Lascia un commento

La città di Miriam- recensione di Carmelo Aliberti

LA CITTàLA CITTA’ DI MIRIAM di Fulvio Tomizza
Come ha evidenziato il noto critico Claudio Marabini, il romanzo “La città di Miriam” si presta a diverse chiavi di lettura: come romanzo d’amore, romanzo d’ambiente, romanzo psicologico, romanzo sociale, romanzo psicanalitico. Racconta la tortuosa storia d’amore tra il profugo Stefano di origine contadina che, dopo la tragedia dell’esodo istriano, trafitto dall’angoscia, si rifugia a Trieste, e Miriam, la ragazza cittadina di origine ebrea che vive a Trieste con il padre, il Maestro di musica considerato un grande artista, di enciclopedica cultura, in una casa stracolma di libri. Provenienti da realtà e condizioni ambientali e sociali di vita diverse, un rapporto tra i due sembrerebbe impossibile, lui di rozze abitudini , di umile origine e di religione cattolica, lei cittadina connotata da uno stile e una grazia di comportamenti aggraziati, cresciuta tra i muri di una casa ben arredata di quadri di pittori e di libri di scrittori famosi, in cui risuonavano le note musicali dolcemente ritmate dalle dita dell’artista, che avevano plasmato Miriam di passione per la cultura. La distanza sociale era ben visibile sia nelle abitudini, che nel parlare, nel vestire, nel modo di pensare e nella notevole differenza culturale. Ma Stefano, che rappresenta l’alter ego dello scrittore, a Trieste si porta dentro tante ferite dolorose, provocate dalla tragica epopea della gente in mezzo a cui era cresciuto e che ora vedeva allontanarsi dalla terra che li aveva sfamati e dove erano stati felici nel calore della famiglia e nello splendore del campi ricoperti dall’azzurro del cielo, portando sulle spalle un sacco di stracci e seguiti dalla capretta fedele. Ogni tanto si giravano indietro per dare l’addio alle colline che non avrebbero più rivisto, mentre lacrime silenti solcavano il loro viso. Tale doloroso spettacolo si offriva al suo sguardo, fremente di pianto. La scena triste, di manzoniana memoria che richiama quella di Lucia, mentre si allontana sulla barca dal paesello, a cui era tanto legata. Stefano custodiva perennemente nell’anima il senso di colpa del rapporto conflittuale con il padre che si era arreso supinamente ai nuovi padroni, mentre tanti altri li avevano combattuti ed erano morti o arrestati e torturati. Tanti acuminati ricordi, il suo senso di impotenza di fronte a tanta strage, i suoi sogni giovanili falciati dal destino. Le molte ossessioni che in tale clima di orrore lo perseguitavano, continuò a custodirle dentro di sé, anche dopo essere arrivato a Trieste. Un fiume di ragazze e donne di diverse etnie ,protese nel donarsi e nell’essere respinte, ora si materializzavano in forme corpose e procaci, ora svanivano improvvisamente, come “comparse lontane nel tempo e nello spazio nel nomadismo dei sogni, di vertigini oniriche dell’io-narrante, proteso ora verso l’Africa, ora verso il Messico o in luoghi non lontani in situazioni di approccio con donne diverse, che Miriam, vestita da gitana o da gheisha o da “conquistadora”, secondo le usanze dei paesi, dove l’io narrante si trova intrappolato in rigurgiti erotici, anche con lettere approssimative, ma sottilmente pervase da allusioni graffianti senza unghie, con la personificazione di valori, con l’intransigenza morale, la passione irrefrenabile, l’eroismo ,il fatalismo di chi vuole salvare dal disastro una persona cara. Stefano è condannato a soffrire perché non riesce a staccare il volto da quello delle donne amate nel sogno. Forse, e a ragione, lei lo tradiva perché, pensava, che per meritare amore, bisogna soffrire per poterlo dare. Caratterialmente insicuro, vorrebbe indurla ad avvicinarsi al cattolicesimo per essere certo della sua fedeltà. A tali elucubrazioni insensate, riecheggia la voce di lei da un invisibile piano di spiritualità; “Cerchiamo di fare del bene, di comportarci e volerci bene. Cos’altro si può chiedere da noi?” La figura di Miriam s’infilza invisibilmente nella vita di Stefano-Tomizza, prigioniero di un ossessivo alternarsi, episodico e ritmico, di un autobiografismo declinato da ricordi, da sensi di colpa incanalati