sua poesia in Italia e all'estero. Recentemente ha pubblicato saggi su Andrea Camilleri, Dacia Maraini,e rinnovati quelli su Sgorlon, Cattafi,Prisco,Mastronardi e Letteratura e Società Italianadal Secondo Ottocento ai nostri giorni in 6 volumi di 3250 pp. Cura la Rivista Internazionale di Letteratura TERZO MILLENNIO e allegati. Ha organizzato Premi Internazionali di alto livello,come Il RHODIS e il Premio RODI' MILICI-LOMGANE. premiando personalità internazionali che si sono distinte nei vari ambiti della cultura a livello mondiale

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