in un delirio inusuale. L’originalità della storia d’amore, che è anche iniziazione coniugale e urbana, di Stefano e Miriam, non prevede il lieto fine dei romanzi tradizionali affini, con il matrimonio facile, ma deve percorrere vie impervie e dolorose prima del matrimonio, in quell’ altalena di situazioni contrapposte, ma, pur essendo di diversa estrazione sociale, ,per il suo irresistibile e pudico fascino che emana la sua persona, ma anche per la liberalità di lei che non lo soffoca con inutili gelosie e non innalza steccati alla sua libertà . Il giovane “esodato” entra in casa Cohen, con l’aggravio dei conflitti interiori, generati da quanto detto prima, in disarmonia con la sua fragilità, per poter verificare la possibilità di liberarsene in quel clima di serenità, di affetti e di incanto, accanto alla eccezionale figura di Miriam, lontana dalla lotta per l’emancipazione della donna moderna, Vestale della diaspora, come Stefano è il testimone ferito dell’esodo, la donna rappresenta una razza perseguitata, in cerca di un luogo dove mettere le radici, descritta nel suo grazioso aspetto, sottolineando il comportamento garbato, nella filigranata ironia ,tesa a sdrammatizzare e addolcire situazioni pericolose, capace di conquistare e trasformare la mentalità di un uomo rozzo in un vero uomo e di coltivare un vero amore. Lo svilupparsi del rapporto tra Stefano e Miriam diventerà occasione di costante esplorazione psicologica che riuscirà a scoprire un percorso di maturazione umana e sentimentale, ed un più equilibrato sentimento della vita, nati dalla complementarità di due opposte visioni della realtà. La riflessione del protagonista ora si concentra su numerosi interrogativi sul comportamento di lei, perché nelle sue riemerse ossessioni sospetta che Miriam abbia attuato un programma di appostamenti, con l’obiettivo di liberarlo dalle manie erotiche surreali, insomma per guarirlo dalla virtuale patologia incontrollabile della fragilità interiore che lo rende schiavo virtuale di tale ossessione sessuale e ritrovarlo integro, leale e guarito, grazie alla sua operosa saggezza, talvolta pigmentata da una punta di inapparente ironia, di sberleffo e umorismo, visibilmente in direzione di bersagli inesistenti e, in realtà, segretamente allusive a suoi comportamenti incongrui o, dall’altra parte , in critiche reciproche per gli errori reciproci. Il romanzo rappresenta anche un’esaltazione della vita coniugale, quando è il risultato di un percorso preparatorio responsabile teso ad una profonda conoscenza reciproca ed è alimentato su solide basi di comuni interessi culturali. Così, l’innamoramento dei due protagonisti viene coronato dal matrimonio. In Miriam Stefano perviene all’approdo sicuro di una nuova fase della sua vita, fondata sulla nuova famiglia, sulla stabilità del lavoro, sull’inserimento nel nuovo clima culturale urbano e mitteleuropeo di Trieste, dopo lo sradicamento dalla terra istriana. La linea evolutiva del romanzo procede in un’altalena di vicende sulla disastrosa realtà di confine, sul dolore della sconfitta degli sradicati, sul pungente conflitto con il padre che non riesce a perdonare, situazioni di sofferenza che ora il protagonista –scrittore riesce a mitigare con il sollievo di una migliore condizione di vita, di un’esistenza familiare di intimità affettiva, protettiva di un difficile ambiente esterno. L’incontro con la città, gli rivela l’esistenza di due Trieste: la prima della agonizzante nobiltà asburgica e gli inurbati del Carso divenuti la nuova borghesia cittadina; dall’altra , persone di diverse etnie, particolarmente la gente di religione ebraica , greco-ortodossa e il gruppo dei miserabili e diseredati, asserragliati ciascuno nella propria chiesa, mentre i sommersi e gli invisibili respiravano affannosamente sotto i cartoni o sulle panchine della stazione, pronti ad uscire a notte fonda per andare a scavare qualche torsolo di mela o i rifiuti dei supermercati affondati nei cassonetti o persone con il bicchiere di plastica nella mano protesa , in dignitoso silenzio e comportamento nobile, senza infastidire i passanti o vecchiette che spingono una larva di carrozzelle con una bambola vestita di stracci, blaterando mugugni incomprensibili ai borghesi adagiati sulle sedie, disposte sul viale a pagamento ingoiando dolci e leccando il gelato o gli operai disperati, disoccupati o esodati con il viso dolorosamente marmoreo e l’agghiacciante incrociarsi della gente murata nel proprio mutismo senza scambiarsi uno sguardo, un cenno di umanità, un sorriso, una gesto di saluto, tutte situazioni che il protagonista-scrittore custodisce nel cuore con immenso dolore. Aggravato da tanti travagli segreti, Stefano è accolto dignitosamente nell’ambiente ebraico-borghese della famiglia del celebre Cohen, che il giovane a poco a poco incomincia ad ammirare ed amare, non solo per le eccezionali doti artistiche e culturali, ma anche per la sua riservata saggezza e per la solida cultura, in cui si incarnano le sue segrete aspirazioni. Nel prezioso salotto dei Cohen, l’io cattolico e povero si incontra con un raffinato ambiente cittadino, cosmopolita, esente da pettegolezzi verso irregolari e miscredenti, dove aleggia un’elegante ironia. Dopo assidui incontri in questa casa, il protagonista sposerà Miriam che lo concilierà con il groviglio di contraddizioni storico-socio-culturali e con l’anima laica della città, parametrandolo con il suo originario mondo contadino, leggendo la realtà di Trieste attraverso gli occhi della donna che ama. La morte

Informazioni su Carmelo Aliberti

Carmelo Aliberti è nato nel 1943 a Bafia di Castroreale (Messina), dove risiede, dopo la breve parentesi del soggiorno a Trieste, e insegna Lettere nel Liceo delle Scienze Sociali di Castroreale. È cultore di letteratura italiana presso l’Università di Messina, nominato benemerito della scuola, della cultura e dell’arte dal Presidente della Repubblica. Vincitore di numerosi premi, ha pubblicato i seguenti volumi di poesia: Una spirale d’amore (1967); Una topografia (1968); Il giusto senso (1970); C’è una terra (1972); Teorema di poesia (1974);Tre antologie critiche di poesia contemporanea( 1974-1976). POETI A GRADARA(I..II), I POETI DEL PICENUM. Il limbo la vertigine (1980); Caro dolce poeta (1981, poemetto); Poesie d’amore (1984); Marchesana cara (1985); Aiamotomea (versione inglese del prof. Ennio Rao, Università North Carolina, U.S.A., 1986); Nei luoghi del tempo (1987); Elena suavis filia (1988); Caro dolce poeta (1991); Vincenzo Consolo, poeta della storia (1992); Le tue soavi sillabe (1999); Il pianto del poeta (con versione inglese di Ennio Rao, 2002). ITACA-ITAKA, tradotta in nove lingue. LETTERATURA SICILIANA CONTEMPORANEA vol.I,p.753, Pellegrini ,Cosenza 2008; L'ALTRA LETTERATURA SICILIANA CONTEMPORANEA( Ed.Scolasiche -Superiori e Univesità-) Inoltre, di critica letteraria: Come leggere Fontamara, di Ignazio Silone (1977-1989); Come leggere la Famiglia Ceravolo di Melo Freni (1988); Guida alla letteratura di Lucio Mastronardi (1986); Ignazio Silone (1990); Poeti dello Stretto (1991); Michele Prisco (1993); La narrativa di Michele Prisco (1994); Poeti a Castroreale - Poesie per il 2000 (1995); U Pasturatu (1995); Sul sentiero con Bartolo Cattafi (2000); Fulvio Tomizza e La frontiera dell’anima (2001); La narrativa di Carlo Sgorlon (2003). Testi, traduzioni e interviste a poeti, scrittori e critici contemporanei; Antologia di poeti siciliani (vol. 1º nel 2003 e vol. 2º nel 2004); La questione meridionale in letteratura. Dei saggi su: LA POESIA DI BARTOLO CATTAFI e LA NARRATIVA DI FULVIO TOMIZZA E LA FRONTIERA DELL'ANIMA soono recentemente uscite le nuove edizioni ampliate e approfondite,per cui si rimanda ai relativi articoli riportati in questa sede. E' presente in numerose antologie scolastiche e sue opere poetiche in francese, inglese, spagnolo, rumeno,greco, portoghese, in USA, in CANADA, in finlandese e in croato e in ungherese. Tra i Premi, Il Rhegium Julii-UNA VITA PER LA CULTURA, PREMIO INTERN. Per la Saggistica-IL CONVIVIO 2006. Per LA NARRATIVA DI CARLO SGORLON. PREMIO "LA PENNA D'ORO" del Rotary Club-Barcellona. Sulla sua opera sono state scritte 6 monografie, una tesi di laurea e sono stati organizzati 9 Convegni sulla sua poesia in Italia e all'estero.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: